Ho preso le chiavi stasera

Ho chiuso la porta con calma

La luna nascosta codarda

Guarda la città e guarda me

 

Mi chiudo nell’auto appannata

Il freddo malato mi frena

Per un attimo il sangue gela

Accendo il motore, le luci e il mio cuore

 

La radio canta nel buio

Ricordo una ragazza in provincia

I piedi nudi, veloci sull’erba

C’è ora sul prato una banca

 

La radio canta per me

Sembra sapere la storia

Sembra sapere la strada

Sembra sapere perché

 

Ricordo le lotte e le risa

L’odore di sapone e di pulito

L’odore di provincia e di prato

C’è ora un portacenere pieno

 

Un’altra serata mi aspetta

Forse una donna profumata

Che ha dimenticato rimosso

Cancellato il passato

 

Proveremo a bere qualcosa

Proveremo a dire qualcosa

Proveremo forse anche a fare

Prima di entrare rileggo la parte

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L’appuntamento – 5.

Il boia dietro al banco si mise al lavoro immediatamente, senza più badarmi. Così ne approfittai per andare a pagare, all’altra estremità. Mentre superavo tutti, buttai lo sguardo al mio tavolo dove era seduta la mia bionda. Com’era bella, cristo, com’era bella. A quella distanza potevo tranquillamente chiedermi cosa ci facesse insieme a me, non se ne sarebbe accorta. Che ci faceva? Cosa le avrei raccontato? Avrei saputo ascoltare, d’accordo, fino all’ultima parola, ma non aveva ancora cominciato e già voleva sapere di me, anche solo in superficie, tutti e due galleggiando su un materassino di chiacchiere e ogni tanto ridando rotta col palmo della mano. Ciascuno nel proprio mare. Voleva galleggiare insieme a me e io non avevo neanche un mare a disposizione. Li vendevo, finti, tanto tempo prima, e da ancora più tempo fingevo di averne uno. Stava diventando sempre più difficile, ma avevo un piano, avevo un residence. Un appartamento in un residence. Al terzo piano. Il mio piano.

Mi ero trasferito da qualche mese in una zona centrale della città, la conoscevo per esserci stato solo qualche sera, in un locale molto frequentato da hostess, steward, viaggiatori, stanziali e agenti. È lì che incontrai per la prima volta Geraldine, la bionda con cui, ora, cercavo di fare qualcosa. Il quartiere aveva due anime se non tre. Di notte, la rete di discoteche, lounge bar, ristoranti, cinema, teatri, edicolacce, costruiva la propria maglia fuori asse rispetto alla topografia urbana, e questo spiegava il caos agli incroci, lungo le strade, sui marciapiedi, nelle isole pedonali. Andavano tutti di traverso, cercando di raggiungere i punti di interesse lungo percorsi più retti possibile; sarebbero entrati e usciti dagli appartamenti ai primi piani se avessero potuto. C’era un bel via vai, non posso negarlo. Di giorno la città riprendeva il suo assetto, ricomponeva e irrigidiva le strade facendo passare autobus e tram lunghi e lenti, difficile che qualcuno potesse tagliare.

L’appuntamento – 4.

Mi alzai e per un momento volli lasciarmi le Marche alle spalle. Del resto, era evidente, lei non poteva saperne, non aveva accento, confondeva Giulianova, non si fidava delle olive e quei capelli, cristo, quei capelli potevano scagionarla da qualsiasi cosa. Così l’istinto di stuzzicarla si addormentò e lasciò strada al senso di colpa, che mi raggiunse, mi superò e mi attese al bancone accanto all’uomo del bar, al quale piaceva muoversi veloce. Mi avvicinai sempre più incerto, non sapevo come comportarmi, sentivo che dovevo espiare qualcosa e il barman era il mio giudice, il mio boia, l’opinione pubblica che mi condannava e derideva, aspettava solo che aprissi bocca per farlo. Così presi tempo e mi guardai in giro, cominciai con i vassoi disposti sul banco, facevano un certo effetto con quello che si portavano. Uova salsicce, ali, gambe, spiedi di crudità, mascarpone, torte di mais, dadi gialli, tappetini avvolti rossi scuri, sfere marroni sfigurate nell’olio bollente. Di salatini neanche l’ombra. C’era un forte odore di paprika su tutto e di legumi bruciati. Sembrava che nessuno se ne accorgesse, invece era davvero forte. Il barman lo sapeva, ne ero sicuro, ma non parlava, aspettava solo che aprissi bocca. Me ne guardavo bene e ora stavo ancora più attento a non fargli capire che mi ero accorto di quell’odore. Si fece un buco nella calca davanti e toccò a me, così, senza avere avuto neanche il tempo di.

– Un Mojito, – mi uscì. Lo dissi bene perché il boia dietro al banco si mise al lavoro immediatamente senza curarsi di me.

L’appuntamento – 3.

Questo forse poteva spiegare la crisi di poco prima.

Si riprese, mi sorrise, tornò a sè, al suo racconto.

– Infatti, un’estate mi fidanzai con uno di San Benedetto. Ma tanti anni fa, eravamo dei ragazzini. Forse, addirittura, era Giulianova. Lui era piccoletto ma nervoso, nervoso. Non stava mai fermo con le mani, mi saltava sempre addosso. Fortuna che era così piccoletto e riuscivo a. Ma tu invece?

Mi spiazzò, ero pronto ad ascoltare un fiume di racconto che non sarebbe finito più, ero pronto a resistere per ore mostrandomi interessato, a intervenire a proposito, ad annuire, a sorridere, a sbalordirmi, a ridacchiare complice, a.

– Sei un acquario, vero?

– Ho lavorato per una ditta che li faceva; anch’io, tanti anni fa. Ho imparato molte cose sui pesci, devo dire. Per esempio che non è vero che sono muti. Sono omertosi: io li ho visti, nascondersi le verità. E poi non è vero che hanno bisogno di tanto spazio, – guardai anch’io il mio bicchiere ma con pietà, il sidro mi faceva questo, poi, appena innervosito, attaccai – tutti quanti a volere un acquario grande, “lo voglio grande”, “lo voglio molto grande”, “lo voglio molto, molto grande”, “che prenda tutta una parete” e vedevano morire i pesci in un angolo di quella vasca inutile ma con la presunzione di essere un mare.

– Allora sei un pesci. Avrei detto un acquario.

– Non è questo il punto.

Provai a spiegare quale fosse il punto ma ci misi troppo. E non ne ero nemmeno sicuro di quale fosse, e poi il suo profumo mi stava confondendo tanto che mi ritrovai con le narici appoggiate al bordo della mia pinta di sidro in cerca di rifugio. Così lei ebbe tutto il tempo di scrollarsi i capelli, affondarci una mano, posare di tre quarti per me puntando al banco in fondo alla sala e trovare il coraggio per dire: – Io quasi, quasi me ne faccio un altro.

– Sì, – la confortai e feci per alzarmi e andare a ordinare, – prendo anche un piattino di qualcosa.

– Sì, – ribatté, ma per niente confortandomi. Mi alzai e per un momento mi lasciai le Marche alle spalle.

 

L’appuntamento – 2.

Non ero più sicuro che avrei potuto amarla, ma la lasciai parlare. Venne fuori che era marchigiana e allora la distanza tra me e lei si trasformò in fuoco d’odio e allora sì, presi a stuzzicarla.

– Così sei marchigiana.

– I miei.

– L’accento non ce l’hai.

– Infatti io sono nata e cresciuta qui. Delle Marche conosco a mala pena San Benedetto.

– Ma le olive le mangi.

– Ripiene mai.

– Non ti fidi.

– Proprio così.

Guardò dentro il suo bicchiere, ispezionò le foglie di menta, non sembrava più convinta di quella vegetazione. Non fece alcuna smorfia particolare ma lo intuii dallo sguardo pentito e dall’improvviso silenzio. Rigirò il ghiaccio e tutto quanto, con la cannuccia nera e mozza. Tutto il suo biondo, boccoli e punte fini, sovrintese l’operazione. Il tintinnio dei braccialetti accompagnò un’ottava sopra il rimescolio del suo drink, lo zucchero sul fondo non ne voleva sapere di sciogliersi e rimase adagiato come fango. Non stava bevendo, stava bonificando una palude in un bicchiere. Questo forse poteva spiegare la crisi di poco prima.

L’appuntamento – 1.

Non avevo l’aspetto di un assetato, mi sentivo, anzi, piuttosto umido, umido dentro; sazio d’acqua. Così ci rimasi male quando volle a tutti i costi offrirmi da bere. Provai a dire no, provai a farle capire che non era il caso. Ma non ci fu nulla da fare e acconsentii per un bicchiere di sidro. Era il massimo che potevo accettare. Mi spiegò che non stavo facendo una figura meravigliosa. Certo, lo sapevo, non ero all’altezza neanche dei suoi capelli, quelli sì meravigliosi: onde di mare che si fa spuma all’improvviso, scivola sulla rena, la bagna e l’accarezza. Sidro o no, non ero all’altezza, me n’ero fatto una ragione fin da quando entrammo nel locale. Però non avevo sete e questo mi dava una certa sicurezza. Berci sopra me la stava portando via e il suo profumo, che giocava pesante, complicava le cose. Continuò a parlare, mi raccontò di quanto fosse stato difficile prendere tutti quei mezzi e attraversare la città. Lo credevo: quei capelli, quel profumo, quel petto di cui si vedeva il principio morbido, appena macchiato d’efelidi. Gesù, che fenomeno di bionda. Poi all’improvviso attaccò a vomitare. Così, senza alcun senso. Non aveva tossito, non le era andato niente di traverso, vomitò sul tavolo come se volesse spiegarsi meglio, mettere in chiaro le cose. Ma diamine eravamo al primo appuntamento, non ce n’era bisogno. Per fortuna era a stomaco vuoto così tutto ciò che produsse, fu un paio di chiazze verdastre e fili di bava, in una delle piccole pozze era annegato un corpuscolo, non riuscii a capire cosa fosse, l’asciugai e basta. Non si scusò, non fece alcun cenno di imbarazzo, si rimise a posto il cavo orale raspando appena, bevve un goccio dal suo bicchierone, deglutì ancora, meglio e tornò al suo racconto. Non ero più sicuro che avrei potuto amarla.