– Ma la cucina cinese, rispetto alla cucina thai, com’è?
– Uguai, thai quai.

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Escape, madame.
Vorrei dirle qualcosa di più sensato, ma non riesco a fare a meno di corteggiarla. Eppure mi sento di metterla in guardia. La città è impazzita, ci sono sommosse in tutti i rioni, fin nel cuore della city. Sarebbe un pomeriggio magnifico per amarci, lontano dai subbugli. In più lei non mi conosce, Questo non avrebbe in fondo tanta importanza, vista la situazione di emergenza, siamo al livello quattro, sa?
Io, del resto, non dovrei neanche trovarmi in questi paraggi, senonché stamattina mi arriva una comunicazione dalla centrale, con priorità livello quattro. Dice: recarsi in via dei Platani 13, interno 14, piano 4. Ed eccomi ora faccia faccia con lei, madame. Mi verrebbe da dirle che lei ha una bella faccia, ma temo che le sembrerei inopportuno, se non provocatorio.
Invece, secondo le direttive della centrale dovrei dirle: mi segua. Ma ecco che lei mi guarda senza dirmi niente eppure mi sta parlando, sento la sua voce nella mia testa, nei menischi, nei polmoni. Nelle braccia. È tutto così pericoloso oggi. Non sente i tumulti? Sono le sommosse, arriveranno presto anche nel suo rione tutto Platani e Olmi e ville monofamiliari con la soffitta, i bauli e ricordi velati dalle ragnatele.
Il suo è l’unico palazzo in tutto il vicinato. È di prima della guerra. Un vero caso che sia rimasto intatto, neanche un graffio. E intorno, nelle voragini dei bombardamenti hanno interrato bulbi che hanno germinato queste graziose villette profumate, così infantili.
Il suo edificio è stato già sgomberato più di un mese fa, alla centrale risultava però ancora una utenza in attività e così eccomi nell’adempimento del mio dovere, sbrigare una pratica burocratica tanto goffa nel bel mezzo di una rivolta, la più grave degli ultimi tempi, dalla fine della guerra.
E lei continua a guardarmi e a dirmi quelle cose senza aprire bocca, ma come ci riesce?
Ho uno chalet a Pasadena, potrebbe sistemarsi lì per un periodo, e poi vediamo come si mette. Non le dico quanto vorrei entrare in casa sua, ma purtroppo questa non è casa sua, non più. Se ci muoviamo facciamo in tempo a prender il tunnel, chiude tra mezz’ora, forse meno.
La prego la smetta di fare quello… mi mette a disagio e potrebbe essere pericoloso, più di quanto non lo sia già oggi, è quanto mai vitale avere il controllo di sé e del proprio intorno in circostanze come queste, essere vigili.
Io sono un vigile in effetti, vigilo che le pratiche della centrale vengano espletate, così che i flussi scorrano e le pratiche li rincorrano e quando qualcosa s’intoppa sostituisco i circuiti practoici con l’intervento manuale. Per questo sono qui.
Ora dovrebbe seguirmi. Sta diventando urgente che mi segua, lo dico per la nostra sicurezza.
Ma credo che gradirò quella tazza di tè blu che sta provando a offrirmi da quando mi ha aperto la porta. Santo cielo non so come riesce a farlo, sul serio. Ma non le sente le esplosioni? Non è preoccupata? Mi creda, non sono uno scherzo, sono bombe. Bombe intelligenti, di classe W.O.W. Pare abbiano anche le baionette, ma se lo immagina? Stanno facendo un disastro giù a downtown. È crollata un’ala della Reginald, ha presente? La casa di produzione, gli studios, stavano girando un colossal. È probabile che crolli tutto l’edificio, sono 42 piani. Non sarà uno scherzo. Pensi, stavano girando un fantasy. È incredibile come il genere fantasy sia sopravvissuto fino a oggi. Può darsi che proprio oggi scompaia.
Mi chiedo cos’abbiano di intelligente quelle bombe. Entro solo un attimo, davvero, una tazza e poi mi creda, sarà opportuno affrettarci. Temo che non faremo più in tempo a prendere il tunnel.
Gradirei corteggiarla, se mi permette. Ma sicuro, è lei che me lo permette. Ha un bell’appartamento, peccato che se ne debba andare. A Pasadena non è così piacevole, voglio dire non c’è il tocco come qui ma il mio appartamento è confortevole. È caldo quando fuori fa freddo e fresco quando fuori i due soli fanno a gara a chi è più in alto in cielo. Il mare si sente poco ma c’è, c’è sempre.
Ma, c’è qualcuno di là? Ho sentito… Mi scusi, sono un po’ nervoso. Finiamo il tè e andiamo, non c’è più tempo. Prenda le sue cose, ha diritto a una valigia. Ha il diritto di non lacrimare, di nominare tre divinità. So che sa già tutte queste cose, chissà quante volte le ha sentite ripeter nei film. Nei colossal. Come quelli che faceva la Reginald. E ora le dicono a lei. Gliele sto dicendo io, Madame.
Perché non se ne è andata in tutti questi anni? È un mese che lo stabile è vuoto, a parte lei. Che ci fa ancora qui? Il tè è eccellente, credo di non averne mai bevuto, ma… Lei è sicura di essere sola? Continuo a sentire come dei rumori, no, sussurri, neanche, armeggiare come… del cotone.
Per Molvok! Ha visto che bagliore? Si stanno avvicinando. Se non si decide a uscire immediatamente dovrò usare il glapper, non mi costringa a farlo, la prego, mi incoraggi a incoraggiarla a seguirmi. Lei è così brava a creare i blocchi-pensieri giusti.
Le fa piacere essere corteggiata, giusto? Allora andiamo, potrò continuare in auto, vedrà.
Ma che sta facendo? Perché fa così? Cosa ha preso?
La smetta, finirà per farsi del male. La smetta, si fermi. Attenta!
“BBBBBBOOOOOOOOOMMMMMMMMMM!!!!!!!!!!!!!!”
Molvok! … Che cosa? Madame? Madame. Dove…
– Hai diritto a un beauty case, hai diritto a un cappello con visiera, alla crema per il sole, a un raffreddore, a una eiaculazione, a tre momenti felici, a un vuoto d’aria, a digitare quattro codici, quattro accessi, quattro passi, quattro quattro. Quattro.
Quattro.
Quattro.
Qu…
– Madame..
– Le bombe sono intelligenti, le baionette meno. Tu saresti intelligente, lo saresti stato, potrai esserlo, lo sarai, lo saresti. Torna a trovarmi quando sarai più intelligente, berremo ancora tè blu, mi corteggerai, ti incoraggerò.
Hai ancora quattro accessi. I tumulti non cesseranno fino a quando non sarai diventato intelligente. Questo edificio non smetterà di esserci, come il mare di Pasadena. Ma qui, c’è il tocco.
– Non mi lasciare…
– Mi stai lasciando tu, ma ti dico sopravvivi, torna, più intelligente. E tutti i pezzi andranno al loro posto, non lasciare fare tutto alle bombe. E ci ameremo.
– Sì.
– Come avresti voluto.
– Madame.
– Sì.
– Vado un attimo aldilà.
E sopravvivo.

Adv Facebook, Google, YouTube e gli altri aggregatori. Dice: sono “intelligenti”. Ma sono solo intransigenti come stupidi burocrati.
Non puoi cambiare gusti. Se lo fai improvvisamente e non gradatamente vieni punito con pubblicità contro verruche, emorroidi, vermi intestinali, alopecia, piorrea. E che cos’è? Ma se ho riscoperto Mino Reitano! Ma cosa vuoi da me? Algoritmo! Dopo anni di rock progressive ho comprato su ebay “Sogno” di Mino Reitano e allora? Un LP in ghisa, la copertina in braille, edizione limitata afghana, live; alla chitarra Franco Cerri e Jimmy Page; al colonscopio Maurizio Costanzo.
Algoritmo! non ti tornano i conti? Ma quali conti? Ma cosa conti?
Ho il profilo mosso e non lo sopporti… E te ne fai una ragione!
Invece niente mi propone la “Cura del Parkinson subito! Clicca qui, qui, no qui. Qui.”

Da “Laggiù nel Paese dei Topici” di e con Andrea Nani, venerdì 16 marzo al Bonaventura Music Club, via Zumbini 6, Milano.

– Seguici!
– Chi siete?
– FBI!
– Effe…?
– Metti like!
– Ma cosa? Ma chi siete?
– FBI! Seguici!
– Ma dove? Ma chi siete?
– FBI! Face, Book, Instagram! Seguici, metti like!
– Ma va’, va’.

– Molto fashion la giacca di gardenia.
– Grazie.
– Vuoi del bacon?
– No, grazie.
– Belle anche le scarpe in verza. Bell’abbinamento. E gli occhiali in buoganville, forti.
– Grazie.
– La cintura in avocado? No, troppo bella.
– Grazie.
– Ma non vuoi assaggiare il bacon?
– No, grazie.
– È delizioso.
– Sono vogueano.

Mi chiamo Panizza, vado a cavallo. Non sono un vincente. Trotto. Con nonchalance. Lo faccio nei centri commerciali, nelle gallerie, sui piani inclinati, lungo gli orizzonti, sui dorsi di Montale.
Cosa ci faccio ora nel tuo tinello? Lo sai tu. Sei tu che hai vinto un paio di staffe, tu hai l’impianto wi-fi, le babbucce superintelligenti. Tu balli il foxtrot la mattina senza una minima idea di cosa sia un passo falso. Tu conosci i passi, la tua superintelligenza li conosce al posto tuo.
Allora che facciamo? Tu hai vinto un premio, non io.
Io trotto, il mio cavallo si chiama Vincent. A volte pestiamo delle merde. Scusa se mai ti ho imbrattato il tinello trottando. Ti ho portato vecchi ricordi di gite all’aria aperta, scoperta come un assegno nell’immensa falsità di una campagna capitale.
C’è stato un tempo che qui era tutta campagna, caro mio vincente. E ora? Il mercato immobiliare ha vinto insieme a te. Sei preda di desideri irrefrenabili e vinci in continuazione. Bravo. Balla. Danza questa vita. Ma non sei tu, sono le tue babbucce superintelligenti. Quanto pensi durerà?
Un decennio ormai ne sostituisce un altro. Solo Tex non muore mai, ma non mi aggrapperei a un ranger. Un ranger si arrangia, pensa a sé, ai suoi stivali, alla sua Colt.
Tu come sei messo a Colf? Te la puoi permettere una colf?. Per quanto?
I decenni appassiscono più che mai, i più li buttano via, i più sagaci ne sanno trarre nettare, lo invecchiano, e quando è il momento lo rimettono sugli scaffali. Come hanno fatto ai miei tempi con gli anni ’50, e poi i ’60. Come lo fanno oggi con gli ’80. E io oggi sono mio padre ieri che abbozzava, sorrideva al ripescaggio di un’epoca passata, gli sembrava ormai così passata, non capiva come mai ritornasse. E oggi io mi ritrovo il cubo di Rubik sul tuo tavolo. Perché?
Vincent! Giddap! Vincent. Lasciamo albergare un decennio qui nel tinello superintelligente. Ci vediamo vincente, noi ora si va, hai ricevuto un premio e non sapevi che fartene, telefona, whatsappa, congratulazioni, domani è lunedì, sarai pieno di aggiornamenti. Noi ora si va e addio, un deccennio sembra un’eternità, ma passa così in fretta. Chissà cosa troveremo quando torneremo.
Vinci, vincente. Vinci e ricorda, le tue babbucce sono superintelligenti, non sei tu.

Camminavo con passo irregolare, il ponte oscillava, una poiana volteggiava, compariva e spariva nel controluce di un sole la cui bontà mi pareva quanto meno ambigua. Le rane gracidavano, la produzione di gracidii, mi dissi, era nel pieno di una fornitura colossale, un mercato intercontinentale. La natura lavorava come aveva sempre fatto. Ma quando aveva incominciato? A quando risale il suo primo contratto? Con chi? Perché? Quali i vantaggi? Le ferie. Giorno e notte lavorava.
Era giorno e sarebbe andato avanti senza interruzioni fino alla stessa ora un giro di Terra ancora, e ancora e ancora e ancora.
E c’era il ponte. E c’ero io sul ponte. Non andava affatto bene, a cominciare dal mio passo, irregolare. Avevo poca autonomia. Il mio cellulare aveva poca autonomia, e così io con lui. Non mi rimaneva grande scampo.
Il qui, il sotto, l’oltre, il dietro, il sopra, babordo e tribordo, rollio e paura su quel ponte.
Chissà perché ricordo i Jetson, i cartoni animati del vecchio nuovo mondo, che razza di fantasia a quei tempi, gli sceneggiatori, che dannata razza di… le auto volanti, l’ilarità, la semplicità, la familiarità in quella serie così fantascientificamente fossilizzata nell’epopea eppure viva e futura, pronta a saltar fuori in ogni era, perché di nuovo presente, sempre lì fuori da ogni porta come un piazzista di vecchie enciclopedie. Strano che in tutto questo tempo non ne abbiano più parlato.
Da parte mia, solo con la mia intelligenza, ora, non avevo nessun uditorio, nessuno cui far ridere, o dispiacere. Silenzio e gracidio. Vento e fruscio. Ali e pericoli.
Una debole foschia veniva dal basso a ricordarmi dei dubbi, dei sospetti, delle recriminazioni, dei rancori, delle violenze, subite e perpetrate. Ma mi dissi: è un ponte, è solo un ponte, non è un posto in cui stare, dove costruire una casa, una vita. Non diamo retta alla foschia, è fatta solo per confondere, serve alla cronaca, agli incidenti mortali. E io ero solo, nessun treno in corsa sarebbe deragliato travolgendomi, nessuna sparatoria mi avrebbe baciato per sbaglio, nessuna valanga abusiva mi avrebbe spento in un buio bianco.
Così mi feci avanti e più avanzavo più certe note innaturali eppure così umane arrivavano e mi alleviavano la fatica di sopportare tutta quella paura, la paura di varcare la soglia.
Certo che avevo paura, faceva paura, non era un semplice ingresso per cui bastasse girare una maniglia o solo spingere, oppure non fare semplicemente niente perché un infrarosso leggesse una presenza viva o non viva con l’implicita, non detta richiesta di entrare così da spalancarsi le porte ed essere accolto dal risucchio d’aria fredda, calda, fredda, calda… Reception.
E così a metà del ponte ecco che arriva un pettirosso, foriero di qualcosa che non riuscivo a distinguere. Mi portava una batteria nuova per il cellulare. Ma dovevo fidarmi? Di chi dovevo fidarmi? Della musica degli umani oltre il ponte? Ma sarebbero stati umani simili a me? Sarei stato io simile a loro? O dovevo fidarmi delle voci della natura? Voci che mi dicevano “preda!”.
Ma c’era qualcuno che veniva a salvarmi. Non dovevo fidarmi, non avrei dovuto, non l’ho fatto. Non so se ho fatto bene. Quello era il mio ponte, stava a me attraversarlo e così colpii il pettirosso insieme alla batteria. E tutto oscillò. La foschia sorrise finalmente, sembrava non aspettasse altro e mi abbracciò. Era fredda eppure calda. Fredda, calda. E non c’era più nessuno ad attendermi, nessuna prenotazione a nome mio. Nessun ricordo, nessun addio. Caddi.
Un volo lungo, lento, nelle tiepide acque delle sconfitte. Un mondo come un altro in fondo. Successe che trovai la batteria caduta insieme a me, poco prima di me, a causa mia. Feci due o tre telefonate. E ricominciai a risalire cercando di fidarmi. Con quel passo irregolare…