La pasticceria Carrér era a un paio di isolati dal St Hills e a un paio dall’agenzia, la Paul Niente Detective. Strano a dirsi non ne avevamo mai sentito parlare. A dire il vero sia Qual che io non andavamo pazzi per i dolci, eravamo più orientati sull’amaro, tra tutti, naturalmente, l’Amaro Rancore.
Il negozio era grazioso, il rosa dominava su tutto, dall’insegna all’esterno alla tappezzeria e gli arredi dell’interno; la vetrina era occupata con gusto da torte ben fatte, e dolci in confezioni colorate di quel rosa che oramai conoscevamo molto bene. Di grazioso e di rosa dietro al banco c’era anche la commessa in divisa Carrér, che ci accolse con un dolce sorriso.
All’ultimo dlin della porta che si chiudeva dietro di noi Qual sussurrò spietato: – Centoquarantaduemila euro -, gli diedi un’occhiata e guardando fisso la giovane donnina in rosa continuò acido: “Il canone annuale d’affitto”.
La commessa ci disse invece – Buongiorno –, tradendo ora un’ombra di disagio. Quando ci mettevamo Qual e io sapevamo creare energie disagevoli, per non dire negative.
– Ok dolcezza, il tuo capo?
– In questo momento non c’è, posso aiutarvi io? – A disagio ma molto professionale, molto mestiere.
Qual diede un’accelerata alla faccenda:
– Sicuro che ci puoi aiutare, dolcezza non ci dispiacerebbe sapere un paio di cose.
– Riguardo al fruttosio? Al maltilolo? All’aspartame?
– Cosa?
– Al Glutine?
– Niente glutine.
– Allora allo strutto!
– Signorina, non…
– Qual, lascia parlare me.
– C’è qualcosa che non va? – la commessa era decisamente a disagio, – Qualcosa con le allergie? Intolleranze? Uno choc anafilattico? Avete trovato un gambero nella torta? Vi avverto!
– Signorina…
– Potrei contenere tracce d’arachidi!
– Signorina…
– E SOIA!
– Si calmi.
– Vado pazza per le arachidi…
– Vorremmo solo qualche informazione su delle consegne negli ultimi giorni, c’è un registro con gli indirizzi e i nomi dei clienti?
– Ma… chi siete? Voi non potete…
– Siamo agenti investigativi, detective privati.
– E potete?
– Quando ci sono di mezzo degli omicidi tutti possiamo, anche lei ora può farci dare un’occhiata a quel registro, non crede?
– Omicidi? … Mio dio… ma io non…
– O VOGLIAMO PARLARE DELL’ASPARTAME?
– Qual, per cortesia.
La signorina, gentile, professionale, molto a disagio, ora trattenuta a stento da una crisi di panico, ci passò il quaderno con gli indirizzi delle consegne. Sfogliammo, trovammo l’indirizzo della vecchia di Olgyate, di Ligea Martino e nell’ultima pagina notammo quello di Ivonne Esposito.
– Ivonne Esposito…
– Dove l’abbiamo già sentito?
– Mmh…
– Ma sicuro! Arlette Day e Ivonne Esposito, le amiche della signora Del Vecchio.
– Paul!
– Cosa?
– Guarda qua – sul banco, vicino alla cassa c’erano alcuni depliant di viaggi.
– Agenzia Rimes… Nuova Viaggi, la cui titolare è la vecchia di Olgyate! di nuovo lei…. Direi che qui le prove abbondano come lo zucchero in un diabetico. Signorina, la ringrazio, è stata molto collaborativa, e molto gentile. E ora, prima che la panna si smonti, o che la torta bruci, o che le uova si rompano, o che…
– Paul.
– Addio.
Uscimmo e ci dividemmo. Senz’altro c’era da andare a trovare la Esposito ma a Qual era cascato l’occhio su un nome nel registro: anche la madre di Miriam Moore, la campionessa di rally era a rischio di seccarsi come neanche tutto il burro cacao del mondo avrebbe potuto farci niente. Sicché: uno di qua, uno di là.

– E questo? Da dove arriva? Che ci fa qui?
– È un biglietto. Da visita. Di una pasticceria, tra l’altro non tanto distante dall’ospedale. Non ci sono mai stato ma mi ha incuriosito. Mi piacciono i dolci, lo confesso, spero non sia un crimine.
– E se non è mai stato nella pasticceria, il biglietto come l’ha avuto?
– Come l’ho avuto? ehm, questo forse…
– Avanti, trovarobe! Parla! Confessa! – A Qual piaceva incalzare.
– D’accordo, d’accordo, non credo che andrò al patibolo per questo. L’altro giorno, mentre giravo per i corridoi del St Hallis, sono passato anche davanti alla stanza del Del Vecchio, la porta era aperta, sicché dal corridoio potei vedere la sedia, così entrai. Il Del Vecchio non c’era, c’era la sua roba, forse l’avevano portato a fare delle analisi.
– La sedia?
– Già conoscevo le viti di quel tipo di sedia erano esattamente quelle che mi servivano per montare un pannello alla TVH, variante 2… ma questo immagino non vi interessi.
– Immagini bene, continua! – Come incalzava Qual, ce n’erano pochi.
– Ebbene, mentre svitavo fui attratto dal rosa del biglietto che era appoggiato al comodino, lo lessi, ne fui sempre più attratto e me lo misi in tasca, col proposito prima o poi di andare a vedere questa pasticceria Carrér.
Improvvisamente, come Theo Bloomfield, misi insieme pezzi presi da posti diversi e tempi diversi, solo che il pezzo era identico in tutti e tre i casi, lo stesso nome, lo stesso logo e il quadro che ne ebbi mi portò a un’altra pista: la pasticceria Carrér
– Maledizione!
– Paul?
– Rammenti la vecchia di Olgyate, la titolare dell’agenzia di viaggi? La prima delle secche? Nel servizio che vidi quella sera all’Oliver, c’era qualcosa che già la seconda delle secche mi aveva ricordato, ma non sapevo esattamente cosa. Ora lo so: un pacco confezionato con la carta della pasticceria Carrér. Liega Martino si era fatta recapitare un dolce dalla stessa pasticceria. E qui abbiamo un biglietto da visita, sempre Carrér, in possesso, ehm, sottratto al marito di una donna anziana e scomparsa.
“Tre più tre uguale Carrér
– Maledizione!
– Qual?
– Miriam!
– Qual?
– Miriam è la signorina da cui ho recuperato la presina con i file del caso Effe. Ricordi? l’abbiamo incontrata proprio davanti al St Hallis.
– Ricordo, e allora?
– Anche lei ha una madre, prossima a festeggiare il suo settantanovesimo compleanno con una torta… indovina?
– Della pasticceria Carrér. Mmh, tre più tre fanno Carrér ma quattro più quattro fanno ancora più Carrér.
– Andiamo.
– Addio Theo Bloomfield. Un’ultima domanda: cosa le fa pensare che sua madre sia ancora viva?
Sorrise, i capelli spaventosi e tutto il liso che indossava parvero irraggiare serenità e compostezza. Disse:
– Niente.

– Che piano?
“Ecco, stando allo sportello intercettavo le pazienti tra i settanta e gli ottant’anni. A queste donne che venivano per prenotare i loro esami radiologici proponevo date impossibili, scaricando la responsabilità sull’organizzazione e il mal servizio dell’ospedale. Sicché alla reazione inviperita delle pazienti impazienti, sfacciatamente, offrivo loro un’alternativa, glieli avrei fatti io a un costo quasi nullo e in tempi brevissimi: massimo due, tre giorni contro i venticinque, trent’anni del St Hallis e di tutti gli altri in cui ho lavorato. Certo gli orari erano un po’ insoliti e scomodi: o nell’ora di pranzo, o di sera, anche fino a mezzanotte. Ma sempre meglio che tirare le cuoia prima.
– Lei? Qui? E come?
– E veniamo alla seconda parte del piano. Stando negli ospedali, trovavo il modo di aggirarmi senza dare nell’occhio vestendo i panni di medico, o infermiere, o tecnico di laboratorio, o semplice inserviente.
– La piccola scuola di Lugano – dissi.
– Aha! Quindi anche quello che ha indosso è un dannato travestimento, e quella è una miserabile parrucca! – disse Qual.
– Niente affatto – disse Bloomfield, e proseguì, – Voglio dire che solo così, piano, piano, con pazienza e meticolosa precisione ho potuto portare via dalle varie cliniche, pezzo per pezzo…
Si interruppe pensieroso.
– Sì? – provai a scuoterlo.
– Un momento, vi faccio vedere. Se volete seguirmi.
– Anche in Messico a questo punto – incalzò nervoso Qual.
Attraversammo il corridoio buio in fondo al quale Bloomfield accese un altro “bengala” che oltre alla luce improvvisa, bianco azzurra, portò il ronzio dei neon, arrivava da tutte le parti, c’era luce ovunque e questa volta non baluginava, persisteva. Sulla destra si apriva una porta che dava in una specie di camerino, un piccolo spogliatoio, con una panca, un appendi abiti ma niente specchio. Ci passammo attraverso uscendo dalla seconda porta intelaiata sul lato opposto, che apriva invece in una sala con… beh lo spettacolo fu decisamente forte.
– Ecco qua.
– Per tutti i mutui!
C’erano gigantesche macchine con pedane e letti in acciaio retrattili in cilindri, o fissi sotto enormi piastre agganciate a bracci meccanici, una postazione con monitor, comandi, leve, contatori, rilevatori, e altri accidenti. Tutto quanto era montato, avvitato, saldato, accrocchiato con aliena disinvoltura, ardimento e grande spirito di ricerca, forse era meglio dire: disperazione di ricerca.
– Accidenti – dissi.
Una delle pareti era luminosa ed era completamente coperta da schermografie, radiografie, di cui si vedevano evidenziate tutte le patologie. Era quello il suo cammino percorso verso la conoscenza.
– Non sto facendo niente di male. A nessuno. Anzi.
– Devo ricredermi su qualche punto, sì. Qual prendi nota: Bloomfield, St. Hallis, radiografie, anziane, omicidi… niente.
“Tuttavia anche a lei ammetterà di avere scelto una strada piuttosto difficile per trovare sua madre non crede?
Il cammino è la zampa lastricata di lardo che torna in principio.
Disse quell’uomo, mezzo medico, mezzo ingegnere, mezzo trasformista, mezzo figlio, mezzo di tutto.
– Cos’è? Riesce ad assemblare anche gli aforismi?
– Metto insieme le verità. A volte sono così… così diverse, eppure trovo un modo per metterle insieme, ma non… – s’incupì, – …manca sempre un pezzo…
– Sì, capisco cosa intende. Bene, direi che qui non abbiamo più nulla da fare, Qual.
– Non c’è tempo per una tac?
– Non c’è.
Ed ecco che mi cadde l’occhio sul pezzo mancante: sulla piccola scrivania in radica col piano intarsiato in camoscio, stava un cartoncino rosa, un rosa che avevo già visto, sicché mi avvicinai, e capii: Pasticceria Carrér. Dolci dolci dolci.

L’atrio era buio, e il resto dell’appartamento era tutta una penombra. Ci accomodammo in quello che doveva essere un salotto, ma sembrava più una sala d’attesa, dalla inaspettata aria domestica. Un salotto d’attesa. Qualche sedia e tre poltrone scombinate erano addossate in fila contro le pareti; al centro un tavolino basso sul quale era ancora posato il vassoio con teiera, due tazze, zuccheriera, e alcune fette di limone adagiate su un piattino, ma non era un piattino, era un vecchio portacenere in plastica, dai bordi alti, con stampato ai lati il marchio di un vermut non più in produzione da anni. Il servizio da tè era un collage di pezzi che nulla avevano a che fare gli uni con gli altri. I piattini delle tazze per esempio erano dei sottobicchieri del Pub Manilandon, a due isolati dall’Oliver.
Abituandoci al buio e guardandoci intorno, notammo che tutto quanto si trovava in quella stanza, e presumibilmente in tutta la casa, proveniva da posti e tempi diversi, scollegati tra loro. C’era una monstera accanto alla finestra senza tende e con le tapparelle quasi completamente abbassate, una pianta dalle foglie enormi aggrappate a un bastone ricoperto di muschio, la sola pianta nella sala, l’unica cosa che poteva abbinarsi a un’altra specie senza problemi di coerenza estetica. Invece era sola. Come Theo Bloomfield, che dell’estetica non si dava alcuna pena.
– Sedetevi, intanto metto via queste cose.
Uscì con il vassoio e tutto quanto e sparì nel corridoio in fondo al quale poco dopo si accese all’improvviso e per qualche secondo una luce, tipo “bengala”. L’alone di chiarore arrivò fino in sala. Vista a colori, era ancora più evidente e grottesco quell’effetto patchwork. Anche i muri erano dipinti con cromie incongruenti.
Tornò il semibuio e anche Mr. Bloomfield, portava cartelletta lisa e sdrucita come tutto quello che indossava, come la pelle sciupata del viso e delle mani, per non parlare dei suoi capelli.
– Ecco, questo sono io. Qui c’è tutto quello da sapere di me. Il resto ve lo posso solo raccontare, e voi potete solo credermi. Oppure no.

Accendemmo contemporaneamente io il computer e Qual la radio, prima di infilarsi nell’angolo sandwich & cocktails. Avevamo anche un forno ma per lo più mangiavamo freddo: pollo freddo, pesce crudo freddo, roast beef all’inglese freddo, formaggi, insalate, frutta, pane, tutto freddo. Avremmo potuto passare per gente vendicativa con tutti quei piatti freddi e invece non era così, anzi, sembrava che altri ce l’avessero con noi a cominciare da Filona Waller. E di chi era la voce che gridava alla radio mentre Qual frullava, e io leggevo gli ultimi tweet, che riportavano tutti la notizia di una…
– “…anziana trovata morta questa mattina nel quartiere residenziale Parlo Alto4! Il cadavere orribilmente essiccato, dissanguato apparentemente con la stessa tecnica applicata alla donna di Olgyate, fa pensare all’opera di uno stesso omicida. Dannato psicopatico seriale, infastidito questa volta da donne ottuagenarie. E il prossimo? con chi ce l’avrà? CON CHI? CON CHI?A CHI TOCCHERÀ?! Alle claudicanti? Alle monche? Alle sorde? ALLE SORDE?
– Filona Waller… ma perché urli sempre. Tuttavia, anche se è improprio definire due episodi una serie, la particolarità della tecnica usata fa effettivamente pensare al medesimo esecutore.
– Come dici Paul?
– Leggo i primi commenti a questa faccenda. Ok, cerchiamo di fare un quadro: il St Hallis dà appuntamenti in date irraggiungibili. Un trasformista che si aggira per l’ospedale, prima in camice e poi in completo liso con valigetta, pettinato da Don King a suon di destri di Foreman e sinistri di Clay. Molto sinistro. Molto sospetto. Tanto più se è proprio lui che, allo sportello, si occupa delle le prenotazioni.
– Ricordi cosa diceva la vecchia in coda? “Io sto male adesso!”
– “Cosa vuole che viva ancora 35 anni!”
– E tu l’hai seguito fino al quartiere dove la notte stessa è stato commesso il secondo omicidio.
– Dovremmo sapere se è mai stato anche a Olgyate e… Un momento!
– La signora Del Vecchio!
– E le sue amiche!
– E la Bentley!
– Cosa c’entra la Bentley?
– Ho notato che tira un po’ a sinistra, stamane, sarebbe bene fare un tagliando.
– Sta bene.
– Stamane.
– Magari domane. Ora dobbiamo fare un piano.
In quel preciso istante squillò il telefono. Rispose una voce che conoscevamo bene. Fummo sospresi, sollevati, ma questo ci ricordò che eravamo preoccupati, sicché tornammo immediatamente a preoccuparci.
– Sono Palanco.
– J.J.!
– Siate prudenti. Andateci piano.

Eravamo al sicuro nel nostro ufficio, l’auto nella rimessa, le meningi si stavano scaldando il giusto, pronte per dei bei ragionamenti, o delle semplici associazioni, anche complicate, o contrapposizioni, o supposizioni, o fantasticazioni, o…
– Ok vediamo di capirci qualcosa.
– O meno di niente, Paul.
– Se proprio vogliamo essere negativi. Ma io mi darei qualche chance. Guarda cosa ho trovato nell’appartamento della vecchia afrodite.
Passai a Qual il foglio della prenotazione, una radiografia al St Hallis nel gennaio 2098. Il 6 gennaio.
– Il giorno della befana? Molto divertente.
– Già. Santo cielo, ma che cos’era quella donna? Avrà avuto ottant’anni ma la carica erotica di una giovane femmina in amore.
– E avete… c’è stato del tenero? A giudicare dalle condizioni in cui l’ho vista stamane, se mai avesse avuto del tenero s’è le giocato tutto in una notte. Come diavolo l’hanno ridotta.
– Non so cosa sia successo, sono svenuto sul letto, sarà stato il terrore delle malie di quella… o un colpo di coda dell’Oliver, o il segno del jujitsu, o tutto quel sugo, il mix di aromi, Gesù, non so che diavolo mi sia successo. Anche ora non mi sento del tutto in forma… la mia testa…
– Ci vuole un bourbon con banane frullate e mezzo dito di vodka. Se non schianti ti rimetti in un baleno.
– Non basterebbe del bicarbonato?
– Forse, ma ti perdi l’occasione per un drink di primo mattino.
– Ok, vada per il drink.

Saltammo in macchina, Qual mise in moto, un bel rombo pesante, elegante, alto, ricco di piombo e benzene, irresistibile richiamo per fisco ed ecopolizia. Risalimmo la rampa anonimi e discreti come un Luigi in fuga su carrozza reale.
– Sai, Qual, a volte quest’affare mi dà l’idea di essere eccessivo, non mi sembra che ci aiuti nel nostro lavoro.
– Ah no? Sta’ a vedere.
E schiacciò. Oh, come schiacciò. Sparati fuori dal piano garage, decollammo. Non so come, riuscì a sterzare mentre eravamo ancora sollevati dall’asfalto. La Bentley, senza neanche derapare volse in un istante ortogonale il muso a destra e le quattro ruote si aggrapparono alla strada con piglio felino. Tutto un filino eccessivo, continuavo a sostenere.
– E ora leviamoci d’attorno.
Lasciammo il palazzo dietro le nostre spalle e due belle strisce nere molto eleganti sulla strada. La cosa buona in quell’uscita di scena barocca era che la troupe televisiva si trovava sul lato opposto dell’edificio e non si accorse di noi. Mi parve di sentire le grida di battaglia, l’assalto alla notizia capitanato da Filona Waller. Che donna, che ostinazione, che tempismo. Puntualmente in anticipo, sempre, su tutti. Tutti tranne la Paul Niente Detective, naturalmente.
Attraversando quei canyon di periferia urbana Qual accese il suo calcolatore neuronale, non riuscì a farne a meno. La scuola di Tahiti doveva essere stata davvero dura. Dura ma esatta.
– Provi una profonda stima non è vero?
– Paul.
– Spara.
– Duemilanovecentoventinove.
– Euro metro quadro?
– Euro metro quadro.
– Niente virgola?
– Virgola trentatre.
– Ah, beh.

– Paul
– Uhhn…
– Sono io, Paul, coraggio, tirati su.
– Dove…
– C’è un’aria di guai che neanche a Guadalcanal con Pizzul fuori campo che dice quello che dice e poi dopo noi si perde matematico. E gli affitti toccano picchi scandalosi. E le rendite di posizione si.
– Che è successo?
– Mi piacerebbe me lo raccontassi tu. Pare un party vizioso con morte sfiziosa, frutta secca e cronaca nera, lucida e roboante. Ma di sangue neanche una goccia. E questo è strano.
– Che stai dicendo? Uhhh, che male alla testa…
– C’è una vecchia rinsecchita di là e tutto sparso in giro, biancheria, pizzi, cose sexy, profumi, tanto tanto sugo e, cosa incredibile, pacchi di assorbenti.
– Ligea… Ma tu che ci fai qui?
– Non lo so, ti è partita una chiamata al nostro numero d’emergenza. Non rispondevi, non si sentiva un accidente di niente. Sicché ti ho geolocalizzato. La Bentley poi mi ha dato una mano a fare in fretta.
– Gesù. E dov’è la…
– In cucina. Fa un po’ impressione. Vieni dobbiamo andarcene, sta arrivando la Waller e i suoi, li ho visti dalla finestra. Come diavolo farà ad essere sempre così sul pezzo.
– Ok, filiamo via di qui. Fammi solo dare un’occhiata alla donna.
– Donna… Non è rimasto molto di quello che era. Sembra più una scaglia di zenzero disidratato.
– Ligea… Santo cielo, che le hanno fatto… Ma… di’, Qual, ti pare più zenzero o mango?
– Mango?
Sentimmo allora le grida di Filona Waller infrangersi contro le mura dei palazzi fuori, penetrare negli atri, negli ingressi, nelle trombe delle scale, incitava la truppa a seguirla, capitano, pistola alla mano, in testa alla sortita, finale di battaglia: odore di vittoria.
– Andiamo, Paul, ci manca solo la copertura aerea contro.
E arrivarono gli elicotteri. Uno, per la verità. La corrente improvvisa portata dalle pale e dai rotori dell’apparecchio spalancò un paio di finestre, fece sbattere qualche porta volarono delle cose. Corsi per le stanze a riprendere le mie cose, assicurandomi di non lasciare niente che potesse far risalire a me. Quando tornai in camera vidi sul letto il foglio intestato St Hallis, finito lì a causa di tutta quell’aria spostata. Me lo infilai in tasca, non prima di avere notato una strana data: 2098.
– Ma che razza di tempi si danno al St Hallis? 40 anni d’attesa per un esame?
Eravamo già in ascensore discendevamo negli abissi più profondi dell’agglomerato umano, sintesi di socialità contrappunto dell’individualità, periferia verticale…
– Piano garage. La Bentley è qui fuori. Facciamo attenzione.
– Ok. Qual… a proposito del mango.
– Sì?
– No, niente.

Ripresi i sensi steso su di un letto profumato di malva e luppolo. Fu quell’amalgama di odori che mi fece rinsavire. O l’odore di sugo di carne che adesso sentivo sempre più prepotente provenire da oltre la porta della stanza in cui mi trovavo. Insieme a esso entrò in camera una donna. Anziana. Senza ombra di dubbio anziana, sui settanta, ottanta, centodieci. Centoquaranta… Centossessanta! Accosti.
Eppure. C’era qualcosa di inaccettabile, di inspiegabilmente giovane in lei: la postura, la camminata, il sorriso, la malizia dello sguardo, il turbamento, qualcosa agli ormoni, il movimento delle anche. Tutto inaccettabile. Profumo di giovinezza in corpo, non d’un’Eva, ma d’un’ava grigia, vecchia, ossuta, consumata, usurata, lisa.
Portava un piatto fumante, da sdraiato non potevo vederne il contenuto, ma quando si sedette sul letto accanto a me e mi disse – Buonasera – mentre provava a imboccarmi, vidi gli spaghetti lattiginosi, spessi come corde, aggrovigliati in un molle zuccotto e coperti da un gigantesco capezzolo di salsa, di un rosso vermiglio identico a quello delle sue labbra, avvizzite ma assurdamente sensuali, tanto conturbanti quanto repulsive. Indossava una veste verde basilico, sbracciata, scollata, morbida. Non potevo credere a tutte quelle rughe. Allora dissi.
– Cerco un uomo.
– Oh come mi dispiace.
– Non…
– Non mi fraintenda, non lo dico per lei, ci mancherebbe. Lo dico per me. Non sa come mi dispiace. Non creda che mi capiti tutte le notti di portarmi un maschio in casa. E vado a trovarmi…
– Non intendevo dire…
– Ma la prego, si rifocilli, le hanno dato un sacco di botte, quello che le ci vuole è un bel piatto di pasta. Mangi, le fa bene, vedrà come si rimette. È una fortuna che sia rientrata a quest’ora. Quei giovanotti in mezzo alla strada, proprio qui davanti, non so che gli è preso appena mi hanno visto: uno ha iniziato a vomitare, gli altri è come se fossero andati in corto circuito, hanno subito smesso di malmenarla e se le sono date tra di loro, allontanandosi piano piano senza staccarmi gli occhi di dosso, e il loro amico dietro piegato in due, sussultando per i conati.
– Dov’è il mio soprabito? Devo anda… Uhu!
Provai ad alzarmi e non fu una buona idea, tutto il mio corpo me lo rimarcò gridandomi “idiota”. L’urlo mi rimbombò con dolore nella testa, che riaffondai nel cuscino tra la malva e il luppolo. E il sugo.
– Le metto un altro cuscino sotto la testa. Così. Mandi giù ancora una forchettata, non si preoccupi del suo soprabito, può fermarsi qui stanotte. Mi dispiace per il suo uomo. E non sa quanto dispiace per me.
– Ma non capisce.
Mi guardavo intorno in cerca di qualcosa che mi placasse i nervi, una soluzione.
– Vuole una fetta di strudel? È molto buono, l’ho comprato stamattina. Ho ordinato ieri e me l’hanno portato stamattina, è fresco.
– La prego…
– Senta… Oh, non ci siamo presentati, piacere: Ligea Martino.
– Paul Niente. È una fortuna che non si chiami Giulia.
– Molto piacere. Ma perché dice?
– Niente, niente.
– Sente caldo Paul? Forse è vero, forse fa un po’ caldo, ma non è più un problema mio, da quando… mi è tornato il sangue freddo… Paul… E ora sono calda il giusto… Paul…
“Proprio non vuoi che…
– Gesù…
Oblio. Ma prima che diventasse tutto nero lo sguardo, che tentava di fuggire – almeno lui – si imbatté su un foglio appoggiato alla cassettiera proprio dietro di lei, Ligea, feci in tempo a riconoscere l’intestazione del St Hallis, e svenni.

– E adesso? – pensai, – Che razza di quartiere è questo?
Sul bordo di uno stradone che ne incrociava un altro, meno tronfio ma insidioso, c’erano tre relitti d’auto nere carbonizzate, i vetri esplosi, i pneumatici sciolti, sembravano tre denti cariati marci in una fila di altri meno guasti ma nemmeno tanto sani.
Sul lato opposto niente macchine parcheggiate. Un marciapiede largo come una banchina per panfili faceva da piattaforma a una serie di sedie e tavolini, piazzati di fronte a una lunga fila di locali, inspiegabilmente deserti, alcuni chiusi, qualche anima sparpagliata, immobile, seduta.
Tutta quella vista, quel vialone sembrava il letto asciutto di un fiume morto. Qualche resto organico ancora palpitante che ne avrebbe avuto ancora per poco. Agli argini si alzavano palazzi di una quindicina di piani, le cui facciate erano infestate da parabole, nodi tumorali, escrescenze malate di alberi neri, morenti. Silenzio.
– Ehi, uomo, lo sai che giorno è oggi?
Qualcuno alle mie spalle gridò.
– Oggi è mercoledi.
Un’altra voce rispose, sempre alle mie spalle.
– Ma è più che mercoledì.
Una terza voce ancora.
– Oggi è il giorno del ju jitsu.
La quarta voce.
Mi girai, vidi quattro maschi Alfa, Beta, Gamma, e Delta, tesi, nervosi, smaniosi, molto in forma, corpi sani fuori da menti poco sane.
– Uscite ora tutti dalla palestra, o state andando dallo psichiatra?
– La palestra la facciamo ora. La facciamo con te. E dallo psichiatra ci andrai tu dopo che ti avremo smontato e rimontato la testa tutta sbagliata. Conoscerai il giorno del ju jitsu. Oh se lo conoscerai.
– Mi dispiace, io il mercoledì ho danza – dissi, mi rigirai e iniziai a correre, ma l’Oliver non è esattamente un integratore, un esaltatore di fisicità, un aumentatore di velocità, e i quattro mi presero dopo una dozzina e mezza di metri.
– Ok siete quattro. Chi è il quarto uomo, quello che guarda.
– Non c’è nessun quarto. Siamo tutti primi.
Un boato di entusiasmo esplose da centinaia di appartamenti tutto intorno, suonarono allarmi, trombe da stadio, fremettero le parabole, pure le auto incendiate mi parvero esultanti invece che inerti carcasse.
– Deve avere segnato qualcuno – provai a prendere tempo.
– E ora segniamo te. – Ma il tempo mi sfuggì di mano.
– Qualcuno di molto amato nel quartiere – provai ancora.
– Noi non amiamo nessuno. – Niente.
Andò che loro ju jitsu e io danza: fox trot in particolare, ero molto abile, in questo l’Oliver aiuta, sì, aiuta. E poi sapevo i passi, passi segreti della scuola di Chicago e per un po’ tenni loro testa, finché il quarto uomo non tirò fuori reminescenze di samba e mi sgambettò. Caddi e mi furono addosso. E così conobbi il maledetto ju jitsu.