Hai un’aura bellissima e anche le tue zone d’ombra sono roseti neri senza spine che profumano di innocenza. Mi fido così tanto di te. Forse è questo il pericolo. Non che tu possa tradirmi, ma che io possa tradire me stesso. Dimenticare il mio giardino, il mio labirinto odoroso di siepi di bosso in cui è tanto bello perdersi perché porta ovunque.

Annunci

Non si era mai vista una tuba marrone, in capo a una donna poi. Ma che donna. Ella compariva in pubblico senza che nessuno si accorgesse del suo arrivo. Con quella tuba. Ma come ci riusciva? Nei party in cima agli attici dei boulevard fiancheggiati da alberi e palazzi poco meno che secolari, a serata inoltrata era lì, perfettamente inserita tra gli ospiti, nelle conversazioni, partecipante, sorridente, profumata e con la tuba marrone che si sarebbe tolta non appena fosse sorto, sebbene inespresso, l’interrogativo di tutti: “Ma quando è arrivata?”

Nelle serate estive sui terrazzi o d’inverno, nei saloni vetrati come acquari luminosi, esposti al mare nero della notte che allaga la città, ospiti e invitati ondeggiavano in piedi, accomodati, in poltrone, sui tappeti, sui gradini inventati dal designer d’interni, accavallavano le gambe, si alzavano, si scambiavano reciprocamente gli interlocutori, accettavano drink da vassoi d’acciaio, dischi volanti che con un ritmo misterioso ma esatto, passavano nel chiacchiericcio tra uomini e donne eleganti e cordiali.

In quella faune d’acquario, selezionate naturalmente e artificialmente, così tanto compatibili con se stesse, la donna con la tuba era di una specie diversa, non classificata ma, e questo era strano, molto bene tollerata. Non aveva simili, eppure, per il tempo in cui fosse rimasta, tempo di cui nessuno vedeva mai l’inizio, né la fine, ella faceva parte di quegli ecosistemi come chiunque altro dei presenti.

Parlava ritta e composta, si sarebbe detto rigida, fino a quando non estraeva le mani come scimitarre, ma di piume, ed erano ali amorevoli, e allora gli occhi erano oceani che risaccano sulle spiagge dell’infinito e le parole entravano nel discorso con grazia portate con le dita come bocconi delicati.

E ci si accorgeva della tuba marrone. “Ma quando ce l’ha messa?”, “C’era da prima?”, “Non mi pare proprio”, “Ma allora?”

Una sera, nell’appartamento dei sorridenti Bodini, all’ottavo piano del Crosby Building con vista sul parco tecnologico, mentre si assaporavano i deliziosi salatini della signora Bodini, preludio stuzzicante di un magnifico party-cena in piedi, tutti udirono il citofono suonare. La cosa in sé non fu sconvolgente, il fatto è che tutti avevano la convinzione che non mancasse nessuno degli invitati. E in un primo momento nessuno pensò consciamente che potesse essere la donna con la tuba, ma tutti, in quel preciso istante, guardarono l’ora del proprio orologio, o dispositivo digitale. E fu quella intersezione di silenzio immediatamente seguente al suono del citofono che creò l’elettrizzante aspettativa di vedere la donna con la tuba varcare la soglia ed entrare nel party, far parte del party. L’inizio. La spiegazione.

Suonò infine il campanello della porta blindata, impellicciata, odorosa di rovere e patchouli. I Bodini e il loro magnifico sorriso andarono ad aprire.
Entrò Franzen, delle farmacie Franzen e tutti tirarono un sospiro di sollievo, si resero conto che forse non erano preparati all’esperienza dell’inizio, ma poi l’inizio di cosa? Qualcuno alzò il volume e la sessione fiati di Slip Away abbracciò l’appartamento e gli invitati si riaccesero nelle chiacchiere cordiali, festose per l’arrivo di Franzen, così inaspettato ma così opportuno, arrivò come un cortisonico, benché fosse un palliativo, al momento si portò via il male di sapere, il dolore della rivelazione. E tra gli invitati la donna con la tuba era là, seduta che parlava con due, tre ospiti. Ridevano, si interessavano, chiedevano, rispondevano, si sovrapponevano, chiedevano scusa, si spiegavano e ridevano. Perfettemente inseriti nel quadro tridimensionale, appeso all’ottavo piano del Crosby Building. E la serata proseguì nella notte fonda, fino a che non sfumò nei saluti esausti ma felici, sottovoce, sulla soglia in rovere nel profumo di patchouli, vino e avanzi.

I Bodini chiusero la porta blindandosi il sorriso, la piacevole devasazione del loro appartamento li riaccolse ma nonostante l’abbondanza disordinata di bicchieri, piatti, bottiglie, tovaglioli, portacenere, fette di dolce abbandonate, persisteva la sensazione di un’assenza. Sì, la donna con la tuba. Non si era vista andar via, non aveva salutato. Non amava i saluti, non lo trovava salutare. Qualcuno riuscì a ricordare quello che disse una sera: l’unica volta che le scappò di dire addio, morì.

– Miriam, com’è andata?
– È andata, ho avuto paura a un certo punto.
– Lo so, anch’io, tutti abbiamo avuto paura. Fortuna che è arrivato Franzen.
– Fortuna che non porta il cappello.
– Sì. Miriam, mettiamo in ordine adesso, tra poco albeggia.
– Ti ricordi, Mauri, come abbiamo cominciato, noi? Ricordi il nostro inizio? Ricordi quando ci siamo apparsi?
– Credo di sì.
– E ti ricordi l’attimo prima? Solo un attimo prima. Ti ricordi dov’eri, a cosa pensavi, con chi stavi parlando? C’era qualcuno? Cosa stavi facendo, avevi qualcosa in mano? Stavi correndo? Ti ricordi com’era prima? Prima di…
– Miriam, non agitarti, ti prego, lo sai, non ci fa bene. Non ti fa bene.
– Quella donna, nessuno sa, eppure tutti sanno, e invece non sappiamo niente. Soltanto a un certo punto ci pare così normale e lei è così… bella, cordiale, sembra amarci, come una madre, come una stagione bella.
– Sì.
– E poi scompare. Eppure è così presente.
– Eppure, eppure. Tesoro non ci pensare, vedrai domani non ci baderemo. È sempre così, più ne parliamo, più cerchiamo di capire più svanisce come un sogno.
– Mauri, andiamo a letto, mettiamo a posto domattina, faccio venire Ellis a mettere in ordine.
– Ma è domenica.
– Non importa. Le fanno comodo gli straordinari. È contenta se la chiamo.
– E noi dove andremo?
– Noi andremo nel futuro. Ti piacerebbe?
– Tesoro.
– Guarda, c’è un cappello, qualcuno l’ha dimenticato. Una tuba.
– Marrone.
– Ma non si è mai vista una tuba marrone.

– Sono pieno di progetti, ma li abbandono via via.
– Li getti.
– Via, via.
– Sei favorevole a gettarli.
– Non direi.
– Prova a riempirti di controgetti.
– È un’idea. Non ci avevo mai pensato. Vado a farmi un appunto. Ma ti ringrazio.
– Figurati.
– Controgetti… sì, sì.

E a cena c’era Franzen delle farmacie Franzen, uno particolare, tutto fissato, tutto farmacologico, anche un po’ lisergico, e lo vedo che mette una polverina bianca sul pasticcio di funghi. Allora mi avvicino, ammicco e gli dico: “cos’è, acido?”
“Antimicotico!”

Da “Non sono vintage sono tua nonna” spettacolo di Andrea Nani al Bonaventura Music Club

Rimani sdraiata

La mattina, amore mio, rimani sdraiata, fallo per me, per dio.
Le lenzuola sono orribili, le pieghe sono testimoni
di una notte al buio tu e io, e il grano saraceno
a colazione è una provocazione della sera prima
quando stava andando tutto bene.

La televisione parlava di vincenti, di regioni depresse,
di crudità nei piatti cinesi, di canzoni parlate, di scommesse
in corso, giovani sicuri di tutto, belli senza rete
nella rete, sicuri come tonni nel mediterraneo.

La mattina amore mio baciami da lontano da sdraiata
ci sono tanti avanzi qui. Ci minacciano i pizzoccheri
di ieri, come a Roncisvalle. Il terrore, amore mio,
è nell’eterno buio delle pieghe, rimani sdraiata
baciami da lontano e fai luce, fallo per me, per dio.

[Erman Esselunga]