– La cucina cinese alla fine ha tutta lo stesso sapore, i piatti sono tutti uguali.
– È la salsa di sosia.

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Mi chiamo Ester, ho sei figlie e sei nipoti. E sei sorelle. Molto più che sorelle, più che gemelle. Sono sei cloni di me. A dire la verità nessuna di noi sa chi sia la mamma-nonna-master, né chi siano le mamme-nonne-cloni. Ma non c’è rivalità. Siamo mamme, siamo nonne. In tutti questi anni, sessantaquattro per la precisione, abbiamo acquisito una maturità e una consapevolezza per cui non è importante il grado di parentela, la primogenitura, non importa su chi abbia messo le mani per prima il genetista.
Abbiamo tutte un coiffeur diverso eppure, senza che lo sappiano, ciascuno di essi ci acconcia la pettinatura nell’identica maniera, la stessa piega, lo stesso taglio, la stessa tinta. Poiché i capelli tendono a imbiancare, ora, a sessantaquattro anni, siamo tutte di un tossico blu cobalto artificiale.
Ci vediamo una volta all’anno, l’ultima notte di plenilunio di primavera, nel pavese, in un ristorante nascosto nei pressi della riva del grande fiume che taglia in due l’Italia. Siamo sempre liete di rivederci, ceniamo, mangiamo oche, beviamo vino nero e ascoltiamo i Procol Harum finché non perdiamo i sensi. E quando albeggia e la luce d’oriente vibra intorno a noi, debole scintilla di vita universale, eppure sempre così orientale, ci ricomponiamo e prendiamo congedo a bassa voce. Non sappiamo perché ci salutiamo in tedesco, forse perché dà un’aria così formale, innocente e sa di pulito.
Ciascuna di noi conserva la foto del professor Hertzeit, il genetista, in un certo senso nostro padre. Un padre biologico, è vero, da qualche parte ci deve essere stato, ma non credo proprio che sia ancora in vita, del resto non ce ne siamo mai preoccupate, non abbiamo mai ritenuto fosse importante per noi. Ricordo che a un certo punto, avremo avuto trent’anni, venne fuori che un uomo di Cassano, anni prima, ebbe donato il seme alla banca Polivalori Bebe della sua città all’ombra del grande inceneritore, e subito dopo, nella hall dell’istituto ebbe sparato sul soffitto con furia omicida ma senza la volontà di nuocere ad alcuno. Il nervosismo di quell’uomo, descritto dalle cronache di allora, l’avremmo sentito come qualcosa di familiare perché noialtre, per tanti anni, fummo irascibili e scodellammo figli come fossero tossine, escrementi di cui liberarsi per giungere alla purificazione. E lo facemmo in tedesco. Ci comportammo in tedesco per devozione al professor Hertzeit, nostro padre.
Ora, Judy, l’ultima delle mie nipoti, mi biasima. Ha due anni. Non sa niente di me, né delle mie sorelle gemelle cloni, niente di niente, eppure quando mi guarda con i suoi occhi nocciola sembra dirmi “sei falsa, sei identica, per questo sei falsa”. Come è possibile che sappia? I suoi occhi mi lacerano.
Sono mamma, sono nonna, sono un clone e sono trentasei volte zia e prozia. Ho il tarlo del falso. Ma una volta all’anno, l’ultima notte di plenilunio di primavera, è tutto vero, sono vera, io come le mie sei sorelle.
Buon compleanno papà Hertzeit.

– Ci sono persone che sono intolleranti ad altre persone. Non significa che queste ultime siano cattive, siano delle brutte persone, soltanto non fanno bene a certe altre, qualsiasi cosa facciano, soltanto per il fatto di essere così come sono. Così come un bel pomodoro maturo, rosso, fresco, bio, e a chilometro 0, solo per il fatto di essere un pomodoro, anche al meglio delle sue qualità, può far male a chi ne è intollerante.
Quello che voglio dirti, è che io non sono una brutta persona, Miriam. Sono solo io.
– Ma sei così pieno di glutine.

Sono disperato, no, sono risoluto, no, sono risolto, le zanzare si sono stancate di me, e io di loro. Sono stanco di tormentarmi per un ronzio, per un piccolo fastidio, come un prurito alle caviglie o al dorso delle mani.
Sta finendo tutto, l’ultima boccata d’aria rimasta in questa piccola stanza prima di aprire una porta che ho scoperto recentemente. Incredibile come non l’avessi mai notata. Non sembra affatto una porta, in effetti, niente cardini, niente maniglia, eppure per di là si esce, è una soglia. Lo so, l’ho scoperto da poco. Ho fatto dei sogni recentemente. Tanti, ogni notte. Per via delle zanzare, mi svegliavano ogni ora, il tempo di riprendere sonno, di scendere al piano di sogni ed ecco lo strappo, il ronzio, e ogni volta nel risveglio intermittente mi portavo dietro un pezzo di quel piano. Strappo dopo strappo ho accumulato un mucchio di pezzi di sogno, li ho qui davanti a me. Dovevo solo incastrarli tra loro ed è quello che ho fatto e finalmente, da poco, ho una figura completa, insomma, quasi completa ma dice molto di sé, dice molto di me e infatti ho trovato la porta.
Ora non mi rimane che uscire, l’aria qui si sta esaurendo. Mi dispiace lasciare questa stanza con tutte le piccole cose che ci ho sistemato in tutti questi anni. Ma è diventata piccola e inutile, come, ora che le vedo, tutte le cose che ci ho messo dentro. La zanzariera arrotolata e stretta bene con la cintura di judo. Gialla. E la moka da uno. La targa del motorino, il mio primo motorino. L’unico. Il tappeto persiano macchiato da spavento. Il mobile bar con dentro le riviste di guerra d’epoca. I pastelli a olio nella scatola mai aperta perché mi è sempre sembrata preziosissima. La foto autografa di un prete missionario. Il poster di Olivia Newton John. Il Cointreau. Lo specchio. La saponetta, il dentifricio, gli occhiali, il puzzle della luna con i suoi mari e crateri grigi. L’asciugamano da bidet con le iniziali ricamate. Di chi? La cassetta del pronto soccorso. Le lastre, schermografie di quando ero giovane.
Fa caldo, ed è rimasta poca aria, è tempo di uscire. Si rende necessario, sì. Curioso come non ci sia neanche una finestra. Per tutto questo tempo ho sempre pensato che una finestra ci fosse. E non sapevo invece della porta. Eccola qua. Ora giro la maniglia. No, che scemo, la maniglia non c’è. Allora? Cosa faccio? Provo a spingere, ma non si apre. Che sia chiusa? In effetti non vedo neanche la serratura. Un buchino c’è, sarà quella? Non ho mai visto serrature del genere, con cosa si aprirà?
Sto per prendere sonno, ma questa volta cerco di resistere. Cerco qualcosa, qualcosa per aprire la porta. Questo potrebbe funzionare, un ferro da calza. Non sono mai riuscito a lavorare a maglia, ci ho provato, ho letto delle riviste, ho preso delle lezioni ma niente. Come gli scacchi, mi sono intestardito tanto con gli scacchi ma ho avuto solo umiliazioni. Sono fatto per perdere, o meglio non sono fatto per vincere.
Ma si rende necessario uscire. Non sarà una vittoria, sarà solo necessario. Non c’è timore di perdere. Non c’è niente da perdere.
Guarda, non serviva spingere, non serviva una chiave, è bastato scorrerla di lato. C’è odore di croissant e surrogato di caffè lungo americano. E latte caldo a lunga conservazione. È questo l’odore che viene da fuori. Odore di mattina. E salsedine.
È ancora buio ma è giorno. Lo so. È tempo di uscire. Il tempo non manca mai. Potremo mancare noi, ma tempo ce n’è sempre. Da sempre. Ce ne sarà sempre. E non sarà mai di nessuno.
Io esco. Ci vediamo in spiaggia.

Stan, che sarei io, è in scena al Bonaventura Music Club
in via Zumbini, 6 a Milano l’11 ottobre, ore 21.30.
Un’ora di spettacolo con testi surreali, tipo Stan.
Molto Stan: Stan up comedy
Venite che vi faccio ridere dal vivo.

Salute Folks

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– Ragioniamo, il Big Bang: perché fermarsi a uno? Perché non teorizzare che ce ne siano stati più di uno? Perché…
– “BANG!”
– AgGggh….. ??…? Ma per…ch…
– In questo universo la pluralità non è contemplata. Ecco, perché.

Ti amo Teresa dell’Illinois
Avremmo dovuto scendere a patti e invece scendemmo all’Holiday Inn sulla 55, appena dopo Pontiac.
A cena, nel bel mezzo dell’Illinois, tu mi dicesti lasciamo andare, io ti dissi dammi una possibilità ma tu reagisti male, a me e ai crostacei dell’Illinois. Quell’Holiday Inn non ci portò bene, la sua cucina si intromise nella nostra storia già complicata. Non ci voleva proprio.
Come potevo pensare di patteggiare, ora me lo chiedo, Teresa.
Avevo creduto tanto. Nei nostri giorni belli, credevo che sarebbe stata tutta una grande passeggiata. Una lunga, magnifica, divertente passeggiata. Ma nei tuoi occhi c’era già il riflesso della fine, una fine disperata. Per tutto quel tempo l’avevo scambiato per una preghiera d’amore, e ti ho amata tanto. Teresa mia.
Avremmo dovuto finire a Chicago dove tutto è cominciato. E invece ci fermammo a Pontiac, appena dopo. Mi obbligasti a fermarmi in quel posto, mancavano solo poche ore, avremmo potuto aggiustare tutto a Chicago, prendercela comoda, farci una doccia dolce e levarci di dosso tutto il calcare che senza accorgercene, nel tempo, ci aveva costretti nei movimenti, nelle torsioni, non ci aprivamo più l’uno verso l’altra, chiusi come rubinetti. Parlavi tanto della cervicale, ma i tuoi occhi parlavano d’altro e io capivo altro ancora.
Fosti tu a dirmi lasciamo andare, fui io a non voler morire nella mia corazza di misunderstanding e rancore, bollito vivo come un astice dell’Illinois.
Invece furono i crostacei ad avere la loro rivincita. Su noi umani e le nostre cretine storie d’amore. Amore per aragoste e vino bianco. Mosso. Freddo.
Com’è tutto freddo ora, Teresa mia.
Com’è tutto buio.
Ma ancora ti amo, Teresa mia dell’Illinois.