Il vangelo di Giudo

Vennero i motorini, e poi gli scooter. Noi si faceva fatica a stare dietro a tutto, specialmente in salita. Ma quando ci si fermava in prossimità di muri il Maestro di Giudo argomentava e scandiva, tutto in controtempo.

Un giorno una famiglia di pernici stanziali si incamminò in fila, disciplinata se pure goffa, fin oltre il crinale e sotto i nostri occhi che, per quel lasso di tempo, non fissarono più il Maestro.

Questi allora arroventò le parole, l’aria si fece umida, cominciammo a sudare, dimenticammo le pernici e rivolgemmo lo sguardo sfuocato al Maestro di Giudo che in quel momento puntava le dita contro di noi. “È snack, è giorno di festa. Briciole di asfalto e polvere e carte oleate e stecchi divorati dalle formiche nere, è sangue dal naso sotto il sole in festa, è”

“Goooool” gridarono nelle nostre animose file dietro.

Cadde il silenzio, cadde una radio, cadde un risultato. Cadde tutto un discorso. Passò un Motobecane con fragore irriverente e noi sudammo tutti.

Ci rimettemmo in marcia. Alla testa il Maestro luccicava nella sua tutta nera, un po’ maleodorava e un po’ malediceva. Un po’ evitava gli sterchi delle vacche.

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Il vangelo di Giudo

Il maestro di Giudo stese la sua tuta sulle pietre focaie. Sotto il sole novembrino non successe niente. Per ore aspettammo. Ore e ore, e mentre il debole chiarore sciupava nella fredda sera e gli aromi di verdura spadeansi per la campagna, finalmente un grido: “A tavolaaaaaa”.

Il maestro con un balzo repentino saltò il letto di pietre e in due capriole fu addosso al pentolone che, già incandescente, bolliva per noi.

Fu zuppa. Rovente, odorosa, ustionante, verde e, per quanto mi riguarda, ridicola zuppa. Ma il Maestro disse: “Non dubitate del sedano, mai. Esso può essere verde o bianco, più verde che bianco o più bianco che verde, ma non potrà mai, dico mai, essere rosso”.

“E fuxia?” chiese un discepolo, “o bluette?”. Il Maestro di Giudo sorrise fino a che quegli tremò, si vergognò, si scusò, implorò, nelle tenebre indietreggiò, e sulle pietre focaie cadde e si bruciò.

Un urlo, così forte da coprire perfino l’odore di minestra, attraversò i campi e proseguì rapido e lontano fino a sbattere contro le pendici dei monti. Di rimando un brontolio simile a un rutto, rotolò dalle pareti rocciose e la terra si mosse.

Il Bene e il Male, destati, si sbavarono addosso, mentre nei boschi, da qualche parte, una muta di cani moriva in silenzio.

Il vangelo di Giudo

Non mancava l’ammoniaca. In quel tempo, ovunque andassimo – preceduti dal Maestro di Giudo, dalle sue parole, dalle sue azioni – ingombranti cisterne, taniche, bottiglie, lattine, contenitori per le urine, tracimavano ammoniaca. Tutto veniva disinfettato con scrupolo, accanimento, maniacalmente, ma sempre con grande, grande umorismo. Il Maestro di Giudo ci guidava in questo.

Ricordo una volta quando disse: “L’ammoniaca disinfetta, schiarisce. Anche il cloro disinfetta ma all’ammoniaca ci pensiamo noi”.

Arrivammo poi a Marsiglia e per giorni e giorni strofinammo tutto per bene. Fu uno splendido lavoro.

Il vangelo di Giudo

Il Maestro di Giudo raccolse la sua tuta nera e notò che era lisa. Disse: “Vedete qui, uomini e donne, di cosa è capace una tuta lisa? Essa giaceva per terra e mentre giaceva nessuno avrebbe mai detto fosse lisa. Invece ora, tra le mani, stesa, tesa, presa, essa appare lisa”. Il Maestro di Giudo appallottolò la tuta e la calciò lontano, più lontano che poté ma essa cadde soltanto poco innanzi, scompigliandosi prima di giacere nuovamente per terra, aprendosi come un mantello, come le ali di una manta, come un corvo planante lento lungo campi arati e forse già morti. Come una tuta.

Il vangelo di Giudo

Quando il Maestro di Giudo non era ancora il Maestro di Giudo, il Bene e il Male intessevano traffici d’ogni genere su tutta la Terra, con particolare accanimento lungo la direttrice Est Ovest. Talvolta capitava che una partita di reni del Nord finisse nei lombi degli uomini e delle donne del Sud. Quando questo accadeva, pioveva e moltitudini di faccendieri facevano e disfacevano sul posto, senza più le trame. Per una frazione di tempo le trame, oscure o alla luce del sole che fossero, smettevano e ci si dava dentro con l’uncinetto. Sul posto.

Mentre reni migravano d’emisfero, il Maestro di Giudo, che non era ancora Maestro, ebbe una delle sue prime intuizioni e, preso un motoscafo, dopo un naufragio si tirò dietro tutti i reni che potè, se li tirò in barca. Disse: “Badate, questo non è che l’inizio. Non confondetelo con la fine”.

Il Bene e il Male si sorpresero a fornicare tra le viti su crinali appenninici ma liguri e terrazzati.

Il vangelo di Giudo

Un giorno il Maestro di Giudo udì il suono di una campana. Il maestro, in viaggio da giorni ai piedi delle Alpi di Susy, era prossimo al villaggio sorto sulla soglia della quarta valle venendo da Ovest. Udì le campane del villaggio e si ricordò di un motivo che in tempi passati riscosse un incredibile successo su tutta la Terra. Tutti lo cantavano, tutti lo fischiavano, tutti lo ballavano, tutti fornicavano sulle note di quel motivo.

Al Maestro di Giudo, sentendo le campane, venne in mente quel motivo e, senza motivo, fece frustare quattro colonnelli.

A cose fatte i quattro ebbero l’ardire di dire: “Maestro, ci insegni il fox-trot”.

Ma essi, non avendo risposta, raccolsero le loro giacche e se ne andarono con passo incerto e sanguinanti.

Il Maestro di Giudo poi indicò le orme che i quattro si lasciarono alle spalle e disse: “Questo è il fox-trot, seguite questi passi e apprenderete il fox-trot e quando raggiungerete i quattro colonnelli troverete quattro maestri, i più grandi mestri di fox-trot perché seppero insegnarlo senza averlo mai appreso.

Io, per conto mio, mi appoggiai alle mura del villaggio e mi piegai. Mi piegai e risi. Risi.

In quel momento il Bene e il Male, seduti sulle Alpi di Susy, misero su un disco che diede a tutti un gran fastidio e comprendemmo che il nostro viaggio sarebbe stato ancora lungo e difficile. Ma io intanto risi.