– Il futuro sarà fighissimo. Niente Apocalisse, niente distruzione, niente devastazione, niente saccheggi, violenze, dita chiuse nei cassetti. Non ci saranno cassetti. Non ci saranno fastidiose invasioni né cancellazioni di civiltà. Tutt’altro. Tutte le civiltà susseguitesi dall’inizio dei tempi fino a oggi, prosperate e decadute in tutte le regioni della terra, affioreranno ed esclameranno in un sorprendente coro: “MA INFATTI!” Poi qualcuna dirà: “è quello che dicevo io”, “anch’io”, “no io” ma senza litigare. Si troveranno tutte le sfumature.
– Ma cos’è?
– Sempre il Vangelo di Giudo.
– Wow.

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– Il futuro è fighissimo. Ma purtroppo vincono gli astemi. Niente alcool, vino, tequila, campari, etc. Ma: sarà fighissimo. I dietrologi saranno ribaltati come guanti e faranno davantologia e tutti gli altri rimarranno indietro. molto indietro. molto innocui. molto trottolosi. complottisti trottolosi, grandi decisori millosi, potenti zizzolosi, eserciti puffosi, gigiosi, bullapupposi. e astemi.
Il futuro è veramente fighissimo. Tutti molto calmi, molto bravi, molto belli, molto acuti, molto divertenti ed eventualmente molto seri. Trovata la Grande Risata il futuro sarà una passeggiata. Una lunga bella, frizzante, rilassante, divertente, speciale passeggiata.
– Ma chi lo dice? dove l’hai sentita?
– È il Vangelo di Giudo.

Il Maestro di Giudo disse: “Per essere comici bisogna essere cattivi”.
Risi.
Il Maestro di Giudo disse: “Per essere dei bravi comici bisogna essere molto cattivi”, e si infilò un guanto.
Risi forte.
Il Maestro di Giudo disse: “Per essere dei grandi comici bisogna essere molto, molto cattivi” e mi colpì in bocca.
Mi sganasciai.

Nel solstizio d’estate, questo si diceva essere quel giorno nonostante la neve ai fianchi del sentiero, giungemmo in fondo a un canalone tra rovi, felci, merde e Curaçao. Il bene e il male dovevano essersi appena scontrati. C’era un pollo dall’aria disfatta che colava rimmel, si fece largo tra di noi, spennato, zoppo, non provò nemmeno a giustificarsi, non aveva paura, l’aveva finita prima che arrivassimo noialtri che, per quanto spaventosi potessimo sembrare ci passò in mezzo. Mentre lo lasciavamo sfilare gli ultimi notarono qualcosa nella sua espressione che si avvicinava ad assomigliare a un sorriso.
Il maestro di Giudo fu l’ultimo a vederlo, il pollo sbattè contro i parastinchi del maestro alzò la testa grinzuta lo fissò, attese, infine scoppiò in una risata deflagrante che riecheggiò amplificata per tutto il canalone.
Cadde una pigna.
E poi un’Alfasud.
Il pollo stava sempre lì, immobile, ai piedi del maestro. Troppo immobile. Così secco cadde anche lui. Il maestro disse: “Questa che avete sentito era una risata ma non era LA risata.
Non vi confondete e trovate uno spiedo.”
Mentre cercavo qualcosa, in quel solstizio d’estate, non riuscii a far altro che sogghignare, tra neve, rovi, felci, merde e Curaçao.

Si camminava sfilacciati sotto il sole di una stagione ostile. Il riverbero dell’umidità saliva dall’asfalto e ci appannava la strada, le menti, le forze. Procedevamo lungo la grande lingua grigia e bollente, affondando appena sulla superficie rugosa ma gommosa. Il Maestro di Giudo non era in testa alla colonna perché in effetti, giacché sfilacciata, la formazione non aveva l’aspetto di una colonna ma cangiava piuttosto a “W” o a “Nido di Poiana” o a “Muschio” o a “126” o a “Polvere di marmo” o a “Duck’n roll” che era una variante postmoderna del Galop. Su quella lingua grigia e bollente il Maestro, ovunque egli fosse, disse: “L’ammazzeremmo bene con la salsa verde”. Ma lo disse tra sé e sé ed io gli scorsi un sorriso. Ovunque egli fosse.

– Va bene Maestro tutto quello che vuoi.
– Ma?
– I sandali no. I carboni ardenti no. Le carestie no.
Neanche l’elettromagnetismo, niente onde, niente curve, niente campi.
– Boeri?
Quanti se ne vuole.
– Ma?
– Niente campi. Sui campi ci si dà battaglia, nei campi si telefona.
Sotto i campi non si semina. Sotto i campi si occulta.
– Mmh.
– Siamo d’accordo Maestro?
– Sta bene. Ora fammi vedere come te la cavi con il Fox-trot.
– Non il Galop?
– Fox-trot. Alè.
– Sì Maestro di Giudo.
Quella volta lì la spuntai ma ballai per quarantanove ore filate. A piedi scalzi. Ma sulla moquette.

Un futuro dove il bene e il male lasceranno il nostro pianeta Terra. Lasceranno tutto a metà. E gli uomini sapranno finalmente cosa fare, come farlo e perché. Sapranno scandire le loro azioni nel tempo, sapranno tutto. Parleranno improvvisamente, correntemente tutte le lingue, tutti i dialetti. Chiuderanno le gioiellerie. Apriranno molti bar. Non si dirà più “nel bene e nel male” ma cose come: “in Renania e in Lettonia” o: “nel frigo e nell’autosilo” oppure ancora: “nella frutta e nella verdura”. Ci sarà molto da fare e si farà. Poi il bene e il male torneranno e gli uomini sapranno esattamente come comportarsi. Prenderanno tutti un cucchiaio da tè, lo alzeranno fino a che i raggi del sole non si abbatteranno sull’acciaio e rifletteranno con tanta forza da accecare gli sconosciuti. Così che bene e male se ne andranno di nuovo per sempre. Sbattendo sugli spigoli. E dicendo cose che gli uomini si rifiuteranno di ascoltare. Anche le donne.

Il vangelo di Giudo

Ci spostavamo lungo la valle di Susy da tanti giorni ormai. Le pareti delle due catene di monti ci cascavano sui fianchi, identiche tra loro, in una simmetria perfetta. Il sole tramontava dietro una delle due ma ogni mattino ci dimenticavamo quale fosse e dove fosse sorto l’astro caldo il mattino prima. Poiché era impossibile trovare un riferimento di cui essere sicuri, riprendevamo il cammino sempre con l’impressione di ritornare sui nostri passi. Questo appunto accadde anche quel giorno. L’incertezza raggiunse il culmine proprio a mezzogiorno quando le ombre sparirono sotto i nostri piedi e il sole rimase appeso sopra di noi abbastanza a lungo per dimenticare ancora una volta. Mentre l’orientamento si scioglieva nelle nostre menti e un mutismo idiota stava per sopraffarci, il Maestro di Giudo all’improvviso disse: “Maldera”. Ma non è che lo disse con un tono da conversazione, lo scaraventò con un grido spaventoso facendo vacillare gli uomini a lui più prossimi. Poi, con una calma severa, disse: “Seguiremo l’eco”. L’eco durò due giorni e in due giorni fummo fuori dalla valle. E lì, finalmente, si rise.

Il vangelo di Giudo

Si camminava sfilacciati sotto il sole di una stagione ostile. Il riverbero dell’umidità saliva dall’asfalto e ci appannava la strada, le menti, le forze. Procedevamo lungo la grande lingua grigia e bollente, affondando appena sulla superficie rugosa ma gommosa. Il Maestro di Giudo non era in testa alla colonna perché in effetti, giacché sfilacciata, la formazione non aveva l’aspetto di una colonna ma cangiava piuttosto a “W” o a “Nido di Poiana” o a “Muschio” o a “126” o a “Polvere di marmo” o a “Duck’n roll” che era una variante postmoderna del Galop. Su quella lingua grigia e bollente il Maestro, ovunque egli fosse, disse: “L’ammazzeremmo bene con la salsa verde”. Ma lo disse tra sé e sé ed io gli scorsi un sorriso. Ovunque egli fosse.

Note al vangelo di Giudo

Molti pensano che esista una elite di potenti che decide il corso della storia, sia quella degli uomini sia quella naturale del pianeta indipendentemente dalle azioni degli uomini. A cascata gli uomini più vicini a quella elite trasmettono, impongono le regole, le decisioni dei pochi al vertice (2? 3?) verso il basso. Chi ci sta acquisisce un potere relativo e si garantisce un ruolo di controllo del suo intorno e verso il basso.

Andando verso le periferie, sempre in basso e all’esterno, potere e controllo diminuiscono e si perde il filo della relazione di rapporti tra vertice e periferia.

Il destino, il fato, il divino prende consistenza e diventa muro, forbice, sabbia che copre il sentiero verso il vertice. Qualcuno a volte riesce a superare il muro, a riunirsi con la traccia e prova persino a risalire posizioni di potere e di controllo.

Chi sono i re? Nessuno lo sa. Perché? Perché non ci sono re. Anche quelli a un passo dal vertice non sanno chi è il numero uno, sono tutti numeri due.

Ma questo non ci interessa.

Ci interessa smontare la grande balla del Bene e del Male. Tutti ne parlano, ne hanno parlato, la luce e le tenebre, la salvezza e la condanna etc.

La grande balla del Bene e del Male ha forma triangolare, piramidale e contiene le tensioni del potere e del controllo che dal vertice muovono verso il basso e viceversa quelle che dalle periferie sono attratte verso l’alto.

Il Maestro di Giudo senza un briciolo di consapevolezza ma a culo e a cazzo conduce i suoi discepoli lungo una strada oltre il muro, non verso Il Vertice ma in una tra le infinite direzioni infinite. Il motore e contemporaneamente lo scudo dall’attrazione verso Il Vertice è il Sense of Non.

Il Maestro si muove e parla come un severo capocomico, i suoi insegnamenti hanno il solo scopo di depistare di allontanare, di creare una forza magnetica con polo di segno uguale a quello del Vertice.

Imboccato il sentiero del Maestro si scopre che il Bene e il Male sono due cazzoni di titani che stanno sulla Terra tenendo tutti sotto ipnosi da millenni, nutrendosi delle tensioni tra gli uomini. Non c’è nessuna verità. Nessun aldilà. Nessuna morte.

Il tempo in cui sono ambientate le cronache del Maestro di Giudo è contemporaneamente passato presente e futuro.
Cos’è l’amore? L’amore è minestrone.