– Ohi.
– Ohi.
– Stiamo sorvolando Lisbona.
– Lo vedo.
– Dovremmo atterrare non credi?
– Sì, credo anch’io.
– Non è un fatto di fede, Jolly, è il piano di volo. Ricordi?
– Lo ricordo bene Jack. Ricordo anche le tette di Lorena. Che magnifica quarta. Che ragazza. Che vitalità, che suono. Che Jazz. Che improvvisazioni quelle di Lorena. E all’improvviso, puf, sparita. Mi chiedo che fine abbia fatto Lorena. E le sue tette.
– In un quartetto. Sono in cartellone a Perugia.
– Ah, l’Umbria!
– Il Jazz.
– Ed ecco Lisbona. Velocità 160.
– Carrello.
– Inserire pilota automatico.
– Pilota automatico inserito.
– Impostare angolo di discesa.
– Fatto
– Flap.
– Flap.
– Clap.
– Clap, clap clap.
– Comandi manuali.
– Motori al minimo.
– Minimo
– Ci mancherebbe.
– Controllo altimetro. Altimetro?
– Alticcio.
– Dai di gomito. Dai di gomito.
– Abbassare prua.
– Freno aerodinamico.
– Ferro da stiro.
– Polsini. Colletto.
– Amido. Amido, amido!
– Inserire inversori di spinta.
– Travestimento.
– Sezione fiati. Fanfara. Fanfara, fanfara.
– Lisbona.
– Martini. Congratulazioni.

Da “Quando eravamo freak” di Andrea Nani.

Me ne andai appresso al mio amico che puntava dritto la fine della piazza, così deciso pareva volesse decollare da una portaerei. Ecco dove eravamo, ecco la grande mossa dall’eroe quale era il mio amico John: stava prendendo il volo per abbattersi, con il fegato di un soldato semplice audace, sull’esercito maligno e nemico e orribile e grande e feroce e. Raggiunsi Giannetto appena questi si trovò a un passo dal piccolo abisso, dalla fine della pietra, dal principio dell’acqua popolata da lucide piccole barche di taglio antico. Era un altro viaggio che avremmo fatto ancora una volta insieme, io e il mio amico John. Ma quello era solo un mio viaggio, un mio film.
Stavo giusto prendendo questa serena consapevolezza quando un urto da dietro le spalle mi sbilanciò in avanti. Percepii in un istante, contemporaneamente, la materia, la massa, il caldo, la vibrazione e il ghigno della malevolenza. Infatti. Si trattava degli dei e degli eroi non rassegnati alla mancata battaglia, alla mancata vittoria. Preferendo soggiacere alla propria vigliaccheria travestita da dominante mai secondo – figuriamoci terzo o ultimo –, Valerio e i suoi Enea, Eros, e c’erano forse anche un Massimo e un Donato ma più che altro dei gregari di secondo ordine, questi ci sorpresero e ci spinsero uno contro l’altro come patetici birilli. Lo chiamavano il bowling un gioco idiota che in quella stagione era di moda nei lunghi corridoi del liceo. In verità, allora, andavano tutti pazzi per il bowling, quello vero. Avevano aperto, più di sera che di giorno, le prime sale nelle buie periferie della grande città. Poiché raggiungibili solo con mezzi propri, questi nuovi posti erano una succulenta attrazione soprattutto per la generazione di neo maggiorenni, i più ricettivi all’import che veniva dall’Ovest, più indipendenti negli spostamenti e non penalizzati dai severi coprifuoco che frustravano invece i fratelli minori, anche solo di un anno o due. A cascata, con il furore del contagio dalla nuova moda, e motivati forse dal rancore per non potere accedere ai nuovi templi del divertimento, della distruzione con un colpo solo, i fratelli minori, Valerio e i suoi, avevano inventato il bowling vivente o live bowling o tutti juing. Il gioco, come si può intuire, consisteva nel correre insieme, in due o più, serrati e accucciati a formare una sorta di palla, appunto, sfrecciare lungo il corridoio e buttare in terra il maggior numero di ragazzi in una sola corsa, o raid, come piaceva chiamarlo. Da notare che i corridoi scelti nel gigantesco castello dei supplizi che era il nostro liceo, erano quelli sui quali si affacciavano le prime e seconde classi, frequentate da inermi e sprovveduti esili, ancora incapaci di niente. Col culo per terra non si poteva far altro che rialzarsi, darsi una spolverata e far finta di ridere. Chi si divertiva naturalmente erano i Valerio, gli eroi, gli dei.
Che io sappia quel gioco non era mai stato esportato, Venezia fu il teatro della sua prima trasferta, Giannetto e io i primi birilli a cadere fuori sede, lontano, proprio là dove le illusioni della gente di pianura vanno a finire in mare. E noi ci finimmo. Io per un pelo, ma Giannetto…
Splash. “Ohhh.” “Ma siete matti?” “Guardalo! Guarda!” “Ma deficienti!” “Ah ahahah!” “Non sa nuotare!” “La gondola va a fondo!” “Cazzo, tiriamolo su”. “Via, via” “Arriva il prof.”
Ma che avevano fatto? L’avevano fatto. L’avevano buttato in acqua. Così. E io, pure asciutto, affogavo insieme a lui, lo guardavo, lui nero nel nero liquido, tra il nero del legno di barche, e allora, per non morire annegato anch’io, improvvisai qualcosa. Prima gridai “Teste di cazzo” e poi mi lanciai senza alcun rispetto sulla gondola lì davanti, anche lei gongolante. Rideva. Molti ridevano. Qualcuna, qualcuno, invece, si stava spaventando: il prof stava arrivando. E la mano del mio amico cercava qualcosa, cercava, cercava qualcosa che potevo esser io, e così lo afferrai.
“Glab-hanf … blb … haaaanf” “Tirati su, ti tiro su. Tirati su.”
“Cos’è successo?” Il prof finalmente era arrivato. “Siete impazziti? Cos’è successo?” “È caduto.” “È finito in acqua” “Scivolato”
“Anf, anf, anf anf blb” “Coraggio Jolly che ce l’hai fatta”
L’avevo tirato in gondola, era uno straccio cavato da un secchio, solo che aveva gli occhi e respirava, tentava di respirare e mi guardava. A qualche palmo dalla sponda eravamo in un frangente molto imbarazzante. Improvvisamente eravamo allo scoperto sul lato sbagliato del conflitto, proprio lì ci avevano buttato a tradimento: io che cercavo la guerra ma non sapevo quale, Giannetto che non sapeva cosa fosse una guerra. I nostri salti nell’iperspazio non ci avrebbero aiutato, eravamo una catasta d’arti e torsi fradici, umidi, e due teste confuse.
“Voi due! Venite subito fuori di lì!” Il prof, nemmeno lui ci avrebbe aiutato.
Con molto impaccio, al limite del ridicolo, riuscimmo ad approdare sulla pietra. Un semicerchio di compagni e compagne liceali ci attendeva, chi sorrideva, chi si spaventava, chi rideva scomposto. Giannetto, con i vestiti neri appiccicati al corpo più secco che magro, sembrava un cormorano incatramato, vittima di una demente marea di petrolio.
Dementi davanti a noi ridevano.
“Finitela voialtri!” Il prof cercava di mettere in riga la faccenda e darle velocemente un corso razionale e severo. “Ora voi due venite con me, in albergo, e vi asciugate. Poi telefoniamo ai vostri genitori.”
“Ciao mamma” “Ciao ciao, mamma e papà” “Ahah”
“Deficienti”
“Piantatela!”

Mi sentivo un astronauta uscito dall’aereo spaziale in avaria per dare un’occhiata al guasto senza accorgermi che il guasto era al mio compagno rimasto chiuso dentro e mi venne il terrore che potesse ripartire senza di me, che mi lasciasse fuori. Così ce la misi tutta per dare una raddrizzata, spintonato anche da quella cosa che mi si era ficcata dietro la nuca e allora pescai dal mio giovane ma fresco repertorio: – A smile for a moment pliiiiiiis – Mi stampai in faccia un sorriso pazzesco cercando di inorridire le ragazzette, ammutolire i ragazzotti e riprendermi l’amico per dargli un’aggiustatina. Ma non potevo fare a meno di sentire il fascino, l’imbarazzo, l’orrore e il germe del disprezzo miscelarsi intorno a noi, nella manciata di metri quadri che occupavamo in quella fantastica piazza, noi piccola gente della provincia pianeggiante illusa dagli orizzonti che finiscono presto in mare o sbattono contro un muro di monti. Con i piedi nel pantano. Che fossero illusioni per tutti, si sarebbe capito anni più tardi. Allora Giannetto e io avevamo delle intuizioni, amabili shock, lampi affascinanti e imprevedibili e quel modo di surfare, di viaggiare nello spazio. E io, lì, lo vedevo chiaramente che Giannetto stava per schiantarsi con i ragazzotti, con le ragazzette, con Nicoletta. Il mio amico teneva in mano i suoi manoscritti e si era piantato come un palo.
– Ecco l’altro – Lo disse probabilmente Valerio, il capo claque, il più Valerio di tutti, perché subito il micro pubblico di ragazzette e di intrepidi attaccò a ridere, ebbe un comando che lo sollevò, gli consentì di ridere e celare dietro la smorfia della derisione un intimo divertimento. Io stavo prendendo confidenza con le risa e le domai, ero bravo. Meno bravo con le minacce e i pugni, ma ero ancora tanto incosciente da essere convinto che bastasse domare e cavalcare le risa per galoppare, galoppare via ed essere imprendibile. Volevo portare il mio amico con me, una volta tanto avrei guidato io ma quello non si voleva muovere. Cominciava a spaventarmi. E così mi toccò improvvisare forte. Vedevo i pezzetti di carta nel suo magro pugno che ormai tremava per la stretta prolungata e capii che mancava poco tempo, così declamai facendo da scudo al mio amico: – Facciamo la foto, la foto del ricordo, la foto di Venezia, così che mi ricordo. Smile plìs. Sma-ill-pliiis. Mettetevi vicini, così vi prendo tutti in una volta. Bravi. E adesso smile.

Giannetto continuava a viaggiare lungo la sua traiettoria. Secondo il piano di volo, che ricalcolava in ogni istante, sarebbe dovuto giungere nell’orbita di Nicoletta da un momento all’altro. In effetti Nicoletta era proprio lì, a un passo dalla collisione. Io potevo vedere chiaramente il fascino e contemporaneamente l’imbarazzo crescergli intorno. Mi sentivo un astronauta uscito dall’aereo spaziale in avaria per dare un’occhiata al guasto senza accorgermi che il guasto era al mio compagno rimasto chiuso dentro e mi venne il terrore che potesse ripartire senza di me, che mi lasciasse fuori. Così ce la misi tutta per dare una raddrizzata, spintonato anche da quella cosa che mi si era ficcata dietro la nuca e così pescai dal mio giovane ma fresco repertorio: – A smile for a moment pliiiiiiis – Mi stampai in faccia un sorriso pazzesco cercando di inorridire le ragazzette, ammutolire i ragazzotti e riprendermi l’amico per dargli un’aggiustatina. Ma non potevo fare a meno di sentire il fascino, l’imbarazzo, l’orrore e il germe del disprezzo, miscelarsi intorno a noi nella manciata di metri quadri che occupavamo in quella fantastica piazza, noi piccola gente della provincia pianeggiante illusa dagli orizzonti che finiscono presto in mare o sbattono contro un muro di monti. Con i piedi nel pantano. Che fossero illusioni per tutti, si sarebbe capito anni più tardi. Allora Giannetto e io avevamo delle intuizioni, amabili shock, lampi affascinanti e imprevedibili e quel modo di surfare, di viaggiare nello spazio. E io, lì, lo vedevo chiaramente che Giannetto stava per schiantarsi con i ragazzotti, con le ragazzette, con Nicoletta. Il mio amico teneva in mano i foglietti manoscritti e si era piantato come un palo.

…E sentii. E vidi. Gli anticorpi facevano scudo a un pugno di ragazzette, Nicoletta si trovava in una posizione neutra, quasi accanto a Jolly il quale, inutile dirlo era lontanissimo da tutti e contemporaneamente lì. Io giunsi con qualche frazione di tempo di scarto e mi pareva di leggere tutto fuori sincro. Il labiale sul muto, le bocche chiuse sul parlato. Molto fastidioso.
– Sei tutto nero – Le battute potevano rovesciarsi e sprecarsi e in effetti credo che stesse accadendo proprio così.
– Ti sei vestito da gondola? -, ma la cosa non aveva alcun effetto, nessuna reazione, nessuna soddisfazione per quegli aspiranti ventenni. Tutt’altro: il castello di paragoni dei goliardi cattivoni stava in piedi come un grossolano capanno montato da un imbecille e gongolante scout. E cadde.
– A smile for a moment – Planai su tutta quella faccenda silenzioso come un incursore ben addestrato, e usai la voce come fosse un’arma speciale in un’azione militare. Rimisi in asse lo spazio e il tempo. Tutti mi guardarono ed ero consapevole che qualcosa di divertente li aveva colpiti mentre il capanno si disfaceva. Io ero divertente e non facevo che dimostrarlo, prima a me stesso, sempre più consapevolmente, nonostante fossi ancora, e lo sarei sempre stato, molto vulnerabile.
Giannetto continuava a viaggiare lungo la sua traiettoria. Secondo il piano di volo che ricalcolava in ogni istante, in ogni occasione, sarebbe dovuto giungere nell’orbita di Nicoletta da un momento all’altro. In effetti Nicoletta era proprio lì, a un passo dalla collisione. Io potevo vedere chiaramente il fascino e contemporaneamente l’imbarazzo che cresceva intorno a sé.

Non so che diavolo di pensieri e visioni gli passarono nella mente, davanti agli occhi, so che lo vidi accaldarsi, sudare e reprimere l’agitazione con dolore. Jolly stava soffrendo quando ancora all’interno della basilica mi disse – Ho capito.
Lo sussurrò con una convinzione che mi fece paura, teneva con fermezza brandelli di carta per il timore che volassero via, li teneva prigionieri ma li avrebbe liberati al momento opportuno. Ed ecco che da quel momento per Giannetto cominciò la ricerca del momento opportuno. Cercava segni, tangibili corrispondenze ai suoi calcoli, alla complicata costruzione di congetture senza gravità, in moto, in trasformazione, in rivoluzione: un’impossibile architettura fragile come un veliero di balsa.
– Ho capito! – mi ripeté, e mi guardò. E se ne andò. Nel frattempo la visita nella basilica era finita e le scolaresche stavano confluendo verso le uscite.
Avanzando lento verso uno dei grandi portoni, mischiato tra ragazzi e ragazze più o meno sconosciuti tra loro ma legati dal fatto di appartenere alla stessa generazione, mi sentii solo. La facciata della chiesa, vista da dentro, dava l’impressione di stare dietro una maschera.
Credo sia cominciata da lì la sequenza vertiginosa dei miei pensieri deragliati da qualcuno che non ero io, eppure non potevo che essere io. Quale ne fosse stata la causa non saprei dire, forse il digiuno, il processo caotico di trasfigurazione dei miei ormoni, lo sbalzo di temperatura tra il primo caldo della stagione e il freddo della basilica, o l’incenso che fumava come una droga aspersa e che forse solo io stavo inalando fuorilegge.
Con le spalle girate al tabernacolo, all’altare, al cuore del culto, mi sforzavo di vedere oltre le mura della chiesa imbavagliato da quella maschera enorme. Provavo disagio, sentivo la presenza di un pensiero prepotente e incommensurabile ficcato dietro la nuca ma chissà come ci era arrivato e cosa ci faceva lì? Giannetto – come era possibile? ¬¬– era ovunque mi girassi: accanto a me, in ginocchio tra due panche, in fondo alla navata, intento ad abbeverarsi all’acquasantiera, dietro Nicoletta, così vicino che lei poteva sentirne il respiro sui capelli. E contrariamente a Giannetto non capivo. L’umidità, quella luce aurea e fredda, le gigantesche figure mosaicate sulle cupole che mi giravano tutte intorno, avevo un disperato bisogno di uscire da quel sarcofago di misteri. Un messaggio luminoso e terribile si era incastrato indecifrabile da qualche parte dentro la mia testa. Forse la stessa cosa doveva essere successa anche al mio amico Jolly ma lui aveva capito. E lo vidi raggiungere Nicoletta, neri entrambi nel controluce che li investì quando il portone si schiuse per farli uscire, lentamente, con dolcezza.
Io rimasi per un poco ancora dentro, mischiato a una ressa carnosa ed ebbi paura. Vedevo tutto con quella luce dorata, i cui raggi partivano là da dove si era innestato dentro me un pensiero infinito e non mio, criptato eppure aperto alla comprensione, spaventoso e ammaliante, buio e abbagliante. Vedevo cose che non volevo vedere. Capivo cose che non conoscevo. E questo mi terrorizzava. Il mio amico era sparito oltre la maschera e non lo vedevo più, non lo sentivo più. Dovevo in tutti i modi raggiungerlo.
E mi trovai improvvisamente all’aperto, espulso insieme al magma organico ermafrodita, nella piazza-teatro. Fuori, tra quella moltitudine ondeggiante, brulicante di attori, comparse, spettatori, sparpagliata specie umana, si riconoscevano capannelli isolati, atomi di una stessa materia, che a loro volta mettevano in scena una micro rappresentazione, ciascuno con le proprie tensioni, forze, rivoluzioni. In un primo momento la visione era di tante figure sfocate, vicine tra loro, più o meno a grappoli, legate da relazioni misteriose, da logiche inafferrabili, e notai che in un punto in particolare c’era qualcosa che non andava, un disequilibrio, una instabilità dovuta a una forte carica elettromagnetica, una reazione nucleare in corso.
Delle note reggae erano spuntate come funghi in mezzo alla selva di turisti. Il ritmo in levare bisticciava con i flussi delle mie nuove percezioni informi e fluttuanti come la glassa che ribolliva nelle fantascientifiche lampade siluro appoggiate sui buffet dei tinelli, in un eterno decollo che non avveniva mai. Che razza di lampade, ma come ci erano arrivate, come esplode una moda, come decolla? E improvvisamente muore. Come il reggae. Allora, però, il reggae stava benone, ne era appena morto il cristo e quindi in giro era pieno di proseliti.
Un gabbiano strillò. Mi avvicinai per attrazione al punto, sorgente d’inquietudine ed ecco Giannetto assediato come fosse un agente patogeno, da anticorpi schierati, in giubbotti di raso e baschi neri e calzerotti bianchi, con l’intrepida vocazione di annientare agenti patogeni, virus sconosciuti, tutto ciò che fosse sconosciuto e solitario rischiava molto grosso con quella gente insaponata di provincia. Ma per quanta fosse la tensione non stava succedendo niente. Sembrava si fosse fermato il tempo e nell’immobilità mi avvicinai. E sentii.

A Nicoletta

La prima cosa che vedo sono i tuoi capelli
La prima cosa che sento è il profumo dei tuoi capelli
E improvvisamente sei tu
Interamente tu
Completamente tu
A due passi da me
Sarebbe così facile prenderti per mano
Senza pensare di morire
Ma lo penso, e ogni volta muoio.

Giannetto “Jolly” Suma

I ragazzi uscirono in silenzio un po’ disgustati, un po’ spaventati ma bastò l’aria e il sole vivo a strapparli da quella piccola brutta cavità che si stava trasformando in un sepolcro.
– Ma che ti ha detto quello?
– Non lo so, alludeva. Tutti alludono, nessuno dice mai le cose per filo e per segno. Sarebbe così facile, eppure si trova sempre un muro su cui segnare enigmi e tu che dall’altra parte devi assolutamente decifrarli, comprenderli, abbracciarli, giustificarne la crittografia. E se gli enigmi ti colpiscono, cioè sono rivolti proprio contro di te che li risolvi, solo per stenderti, per farti del male, allora ti senti in colpa per averli risolti. Che razza di sistema. E naturalmente ti senti in colpa nel caso non riesca a capirne il significato.
Ma questo Giannetto non lo disse, in verità, forse non lo pensò neanche così lucidamente, ma sentiva, questo sì, la presenza di qualcosa che inceppava i suoi formidabili salti nel buio. Qualcosa si metteva di traverso, qualcosa appunto di indecifrabile e che Nicoletta stava componendo con terrificante grazia, con una naturalezza che lo deprimeva. Rimaneva il fatto, per Giannetto, che, anche riuscendo a tradurre l’enigma dell’altro, c’era sempre il muro che non andava giù.
Un giorno Giannetto mi disse: – Ma tu come fai a buttare giù i muri?
– Li scoraggio, li demoralizzo, li deprimo, insomma li butto giù. E poi, Jolly, un muro tra, poniamo, Nord e Sud può sempre diventare un ponte tra Est e Ovest. Sicché cambia muro. Se vuoi andare a Nord, o a Sud, ti trovi un bel muro magari anche altissimo, non importa, tra Est e Ovest. Ma tu di che hai paura? Tu viaggi nello spazio, nel tempo, come nessuno sa fare e nessuno a parte me riesce a starti dietro.
– Io so classificare i minerali, conosco tutti gli strati di roccia giù, giù fino al nucleo incandescente al centro della terra,
– Sei uno che va a fondo alle cose.
– So della pressione, dello spazio, dei pianeti. E sto andando a fondo.
Ecco, lì per lì non avevo capito cosa intendesse il mio amico, pensavo desse corda alle mie spiritosaggini e invece voleva dire qualcosa di più complicato, di più drammatico, di più profondo, ecco.

– E alora? Cosa ghe te vol? Fare una pisatina anca ti? O una tocatina? Oppure te vol berte un’ombrina? Ma me par che se anca troppo presto par ti.
Giannetto stava elaborando una risposta, una qualsiasi reazione, ma l’aveva presa troppo alla lontana e finì che Nicoletta uscì dal bagno lasciandosi dietro l’eco dello sciacquone, e portando in cambio un sorriso che in quel momento imbarazzò il mio amico ma che invece elettrizzò i capelli del vecchio gommoso calco di maschio.
– Grazie mille. Mi dà anche una lattina di aranciata amara da portar via? Ne ha? Qui c’è poca luce – Nicoletta disse tutto quanto in fila mostrando quanto avesse le idee chiare, le domande di scorta, le osservazioni acute e solo apparentemente distratte e fuori luogo.
– Non ghe niente da veder – rispose svelto l’uomo.
– Ma come si fa?
– Io, non ho più niente da vedere – L’uomo si scostò gli occhialoni, pesanti come un coperchio di pietra, disseppellendo due bulbi bianchi e azzurri, sgranati, orribili e così lucenti che facevano rimpiangere certe tenebre.

– Ci fermiamo in un bar? Devo andare al bagno – pregò veloce Nicoletta.
– Va bene ma non perdiamoci.
– Facciamo in fretta.
– Tu sai dove stiamo andando?
– Dobbiamo passare il ponte di Rialto e poi nella piazza San Marco.
– Va bene, al massimo chiediamo.
– Tanto faccio in fretta, mi accompagni dentro?
Giannetto, mentre cercava la più cavalleresca delle espressioni, non fece in tempo ad acconsentire, che Nicoletta lo scosse toccandogli il braccio, lanciando lo sguardo oltre le sue spalle.
– Maschere. Guarda, sono di cuoio, sono bellissime.
Giannetto si girò e vide una vetrinetta in cui erano esposte in una fila verticale una serie di maschere, protuberanze, nasoni, squarci tondi e ovali, pieghe, rughe, gote e ghigni la cui materia tinta di nero, marrone o rossiccio sembrava effettivamente cute un tempo viva e fresca, ora scorticata e rinsecchita e plasmata sul calco della follia. Giannetto e le maschere si scambiarono appena uno sguardo.
– Dai, vieni – Nicoletta lo strattonò con delicatezza e il mio amico non poté che seguirla, confuso. Entrarono nel piccolo caffè lì accanto, sapeva di bruciato, il caldo all’interno li schiacciò. Gli arredi erano in acciaio e formica verdastra, era piuttosto spoglio e spigoloso, angusto, sembrava di stare dentro una vecchia moka. Sul bancone c’era una gondola di plastica nera, appoggiata su di un centrino fatto a mano di cotone grezzo e consunto. Il modellino, una replica di folklore seriale, era una sorta di salvadanaio per le mance ma non dava l’idea di straripare denaro, sembrava più un segna posto di qualche gioco di società. Giannetto avvertiva un’assenza, sentiva la mancanza dei dadi, qualcuno che lanciasse i dadi e facesse avanzare quella pedina, la vita là dentro, in quel locale. La vita invece entrò dritta nella sua toilette, una breccia aperta dal sorriso di Nicoletta, dalla sua aura brillante, seguita dalle nubi nere che inquinavano invece quella di Giannetto. Il quale rimase nella poca luce che c’era, fermo a fissare la gondola in secca, le stampe appese ai muri color alga, stampe di quella incredibile città sull’acqua, grosse cartoline imbarcate dall’umidità, in bianco e nero, con scorci, palazzi, piccioni, canali, fotogrammi di un antico film muto.
– Kossa ghe te prende?
Giannetto si voltò un po’ in allarme e si vide di fronte un mezzo busto che affiorava dalle ombre, trincerato dietro il banco. Apparteneva a un piccolo uomo che stava finendo di scontare l’età adulta per incominciare a vivere un’esistenza da maschio anziano, bianca, inutile e piena di livore. Tuttavia sembrava essere da sempre incastonato in quell’età, che non fosse mai stato ragazzo, o bambino e che piuttosto che invecchiare decrepito avrebbe commesso qualsiasi pazzia ma per il momento riusciva a rimanere immobile nel tempo. Indossava grandi occhiali scuri con una spessa montatura, che lo rendevano ancora più minuto di quello che era. I capelli, ridicolmente riportati, coprivano la calvizie come un calzino bucato che, invece di vestire il piede, ne scopre l’alluce. Ma la rigidità di quell’uomo non faceva ridere. Sul viso gommoso color ambra, segnato da rughe sottili, rasposo di una barba nascente e già vecchia, era steso e gonfio un grande cerotto bianco che ne copriva la guancia, la medicazione di qualcosa di complicato di cui, però, il piccolo omino in giacchetta e dolcevita maròn non si curava, sembrava anzi esserselo dimenticato addosso. L’uomo era piccolo e nonostante gli occhiali scuri ne impedissero la vista doveva avere degli occhi maliziosi e forse anche pericolosi.