– Ti amo.
– Sono via.

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– Ti amo.
– Guarda che esiste già un’app.
– E allora ti appo…

– Ok, quando uno si è “risvegliato”, quando è “uscito dalle tenebre”, si è “svegliato”… prima o poi gli verrà sonno a un certo punto, no? E cosa fa? Dorme. DORME! Si fa uno stramaledetto sonno! Si sdraia, comodo, stanco, bisognoso di sonno, E DORME! DORME! NON È LA FINE DEL MONDO!
Si dorme tutti quanti, non c’è niente di male, le tenebre… ma chi l’ha detto, il buio, i secoli bui, ma chi l’ha detto che debbano estinguersi le civiltà nel buio del sonno.
Il sonno porta consiglio. Poi uno si “risveglia” fa quello che deve fare E POI DORME!
Le guerre si fanno per il nervoso da carenza di sonno.

– Certo che ero famoso, svuotavo gli stadi, i parchi, Non venivano a vedermi milioni di persone. Tuttora decine di milioni di persone non vedono i video dei miei spettacoli. Posso dire di avere fatto bene quello che sapevo fare, di avere lavorato bene. Tutte quelle persone hanno potuto fare a meno di me perché sapevo fare bene il mio lavoro, non le ho mai ingannate.
Se oggi qualcuno mi dicesse: merda, non ce la faccio, non posso fare a meno di quel dj o di quella band, o di quell’altra star, gli direi: beh, amico non guardare i miei video – perché ormai di live non ne faccio più naturalmente, ma se ne facessi gli direi: non venire a un mio spettacolo. E ti posso garantire che si sentirebbe meglio, da subito, libero dalla dipendenza di dj, band, star, attori, tutta quella gente dello spettacolo che ti fotte amico mio, alla fine ti fotte e si fotte.
Non guardare i miei spettacoli.

Avevo uno zio tutto mio. Viveva a Buenos Aires, aveva l’aria condizionata ma era molto fiero del suo ventilatore, un’eredità della famiglia del ramo argentino. Mio zio parlava molto, parlava molto bene tante lingue, gli piaceva parlare, gli piacevano le parole. Gli piaceva l’attrito che facevano le parole con la vita, con il caldo, il vento, le acque fresche scroscianti sotto il sole e le pioggie delle pampas.
Mi scrisse un giorno, ricevetti una cartolina dall’Argentina, una bella foto, mi scrisse dei saluti allegri, e fieri, e misteriosi, lontani e dispersi. Dispersi da sempre. E per sempre.
Zio.
Sapevo di un barbiere a Buenos Aires, sapevo di un fruttivendolo, di un aggiustatutto, di un avvocato, di un ristoratore e le sue due mogli, per non parlare delle figlie. Mio zio parlava con una schiera di uomini e donne. Un’umanità. Profumi e sudori, profumi e preoccupazoini, profumi e allegria, profumi dispersi nel vento delle pampas come polvere da sparo, nella corrente misteriosa che risaliva le correnti con i condor, albatri, gabbiani, sull’oceano, fino alla madre Europa.
Madre. Quale madre. Passeri solitari sulle tovagliette dei vassoi nei McDonalds. I piccioni incatramati, finto sangue, vero ketchup.
Dove sono andati i crocchi di anziani, saggi ingenui nella piazza fizzante in contatto con zio. Nei cappotti nell’inverno freddo, in contatto con zio che nell’altro emisfero, a braccetto con l’estate folgorante, parlava con l’universo tutto e capiva tutto. Dappertutto altrove si capiva tutto.
Che ne è stato di quella stagione? Non sembrava un passaggio, non pareva episodio, non doveva finire, era l’inizio. Che ne è stato? Che ne è stato di tutti? Delle cartoline? Zio, scrivimi ancora te ne prego, così che io possa risponderti, possa rispondere, possa abbracciare inverno, estate, primavere e morire d’autunno e rivederci tutti ancora tutti vivi, tutti eterni. Tutti, tutti. Anche Salvo.

Avevo uno zio tutto mio. Viveva a Buenos Aires, aveva l’aria condizionata ma era molto fiero del suo ventilatore, un’eredità della famiglia del ramo argentino. Mio zio parlava molto, parlava molto bene tante lingue, gli piaceva parlare, gli piacevano le parole. Gli piaceva l’attrito che facevano le parole con la vita, con il caldo, il vento, le acque fresche scroscianti sotto il sole e le pioggie delle pampas.
Mi scrisse un giorno, ricevetti una cartolina dall’Argentina, una bella foto, mi scrisse dei saluti allegri, e fieri, e misteriosi, lontani e dispersi. Dispersi da sempre. E per sempre.
Zio.
Sapevo di un barbiere a Buenos Aires, sapevo di un fruttivendolo, di un aggiustatutto, di un avvocato, di un ristoratore e le sue due mogli, per non parlare delle figlie. Mio zio parlava con una schiera di uomini e donne. Un’umanità. Profumi e sudori, profumi e preoccupazoini, profumi e allegria, profumi dispersi nel vento delle pampas come polvere da sparo, nella corrente misteriosa che risaliva le correnti con i condor, albatri, gabbiani, sull’oceano, fino alla madre Europa.
Madre. Quale madre. Passeri solitari sulle tovagliette dei vassoi nei McDonalds. I piccioni incatramati, finto sangue, vero ketchup.
Dove sono andati i crocchi di anziani, saggi ingenui nella piazza frizzante in contatto con zio. Nei cappotti nell’inverno freddo, in contatto con zio che nell’altro emisfero, a braccetto con l’estate folgorante, parlava con l’universo tutto e capiva tutto. Dappertutto altrove si capiva tutto.
Che ne è stato di quella stagione? Non sembrava un passaggio, non pareva episodio, non doveva finire, era l’inizio. Che ne è stato? Che ne è stato di tutti? Delle cartoline? Zio, scrivimi ancora te ne prego, così che io possa risponderti, possa rispondere, possa abbracciare inverno, estate, primavere e morire d’autunno e rivederci tutti ancora tutti vivi, tutti eterni. Tutti, tutti. Anche Salvo.

Da tempo non ho più notizie di mio zio. My Lord. Come passa il tempo. Come passa sulle pampas così sulle terre dell’Unione. Su Volterra, sulle terre tutte.
Io vi ho capiti cari estinti, ancora non lo siete, ancora non lo sapete ma siamo estinti. Tutti. Salvo lo sa. Salvo era mio zio. Era partito per andare lontano, non sarebbe ritornato ma avrebbe scritto, avrebbe detto, avrebbe fatto, avrebbe portato un taglio di capelli per cui avremmo un giorno riso, ma lui sarebbe stato vero, mortale e immortale. I suoi condor volteggiavano sulle pampas e sarebbero finiti nella voliera dello zoo in una delle tante città, neanche una delle più famose, dell’Unione, dall’altra parte dell’oceano, uno scorcio di sogno nella veglia di un bambino che credeva al futuro. Credeva allo zio, all’inverno abbracciato all’estate. Alle lingue, elementi di un’unica orchestra mortale. Eppure così immortale.
Zio, dammi notizie, non è troppo tardi.

La notte nel nero
Niente è più vero
Dubbio non v’è

Morte le domande
Fino al mattino
Solo con me

Che scopro ogni volta
Essere spoglio
Di sogni ma

Da festa vestito
Corro nel tempo
Luce mi dà

Traguardo il mattino
Niente è più vero
Alzo la clèr.

La cassa in silenzio
Aspetta il via
Povero Pier

[Erman Esselunga]