Ho sorriso a un errore di ortografia, così si è corretto, e allora, tutti composti, siamo stati bene per un pomeriggio intero fino al confine con la sera, prima del buio. L’errore mi ha confidato il suo trucco, non era un errore, era un altro modo di vedere le cose, e così, nel buio, sognai apostrofi di tutti i colori.

Avevo giù una betulla, più che una betulla un ceppo, nel giardino che sembrava più un cortile. Poi è andata che son partito, ho girato, sono stato fino in Nuova Zollanda, un freddo… Son tornato, ho detto fa troppo freddo. Così arrivo, il giardino e il cortile non c’è più, la betulla era un sogno. C’è il ceppo. Eh il ceppo. Il ceppo è sempre il ceppo.

Allora, le cose stanno così: di qui c’è tutto il materiale, la cassetta, gli attrezzi, i sacchi… e l’impalcatura.
Poi, quattro metri più in là, il lago e il roseto, e la tuta che ho messo ad asciugare. Quando tutto è pronto diventa semplice. Come un funambolo atletico, plastico, fresco, magico metto tutto insieme con un oplà e si sentono molto le rose.

Quando avevo seicentoundici anni c’era qualcosa che non mi quadrava, è andata avanti per un pezzo questa storia. E com’è, come non è, alla fine ci ho capito: era una questione di portamento, così ora tengo tanto me e quaranta altre cose insieme, senza rovesciare una goccia e tutto fila liscio. Davanti a una porta bella di smalto bianco che si apre, si chiude, si schiude.

Ma quante dita avremo? In due? Quattrocento!
Ma almeno!
Suoniamo l’alba, il crepuscolo e anche la merenda.
Abbiamo il ritmo nella schiena, quando ci alziamo
si sente cric, croc, crac, ma per allora avremo steso tutti e,
per tutti, saranno effetti speciali di un sogno di jazz.