Nessun rumore di passi, l’ascensore era ancora lì. Nessuno. Drizzò meglio l’orecchio e sentì i clacson per la strada, deboli e lontanissimi ma erano solo dietro quelle mura, davanti al Mizy Store, negli uffici del quale stava ora per mettere piede.
– Bob! – Non fece quasi in tempo a varcare la porta a vetri che la ragazza al bureau lo accolse vibrando eccitata. Gli occhi marroni, enormi, per quanto si sforzassero di essere maliziosi, gettavano uno sguardo torbido come il fango. La sua femminilità era riscattabile come l’ipoteca di un fallito, ma la sua stupidità per fortuna non le permetteva di rendersene conto, e così se ne stava lì, avvolta male nel suo completo blu, come un pacco mai ritirato, schizzando guano dagli occhi addosso a Bob Nor.
– Bob! – ripeté ma non sapendo cos’altro aggiungere di fronte alla serietà, alla statura, alla posa di Bob Nor, deglutì immobile e si fece rossa sotto complicati strati di creme per il viso, correttori, fondotinta, ciprie, fard.
Cherie…

Bob Nor, invece, lasciata la Ford si infilò nell’ascensore e salì al piano degli uffici. Il tempo di darsi una scrollata, di buttare lo sguardo alla sua figura appena sfuocata riflessa sulla parete di acciaio della cabina, quando la porta si aprì dopo un sussulto, scorrendo di lato. Si ritrovò di fronte a un ingresso vetrato, si fermò e tese l’orecchio, guardò giù per le scale.

E ora, – si calmò – le dispiacerebbe portarmi un bicchiere d’acqua?
Stavo per alzarmi con un poco di vertigine quando si aprì la porta di scatto,  spostando l’aria con forza e, date le finestre spalancate, creando una corrente improvvisa che ravvivò le carte, le cose leggere, silenziose e inermi dell’ufficio. La pressione tetra che aveva esercitato il signor Mirali con il suo eloquio, sfiatò per un momento e si disperse nell’aria secca di primavera fino a quando da dietro la porta non comparve, imponendosi, una donna molto molto ingombrante: la moglie del signor Mirali. Portava una teglia e sembrava avere una gran fretta, visto il fiatone e lo slancio con cui andò a chiudere le finestre con fracasso. Un caldo profumo di stufato tagliato con l’acqua di Colonia della signora Mirali saturò presto la stanza.

Cominciavo a intendere
– Prima di mollare voglio lasciare un segno da fare paura. Apro un mercato, anzi due: l’Emilia Romagna, dove non ci siamo mai spinti, e i rumeni. Vendo sicurezza ai rumeni. Mi segue? A parte la grande soddisfazione, è anche chiaro che va a mio vantaggio la trattativa con gli agli svizzeri: aumenta il valore della società e allora ecco che esco alla grande.
Tuttavia non capivo perché il signor Mirali si stesse confidando con me.
– Lei si starà chiedendo per.
– Infatti.
– Ma lei non si deve chiedere, lei deve andare ad aprire la breccia che ci porterà a vendere telecamere a circuito chiuso in tutti i campi nomadi d’Italia. Voglio installare un allarme per ogni baracca, su ogni roulotte. Voglio che non si sentano mai sicuri abbastanza, che si riempiano di sensori antintrusione, di infrarossi, di fotocellule. Di ansiolitici!

Convinto di avere fatto chiarezza il signor Mirali si scostò e lentamente tornò a sedersi. Ricomparve il raggio di luce a giocare con la sua invasione.
– Lei non è una protesi, lei è dell’azienda, fa parte dell’azienda e l’azienda sono io. Lei fa quello che dico io come la mia mano prende un bicchiere d’acqua quando ho sete. Ha capito?
Non ero più sicuro di essere a mio agio, il signor Mirali lo intuì e con la sua bocca senza labbra disegnò qualcosa di rasserenante e insieme inquietante sul viso.
– Ho un incarico per lei, – mi disse.
– Bene, – mi sollevai.
– È un incarico speciale e ho scelto lei, perché ha ancora quella faccia, quell’espressione di chi non ha capito fino in fondo. Guardi neanch’io sono arrivato fino in fondo e ho quasi il doppio dei suoi anni. Pensavo di esserci arrivato vicino e invece qui è cambiato tutto, se ne sarà accorto. Io, per quanto mi riguarda, ho finito il buon senso e allora cosa faccio? Vendo. Non mi dia a intendere di essere sorpreso.
– No, sì, voglio dire, girano delle voci. C’è preoccupazione.
– Ve la fate addosso, bravi, ma io voglio uscire alla grande. Tenga.
Mi passò un foglio, una richiesta di preventivo che doveva avere da poco ricevuto. Non capivo cosa avesse di speciale. Me lo spiegò precisamente il signor Mirali.
– Lei lo sa chi sono i maggiori responsabili di furti, saccheggi, delitti, stupri nelle nostre case, per strada? Lo sa? E nei cantieri? Lo sa vero, chi si porta via tutto quel rame dai cantieri delle nostre case profanate prima ancora di essere costruite? Non lo sa? Glielo dico io: sono i rumeni.
– I rumeni.
– Sicuro, sono dappertutto, ci terrorizzano, sono dei mostri, sono violenti, non li ferma nessuno, sono i più cattivi, sono delle bestie, sono spietati, sono velocissimi. Ma.
– Ma?
– Ecco che arriva questo, – accennò al foglio che tenevo in mano. Tornai a guardare e continuò a sembrarmi una comune richiesta di preventivo, uno dei nostri moduli compilato on line e spedito per posta elettronica.
– Sa da dove arriva? – Incalzò il signor Mirali, – Da Cesena, da una villa di Cesena. Ma non è tanto la villa o Cesena. Il fatto è che chi ci abita è uno di quelli, uno grosso, uno che si è arricchito che sta bene, che si è seduto e adesso ha paura. Ha paura! Non si sente sicuro e chiama noi, capisce? Sa cosa vuol dire? Che questo è solo l’inizio.

Il signor Mirali era effettivamente calmo quando si alzò, ci mise forse troppo, perfino, ma una volta in piedi il suo metro e ottanta abbondanti e tutto il suo volume facevano una certa impressione. Dai capelli, per un attimo, gli nevicò qualcosa.

– Non voglio protesi, per questo calzo questa roba. – Mi mostrò un piede in rappresentanza anche dell’altro. Portava una di quelle scarpe che si usano già da qualche anno con sempre meno imbarazzo insieme a completi o a spezzati, doppiopetti, due bottoni, tre bottoni, con spacco, senza spacco, con due spacchi. Il signor Mirali in particolare vestiva, insieme alla sua giacca blu quasi nero, dei pantaloni grigio scuri, una camicia bianca con gilet grigio chiaro di lana o cotone e una cravatta amaranto. Sempre. Si può dire fosse una divisa d’ordinanza sulla quale, ogni tanto, in zone diverse e imprevedibili, comparivano dei piccoli aloni. Io mi ero figurato che quello fosse l’unto degli uomini che hanno fatto fortuna, perché l’avevo già visto, cominciavo a notarlo altrove.

Ora, le scarpe del signor Mirali avevano recentemente subito una mutazione: dalle classiche di cuoio nere con lacci, era passato a queste incredibili calzature che parevano, con un certo sgomento, il risultato di incroci abominevoli o di una fredda, calcolata manomissione genetica.

– Porto queste scarpe per paura. Crede che mi faccia suggestionare dalle mode? Crede che mi interessi l’apparenza? È la paura che muove tutto caro giovane.

– Mi perdoni, lei ha paura?

– Di scivolare. Ecco spiegata tutta questa gomma. Voglio rimanere con i piedi per terra. E non voglio protesi.

– Non…

– Non voglio protesi! – quasi mi minacciò.

– Ma lei è sicuro? – mi disse e non me lo aspettavo.
– Perché noi non vendiamo prima di tutto sicurezza, noi vendiamo prima di tutto paura, lei lo ha capito questo?
– Temo di sì, – risposi con sorprendente piglio.
– È la paura che muove tutto, se ne sarà accorto. Lei è giovane ma non è più un poppante, lei oramai mastica, non è vero? E allora avrà capito cosa fa andare il mondo, non è la fame, non è la bernarda, la topa o come la chiamano adesso, non sono le tette. È la paura. E la paura è la nostra materia prima. Con quella fabbrichiamo la sicurezza.
– E il Brasile?
– Lei mi fa pena. Ma sono calmo.

Il signor Mirali stava cercando di dirmi qualcosa, ne ero sicuro, ma non mi azzardai a incalzarlo, aspettai in silenzio facendogli pena, se è questo che si era messo in testa potevo accontentarlo. Non immaginava cosa invece io vedevo in quel cetaceo arenato su una scrivania di un ufficio che, per quanto di sua proprietà, altro non era che un contenitore di alluminio e formica, cellulosa e inchiostro, silicio e rame, cenere e nicotina, tutto quanto abbandonato al proprio posto.
Erano tante le cose che mi evocava quell’essere ormai lontanamente affine a un umano che avrei potuto perfino piangere, ma avrebbe frainteso e dalla pena sarebbe passato al disprezzo cosa che non mi avrebbe fatto bene.
Mi aveva chiamato, infatti, per un incarico, questo lo avevo capito e non dovevo deluderlo. Faceva così talvolta, quando vedeva affacciarsi un’occasione particolare, un cliente speciale, la leva per entrare in nuove regioni, ampliare il mercato, se ne prendeva personalmente cura e affidava il lavoro a un prescelto istruendolo, fornendogli tutte le informazioni dirette e indirette, facendogli capire, sottintendendo e sottolineando, preparandolo all’incursione.
– Ma lei è sicuro? – mi disse e non me lo aspettavo.

Il proprietario della ditta, il signor Mirali aveva labbra sottili, inesistenti, la bocca era un segno grigio tracciato su una faccia enorme, rettangolare, un box di cemento rovesciato sulla parete corta. Un discreto gozzo e grossi lobi erano le uniche rotondità. La pelle, calzata stretta sul faccione ossuto, un po’ rossa ovunque, era tracciata da capillari violacei su entrambi gli zigomi, sembravano una coppia di rammendi cuciti col proposito di tenere attaccate le guance grosse e pesanti che, altrimenti, avrebbero stracciato la faccia cadendo. I capelli neri, corti, oleosi, vecchi, cercavano di mostrarsi composti ma c’era sempre qualcosa che non andava. Una ciocca sbocciava leggermente su un lato, tendeva ad aprirsi come la cresta di un cacatua esposta a un vento caldo e amazzonico. E c’era la forfora, parassitaria, o simbiotica che fosse, a cui si erano rassegnati ormai tutti. Vestiva di un blu quasi nero, con rassegnazione. Era alto e pesante, qualcosa però diceva di un suo passato atletico, c’erano lampi di forza attorno alla sua figura che ogni tanto si accendevano ricordando quali prove muscolari, quali scatti e quanta potenza avesse potuto un tempo esercitare, tuttavia ora si muoveva lento a causa della stazza oltre che dell’età. E anche a causa di sei infarti che nonostante tutto non erano riusciti ancora a portarselo via.
– Nutro rancore ma con calma, – diceva. – Il lusso della fretta non mi interessa, la Ferrari non mi interessa; la Lamborghini non mi interessa. Mi interessa di finire bene. E con calma. Perché è facile adesso scivolare, e spaccarsi un’anca, e finire male. Invece io voglio finire bene, mi spiego? Lei è giovane e quasi, quasi mi fa pena. Solo perché è giovane mi fa pena. Ma mi creda, mi fa pena ma con calma.
Diceva così soprattutto negli ultimi tempi, stava cercando di farsi una ragione della fine, della fine dell’azienda come della sua. Nonostante questo sorrideva, pareva sereno. Stava per vendere tutto agli svizzeri e allora addio capannone e uffici, addio lavoro, addio pianura e umidità, finalmente Brasile.

La Ford trafisse il corso, fu un secondo, forse solo una frazione, il tempo sembrava si fosse fermato dallo spavento, sbalordito da quell’imprevisto cosmico che era Bob Nor quando dava forma alla sua natura inclassificabile e così capace di improvvisare. Dopo il balzo la Ford planò derapando leggermente e si rimise in asse per infilarsi nel garage del megastore le cui vetrine, inauguranti la stagione erano il suo ultimo allestimento capolavoro.
Mentre quel vecchio ferro blu Madonna rullava sui copertoni roventi nel ventre del palazzo commerciale, dove il buio e la luce gialla dei neon si tenevano compagnia, l’Audi nera dovette scontrarsi duramente con l’ordine dell’universo il quale non poteva ora essere messo più in discussione, passi Bob Nor ma un’Audi. Nel caso specifico il confine dell’universo, il muro cosmico su cui andò a sbattere l’Audi coincise quasi contemporaneamente con una BMW, una Volkswagen station wagon, una Toyota, Una delle vetrine di Bob Nor per il Nike Store che si affacciavano sul corso. Il contraccolpo coinvolse altre auto raggrumando improvvisamente il flusso urbano lungo una delle principali arterie della città. Il caos per mantenere un ordine universale.
L’Audi non ce la fece proprio ad attraversare il corso.