– Michele dove sei finito? Ti devo parlare, ti devo confessare tutto. Ti ricordi quell’estate che passammo alle Tremiti? C’erano anche Tommaso e Roberta. Roberta portava quel pareo con Paperino e tu la prendevi in giro. Ti ricordi? Andavamo in spiaggia tutti i giorni troppo tardi, noi quattro, cinque con Paperino. Era quasi sempre ora di pranzo e mentre gli altri rientravano nei bungalow del villaggio, noi si faceva il primo bagno tutti soli e tutti nudi, dietro gli scogli che nessuno famiglia osava attraversare. Tommaso stava per ultimo e diceva “ora cado e mi sfracello”. Ebbene Michele, uno di quei pomeriggi caldi, dopo il bagno, sdraiata al sole sulla sabbia vicino a te, ho iniziato a leggere Guerra e Pace. E mi sono resa conto che stavo sbagliando tutto. Michele mi stai sentendo? Ho sbagliato tutto. Michele?

– Sono qui. Posso togliere il tuo eskimo dal frigo allora.

– Ti scongiuro perdonami. Michele.

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A un certo punto ho preso il valzer per le corna. Ho buttato il metronomo giù dal terzo piano e son corso via, a terzine. Uno schianto nel cortile. Sento l’urlo del portiere nella tromba delle scale mentre salto a tre a tre i gradini di ossidiana. Un coro fuori tempo di “Ma che cos’è successo?” mi accompagna nella fuga. Salto tutto il piano rialzato e volo fuori alle sette meno un quarto: poco tempo alla chiusura dei negozi. Mi chiedo: “Cosa non farei”, per Casadei.

– Parlavo sempre all’imperfetto perché credevo di conoscere i miei limiti.

– E adesso?

– Ora con queste pastiglie va tutto a gonfie vele. Sarò stato assente per certuno ma son presente per tutto il mio futuro. C’è un bicchiere d’acqua?

– Continuavo a rimandare gli assist, arrivavo in ritardo sulla palla, non anticipavo mai anzi posticipavo tutto. Mi dicevo c’è tempo, più tardi, più tardi segno. Adesso no, adesso no.

– E poi?

– Mi hanno squalificato per doping.

– Tu che sei una bestia, tu che gracchi, tu che scatarri sul fianco contro i muri di passaggio, tu che fai pietà quando ti sdrai. Tu che mi devi quindicimila lire e le lire non ci sono più. Tu che invidi il giallo dei taxi ché la tua epatite non ti basta. Tu che ci dài ancora dentro quando tutto è finito da un pezzo. Tu che albeggia al pomeriggio. Tu che prendi luce e ti annerisci. Tu che ti butti via perché sei venuto male e ci riprovi. Tu che non ti basti. Tu che ancora oggi ti dai del lui senza prenderti responsabilità. Metteresti per piacere una firma qui?

– Che cos’è?

– Una petizione per abolire i pronomi personali.

– Va bene.

– Grazie.

– Ecco fatto, arrivederci.

– Arrivederci.