La mia non è una malattia ti prego non diagnosticarmi,
Guardami negli occhi, ma non fare l’oftalmico,
il medico privato. Toccami, non tastarmi,
ascoltami ma lascia lo stetoscopio sulla mensola
Non provare i miei riflessi, non giudicare il mio rossore.
Cazzo.
Io ti amo.
Non ho bisogno di una cura
Non è cosa che si cura.
Non è una patologia, caro cazzone.
E non c’è tema di contagio.
Ti amo.
Ti amo e vaffanculo.
Non capisci “tema”?
Non sei malato, amore.
Sei un guerriero, dici?
Non eri un medico?
Sei confuso.
Vuoi una paletta?
Puoi scavarti un buco nella testa
E tirare fuori le biglie che hai perso
O che ti hanno fregato
Tutte quelle che non ti hanno mai comprato.
Puoi scavare ancora
e trovare Pelè.
Che ne dici?
E ora amami.
Amami e vaffanculo. Sono le tre.

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Avevo un frigo, stava a casa tua.
Tenevo le bottiglie fresche in fila.
Tenevi le ginocchia molli quando
aprivo e chiudevo, mi servivo,
finivo le file. Di solito l’ultima
finiva la sera, o l’ora che era.
Tanto casa tua è a cinque minuti
dal parco per i cani.

False ripartenze

Alle prese col fondo lo tocco.
Passo in rassegna la superficie,
trovo un poro che mi prega.
Gli nego il fiato, amica mia,
lo celo tutt’altro che d’azzurro.
Avanzo attenta,
guardo laddove,
sotto il fondo giacciono
immortali asperità.
Guardo me a poco da me.
Ti guardo amica mia,
ti assolvo tutta e ancora
una volta risalgo.

Distorsione

Ho messo un piede sul tuo labbro.
La tremula caviglia mia fa giochi
che non voglio, tu per primo
non ridi. Io per seconda.
Tra un attimo m’annoio.
Tra un attimo mi pettino,
mi rifaccio da capo e ti lascio
a decifrare la tua espressione.
Tremula io per un. Affatto.

Ci sono i codici, ci sono i cinici,
ci sono quelle come me.
Ci sono le norme, le tarme, le forme,
ci sono i protocolli, quelli a mano,
i dattiloscritti con i piedi,
gli smalti dai toni squillanti,
ci sono i citofoni.
E vengo a te,
salgo un attimino.
E ti rovino la vita.