Le siepi, i muri dietro le siepi, gli animaletti tra i muri e le siepi. Santo cielo che inferno questo giardino cinto. Non c’è aria a sufficienza, nonostante tutto questo cielo. Che razza di cielo, sembra che mi guardi. Sembra biasimarmi. Che stia complottando qualcosa? Rientro in casa. Comincia a fare freddo. Mi faccio un panino.
A Salsomaggiore ricordo la stessa aria di cospirazione. C’era quel colonnello, e sua moglie e l’attendente, un giovane porco privo di etica. Lo vedevo come se ne andava in giro senza scrupoli, faceva di tutto per dimenticarsi ovunque la borsa con gli incartamenti del vecchio ufficiale, preferibilmente sullo sgabello del bar. Andava matto per il Pimm’s. Andava matto per i cetrioli, il bastardo. E come gurdava il barman cingalese, mi chiedo se anche questi facesse parte del piano. Perché di una cosa sono sicuro: un piano era stato disegnato e colorato, sicuro ci doveva anche essere un plastico in qualche stanza segreta, e dei grafici, delle statistiche. Quattro giorni dopo i fatti di Salsomaggiore avevano trovato due giovani infografici legati e trucidati nella sala ricreativa del consorzio da cui arrivavano i fichi. La disinformazione in seguito uccise i due più e più volte.
Il primo comandamento per questi cospiratori, selvaggi in progressione, ovvero timonieri predatori del progresso, è: “cancellare”. Non “edificare” ma “far sparire” e quei due poveracci, abili nelle rappresentazioni grafiche di astrazioni intrise di cifre, decimali, milioni, delta, differenziali, tutti numeri in fondo senza alcun valore, quei giovani anelanti il “progresso”, una volta asservito il loro compito, furono liquidati così.
Qui in casa fa più freddo che fuori. Esco, tanto più che sto riempiendo il pavimento di briciole. Ecco che arrivano le formiche. Dannato giardino.
E che cielo.
Bah, il colonnello sopravvisse a Salsomaggiore, sua moglie se la cavò con un ictus e un’emi paresi, l’attendente ora è in Corea del Nord a pregare di morire. Che razza di intrigo.
Ma il cingalese. Un momento, quel cingalese dietro il banco del bar, ora che ci penso… Ma certo!
E quelli cosa sono? Due aerei. Due caccia. Puntano casa mia. Proprio ora che ho capito tu…
BOOOOOOOOOOOOOOMMMM!!!!!!!!!!

– Maestro, poeta, quale crede che sia il suo lascito?
– ….—- …. hhhh ––– A
– Parli nel microfono, maestro, ci dica, il suo lascito, cosa si sente di trasmettere alle generazioni più giovani?
– La scabbia.

– Potrà mai un generoso cambiare un avido?
– Potrà?
– Non potrà. Ma del resto neanche un generoso cambierà per mano di un avido.
– E allora?
– E allora Niente. La gente, poi, succede che si uccide.
– Paul…
– Cosa.
– No, Niente.

Leggete “Paul Niente Detective”, di Stan, che sarei poi io.
Non tramonta mai.

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Ho partecipato all’Eurivision Songfestival del ’73 con “Amore di siepe, amore di villa” sono arrivato trecentosettimo. Settesimo. Come si dice. E poi nel bagno ho vomitato il pranzo, un miserabile sandwich con della carne surgelata e del formaggio olandese più giallo di un taxi, di quelli che giravano allora.
Come se non bastasse, all’Eurivision songfestival del ’73, nonostante la mia non entusiasmante permormance alle eliminatorie, sono stato ripescato e sono arrivato fino agli ottavi di finale.
E giù sandwich. A furia di vomitare mi è venuta una voce fastidiosa, rasposa, e a tratti in falsetto. Non riuscivo a dominarla. Ma fece la mia fortuna.
Più mi avvicinavo agli ottavi e più vedevo i partecipanti, gli organizatori e il pubblico, li vedevo tutti brasiliani, almeno mi ero convinto che fossero tutti brasiliani e che i giochi fossero stati fatti in Lussemburgo mesi prima. Lo sentivo, il Brasile, fin dentro le ossa. Lo vedevo dappertutto. Vedevo tutto giallo, giallo e mulatto. Un giallo dribblante.
A un certo punto mi è venuta incontro questa Nicol, una bruna piccoletta mezza tedesca e, come minimo, tre quarti brasiliana, ci potevo scommettere. Mi ha guardato dritto negli occhi e, mostrando i denti, senza v aprire la bocca, mi ha detto, “Tu agli ottavi non ci arrivi”. “Non grazie ai sandwich”, ho detto io.
Alla fine, all’Eurivision Songfestival del ’73, ha vinto Johnny Logan, un irlandese di 42 anni che fingeva di averne 18. Fingeva anche di avere le sopracciglia folte, invece aveva il volto sfigurato dall’alopecia. Nicol lo additava agli uomini della troupe stuzzicando loro a riprendere primissimi piani di Johnny.
Logan parlava un buon francese con quei lavoranti, tutti originari dei pirenei. Come mai si chiamassero tutti Pelè preferii non domandarmelo, era già impressionante saperli mezzi rivoluzionari, mezzi allevatori d’oche da foi gras. Gente violenta, ma solo con le oche. Loro sì che lo avrebbero preso, e lo avrebbero preso con spaventosa avidità, il Campidoglio.
Fatto sta che agli ottavi dell’Eurivision Songfestival io vi partecipai, contro i pronostici di Nicol e contro una colite spastica dovuta al più che discutibile vitto di quei giorni.
Nel testa a testa con Johnny presi quel colpo di grazia che forse stavo aspettando da una vita. La mia “Amore di siepe, amore di villa” cadde sotto lo yodel sconsiderato, rocambolesco ma soprattutto incosciente e, per questo, brillante, di “You apres moi des Yole Apoteke”, del glabro contronatura Johnny Logan.
Fu per me una sconfitta solo in apparenza dolorosa, perché poi, a fine festival, a premiazioni avvenute, vidi Nicol mentre scendeva dal podio, furente, nonostante il primo posto. È vero che fu Johnny Logan ad essere dichiarato vincitore dell’Eurovision Songfestival del ‘73 ma l’irlandese a chiazze scomparve subito dopo la sua esibizione, non ci fu verso di trovarlo. Non saltò fuori neanche quando l’altoparlante urlò il suo primo posto. E così Nicol da seconda che era si aggiudicò il premio.
La vidi scendere dal podio affilata e temprata come una katana, con un sorriso letale, abbagliante come l’acciao di cui sembrava fatta, le dissi “Ma lo capisci come vanno le cose? Non esistono i vincenti, non esistono i perdenti, esiste l’invidia. E né l’oro, né l’inox ti daranno mai un…”
Non finii la frase, Nicol mi rise addosso con tutta la voce che aveva, e ne aveva tanta, ma la risata era un urlo straziato, i suoi occhi, due lune azzurre perdute tra le galassie, alla ricerca disperata di un pianeta cui girare intorno, con la rabbia di sapere, nel buio dello spazio profondo, di non essere stelle.
E allora per me fu l’ultima mia corsa alla toilette.

– Cos’è che prendi per il fegato? Funziona? Quella cosa che mi hai detto che prendi per il cattivo sangue.
– Sacranò.
– Sacranò? Ma cos’è? Funziona?
– È base di… è un antiostiante.
– Ma funziona?
– Vacca d’una malora porca se funziona. Te! Tua madre! E tutta la stirpe di stramaledettissimi gufi menagramo, portasfiga come te, tuo padre, tuo nonno e tua sorella!
E adesso fammi un prelievo, e analizzami ‘sto sangue, com’è buono. E pure ‘sta linfa!
– … Non fare gesti.

(attenzione: contiene idiomi lombardi, milanesi e dintorni)