Frank!

Maledizione Frank – 24.

 

– Ok, silenzio, dobbiamo fare andare quella maledetta radio. E tu Frank, per cortesia, non commentare, non suggerire, non compiangere. Stiamo cercando di ricevere ok? Abbiamo bisogno di ricevere, è necessario sapere. Dobbiamo avere i nuovi ordini.

– Capo, Frank potrebbe fare quello stacco col vibrafono; io dico: “passo” e lui mi segue con lo stacco.

– Io ti stacco le vertebre una a una e ci faccio ocarine.

Frank!

Maledizione Frank – 23.

 

– Frank stavo pensando al grande giorno, il giorno dell’attacco finale. Nessuno ne parla apertamente perché è roba che se ti sente soltanto un maggiore finisci a marcire in qualche merdosa prigione del Minnesota… Opera è nel Minnesota? Come se marcire qui sia affascinante, da far crepare d’invidia.

A ogni modo, ne sto parlando ora con te perché mi va, non c’è nessun altro e tu sei uno che sa tenere la bocca chiusa. A volte mi chiedo come fai. Ma il punto non è questo il punto è che dell’attacco tutti hanno un’idea. Un’idea personale, originale, intima. E provano a scambiarsela. Sai come andrà a finire questa storia? La storia dell’attacco? Beh, finirà che non se ne farà niente, staremo qui ancora per un bel pezzo, mentre la mononucleosi sarà ormai dilagata tra i reparti nelle linee più arretrate. Rammolliti, sognatori, pazzi dannati. Dobbiamo ritenerci fortunati a starcene qui inghiottiti dalla giungla, sappiamo che non possiamo commettere errori, e la mononucleosi è un grosso, grosso errore.

Sta per piovere, sono più di due settimane che va avanti così.

– Capo, le casacche sono tutte fuori, sono appese a un filo. Lo sapeva capo che durante l’attacco finale è proibito superare sulla destra?

– Tu, iperbole che sottace l’abisso del nulla, perché non ti lasci sopraffare da qualcosa di mortale e in due ore non te ne vai per sempre? Ti risparmio l’agonia se è questo che ti ferma. Perché?

– Capo, pensa che ce la faranno le nostre casacche? Sono appese a un filo.

Maledizione, Frank – 1.

– Che facciamo capo?

– Fottiti merda dobbiamo uscire di qui io e Frank. Tu fottiti.

– Ma perché capo mi.

– Sei una merda. Frank invece è amabile. Frank versami del vino.

– Capo tu mi odi davvero.

– Cazzo di merda di faccia di cazzo. Procura della legna dobbiamo accendere  un fuoco di segnalazione. E poi sperare che… Frank il vino. Ma tu che ne puoi sapere di segnali. Tu sei una merda senza significato.

– Capo io non credo che. La legna.

– Non dire. Non figurarti, levati di mezzo. E dì a Frank di portarmi. Frank!

– Ok capo solo non. Volo capo.

– Frank! Dannazione Frank! Maledizione, maledetti tutti. Ma quando arriva la copertura aerea?

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Frank!

Maledizione Frank – 20.

 

Maledizione, stanno arrivando i caccia. Cristo, muovetevi voialtri, saranno sopra le nostre teste tra un attimo. Recuperate le mappe, la radio, il fon, munizioni, asciugamani, le cartoline, i secchi e tutto il resto.

– Capo, ho trovato questo

– Fa’ vedere, merda. Ma… è fondo tinta! è il fondo tinta di Frank! Ma dove?

– Era sotto i pennarelli. Proprio sotto, in fondo in fondo.

– Cristo. Ok, merda, vatti a sciacquare. Hai fatto un buon lavoro, ma ora levati dai piedi. Cristo. I pennarelli, come ho fatto a non.

Frank!

Maledizione Frank – 19.

 

– Sai Frank, ogni tanto penso a casa. Non capita tanto spesso ma lo faccio. Non ne parlo mai, è chiaro, non potrei mai. Quei dannati se ne approfitterebbero per piagnucolare e dire cose come casa oppure bricolage o camino. Fatto sta che ci penso. Prima mi viene in mente il garage e tutto il ciarpame che ci ho ficcato dentro in ventisette fottuti anni. Non ho un auto, è vero, ma diverse bici. Il garage sa di grasso per le catene. Come giravano bene quelle catene. Lo sai Frank? Questa maledetta guerra non riuscirà a farmi dimenticare le mie bici, il loro odore, i cambi, i passaggi delicati, perfetti della catena da una corona all’altra. Rapporti li chiamano. Pornografia dico io, fottuta porca di una catena, troia puttana, porca. Unta, nera. Il mio garage, le mie bici, la mia casa.

– Capo è arrivata questa, è di Frank, da Madonna del Ghisallo. Non si legge bene.

– Cane di una merda, dammi quella cartolina e portami la borraccia. E vestiti come si deve a un soldato…

“Frank.

Frank!

Maledizione Frank – 18.

 

– Muoviti Frank, pochi secondi e saremo fuori dal cono del satellite, non avremo più copertura satellitare. Cristo Frank, saremo fuori dal cono. Muoviti, maledizione, Frank, il cono, siamo fuori dal cono! Frank! Frank, gesucristo, il cono!

– Capo.

– Siamo fottuti.

– Coppetta?

Frank!

Maledizione Frank – 17.

 

– Gli alti fusti dei balyoma oscillavano sbattendo le fronde al vento dei jet che, radenti veloci e assordanti, squarciavano il cielo giallo sopra il quadrante 48 e anche più in là. Le tracce bianche stentavano a risaltare su quel cielo che conobbe, un tempo, il celeste. Ma quando il denso delle scie si accasciava sulle chiome smeraldine e petroline della foresta, del bianco se ne accorgevano, sicuro, il popolo brulicante tra i suoi rami. Foglie in clorofilla, improvvisamente pallide, stupivano i lenti banibani, i veloci floridù, i coriacei kasarìti. E nella mimesi chimica, completa, celato tra le fronde: un cosmetico, truccatissimo irriconoscibile…

– Fraaaaank!

– Capo, Frank è in ricognizione a quota 20, capo. Ha appena ingaggiato un alterco con una coppia di kasarìti, un maschio e una femmina, sembrerebbero.

– Maledizione, mettiti in contatto radio con lui, presto. Cristo.

– Bene capo. Ci sono capo. Qual è il messaggio, capo?

Abbiamo-finito-il-rimmel.

Frank!

Maledizione Frank – 16.

 

– Frank, santissimo iddio: hai finito i funghi.

– Capo: vedo Frank, è vestito da dragamine e sta facendo qualcosa con, non capisco, sembra una mazza da hockey. Sta aprendo un varco tra i balyoma.

– Cristo, maledetti funghi, fa’ vedere.

– E porta un curioso berretto verde.

– Maledetti funghi, maledetta guerra. Fammi vedere, merda.

“Cristo d’un dio, si è mangiato tutti i funghi.

“Ma tu, demente, limite dell’umanità: dove hai lasciato le chiavi della dispensa?

“Certo, però, che sta aprendo un bel varco.

Frank!

Maledizione Frank – 15.

 

Mentre il verde lussureggiava senza badare alla crisi, alle spese, mentre la guerra infiammava a tratti, imprevedibile e sporca, mentre il maggiore Thompson si radeva con quello che poteva, un sibilo assordante perforò la foresta fino alle orecchie di Frank. E di nuovo fu mattino di guerra.

– Frank, l’hai sentito anche tu?

– Capo sono Dumdedum calibro 50, rigate, acciao-uranio-stagno-legno e fanno molto male. Ma prese con le pinze e disinfettante danno agio. Se ti rimane abbastanza carne attaccata alle ossa. E sempre ammesso che tu abbia ancora le ossa.

– Tu, fottuto verme. Vuoi insegnarmi cosa sono le Dumdedum? Vuoi darmi delle lezioni?

– Magari un tango. Che ne dice di un tango, capo? Giusto una ripassatina. Frank potrebbe. La fisarmonica. Dovrebbe essersi salvata dall’ultima incurs.

Un boato, prossimo alla base, lasciò improvvisamente un cratere di fiamme alte come un balyoma.

Fumo nero raggrumava e vaporava sopra le chiome lucide di verde petrolio. Lo spostamento d’aria, nel silenzio sordo dopo l’esplosione, risucchiò, tra le altre cose, una fisarmonica con le prime note di un tango.

– Fraaaaaaank!

– Mio dio, capo.

Frank!

Maledizione Frank – 14.

– Mi dispiace Frank. Non sai quanto mi dispiace ma non ci posso fare niente. È la guerra Frank, una sporca guerra. Ti devo lasciare qui. Devo lasciare che ti ammazzi da solo. Io non ce la faccio, mi dispiace. Ma è meglio se ti ammazzi prima che arrivino quei maledetti. Tu lo sai cosa fanno a quelli come noi se ci prendono, vero? Ci strappano. Oh, cristo, lasciamo andare, Frank, è meglio se ti ammazzi, io vado. Ciao Frank.

– Capo, ho trovato questo, è di Frank, dice se gli portiamo il golf quando veniamo via. E la pomata per le verruche.

– Maledizione, Frank.