E i fischi di gioia arrivarono. Ero là di fronte a tutti, solo in piedi, le bracciate aperte come un cristo che muore fermo nel suo abbraccio, e i fischi gli applausi, le grida mi strapparono dal palco, dalla parte, dal buio, dal ventre della madre, dalla buca di serpi, dal dente di satana, dalla mano ruvida del cardinale. Ero vivo, ero mortale, ero finalmente come tutti.

Il maestro Rofo mi notò.

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Mi contorcevo come il laocoonte gridando supplice giammai. Dietro le quinte il Maestro Rofo mi scrutava l’animo mentre io sul palco a fare gesti ampi, a teatrare, a gemere verso le luci, i faretti che dall’alto piovevano zuccherine luci colorate. Al terzo o quarto perché o orsù, non ricordo bene, il Maestro Rofo soffiò nella cerbottana e mi piantò un aculeo sul tallone, allora sì gridai porca puttana. Vi lascio immaginare gli applausi che seguirono, anche ingiurie, ma anche molti applausi. Mi arrivò uno stivale in faccia che rovinò un primo accenno di sorriso. Tutto sommato fu una grande lezione.

Il Maestro Rofo un giovedi mattina si ricordò di un debito di gioco e si volle rifare: puntò sul verde Torres una collezione intera di Tex, una di Zagor e quattro G.I. Joe tutti con la barba. Vinse Zagor. La radio in quel momento trasmetteva un messaggio del presidente Roosvelt ma troppo in fretta, non si capì nulla. Quando giunsero ventotto discepoli alla soglia della sua casa non ci stettero e osarono dirlo. Ciascuno timidamente ma ventotto voci timide fanno un’esclamazione. Così il Maestro Rofo si mise un abito sportivo e sgommò su di loro mentre la radio cantava Giacobbe su un disturbo di risa.

Questo è quello che ricordo.

Il maestro Rofo una mattina rimase a lungo ad osservare le ocalee del suo giardino. A una manciata di minuti prima di mezzodì, estrasse il falcetto da sotto il suo trench e decapitò corolle blu sostenendo la necessità del Curaçao nelle prime ore del meriggio. Studiai per anni quella lezione. Non fu facile con tutto quel blu, ma ancora oggi non mi capacito di quanto risi.

Il Maestro Rofo soleva dormire su di un letto di rovi e trenini elettrici. Il Maestro si levava la mattina in orario, graffiato, e soleva dire: “Meglio un letto senza more che un letto senz’amore”

Allo sventurato discepolo che chiedeva: “E i trenini?”, il Maestro Rofo soleva levare forte una bastonata sull’inguine. E di questo io, state sicuri, ne risi, ne risi.

Il Maestro Rofo disse: “Per essere comici bisogna essere cattivi”

Risi.

Il Maestro Rofo disse: “Per essere dei bravi comici bisogna essere molto cattivi”, e si infilò un guanto.

Risi forte.

Il Maestro Rofo disse: “Per essere dei grandi comici bisogna essere molto, molto cattivi” e mi colpì in bocca.

Mi sganasciai.