Frank!

Maledizione Frank – 34.

 

– Frank, è tutto così buio, nel nostro destino non c’è alcun interruttore, non abbiamo speranze.

– Capo, vediamo le diapositive della gita sul Tonangaparai? L’ultima. Sono venute bene, è stata una bella gita. Frank ci ha fatto tante. È venuto un po’ mosso. Le vediamo?

– Si chiamano missioni, coagulo di antimateria. Parete nera d’inciviltà. Testa di cazzo.

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Frank!

Maledizione Frank – 33.

 

– Frank, è una fortuna che questo sommergibile sia piombato qui. Chissà come diavolo. Lo sai che inferno può diventare trovarsi allo scoperto all’improvviso? Maledette radure. Stai marciando nella foresta da ore, da giorni e in un niente ti ritrovi con una colonna di uomini allo scoperto. Non fai in tempo a capire che si accende la musica: raffiche, spari singoli, precisi, mortai; buche dove prima era prato e uomini; rosso dove prima era verde. Dannati spazi aperti. E così questo sommergibile blindato sembra di buon auspicio, vero Frank? Frank? Do?

– È già in sala macchine, capo, sta armeggiando con la moka.

– Bene, bene, bene.

– Vuole un caffè anche lei capo?

– Volentieri, bastardo.

Frank!

Maledizione Frank – 32.

 

– Ehi merda, te lo chiedo tre volte: esci, recupera i vassoi e porta tutta l’acqua tonica che trovi e degli asciugamani. E fai in fretta, abbiamo dei party, qui, da affrontare.

Frank!

Maledizione Frank – 31.

 

– Presto ragazzi, dobbiamo risalire il fiume fino all’ansa di Ho Gho e sperare di trovare qualche vivo con gli ordini. Tu, catrame, scoria, residuo indelebile d’inciviltà, vai avanti e apri la colonna. Frank, tu chiudi e ci guardi le spalle.

– Capo.

– Niente capo.

– Ma capo.

– Mi capisci? Intendi quello che dico, bestia? Parli la mia lingua? Niente capo, niente domande. Portiamo la pelle fino all’ansa di Ho Gho, prendiamo gli ordini e poi indietro.

– Sissignore, capo. Protezione 25?

– Basta la 7, c’è Frank a guardarci le spalle. Vero Frank? … Frank? … Fr… Cristo d’un dio, ma come fa?

Frank!

Maledizione Frank – 30.

 

– Vedi Frank, quello che i nostri non vogliono capire è che la jungla non è un prato inglese, e allora non puoi trattarla come un prato inglese. Bacon? Quei ridicoli piani, quelle strategie che potevano valere contro dei barboni mezzovali non hanno senso in questa merda aggrovigliata, alta come il palazzo dei Lloyds. E allora che senso hanno…

– Capo, sono arrivati i tosaerba e le racchette capo. Fresche, fresche, dal quartier generale.

– Bastardo, sei un bastardo. Bastardo, bastardo, bastardo!

Frank!

Maledizione Frank – 29.

 

– Ed eccoti che ti ritrovo a giocherellare con quella merda. Razza di idiota. Ora io non so se c’è più cervello in una frittura d’Alba o nella tua fottuta testa cava. Deve esserci una maledetta umidità dentro quell’affare che ti porti sulle spalle perché i tuoi ragionamenti sanno di muffa, si sente da qui. Puzzi di muffa, bastardo e ci farai ammazzare tutti.

– Capo.

– Non dire niente. Quello che ti ci vuole è un bel buco, due: per fare corrente. Idiota che non sei altro. Posa quell’innesco.

– Capo.

– Posa quell’innesco. E pettinati.

– Capo, temo si stia confondendo, non.

– La vedi questa? Sai cos’è questa? Questa è la mia Folkner e te la sto puntando sulla tempia. Allora, ti faccio un po’ di aria? Vuoi che ti rinfreschi? Dì, hai caldo là dentro, c’è afa? Bastardo schifoso, lurido pattume in decomposizione. Ottuso cazzone, io ti sparo.

– Capo non è l’innesco, è il cerca-persone di Frank. È senza pile.

– Un cerca-persone?

– Sì capo, un cerca-persone. Senza pile, capo.

– Quello che vedo, fetente d’animale, è un cerca-persone senza Frank.

– Proprio così.

– E pettinati.

Frank!

Maledizione Frank – 28.

 

– Stavamo aggrappati ai balyoma senza respirare, senza muovere un muscolo, senza sudare. A dodici metri dalle mine sparse dappertutto nella foresta, rovesciate come biglie dal secchiello di un piccolo bastardo, a centinaia; ce ne stavamo appesi lassù convinti che un fuoco di copertura avrebbe potuto risolvere quel pasticcio. Quando al maggiore Thompson venne l’idea di sgranocchiare qualcosa. Non lo disse chiaramente, ma tutti si accorsero di quell’idea dalla luce nei suoi occhi a mandorla. Il maggiore Thompson era mezzo asiatico e aveva quel taglio di occhi a mandorla per cui tutti gli asiatici vengono chiamati occhi a mandorla.

Fatto sta che quel bastardo del maggiore, sicuro, ci avrebbe messo nei guai. Fottute noccioline. L’improvvisa consapevolezza in tutti noi, l’anticipazione condivisa dell’assurdo crack-crack nelle nostre menti, l’arsura nel palato moltiplicata dal pensiero di quella poltiglia oleosa, quella merda di frutta secca triturata ci fece azzardare ad aggottare la fronte, ci prendemmo il rischio di grondare sudore. Il maggiore se ne accorse, ma pure circondato da fronti aggrottate, dalla minaccia di secrezioni cutanee, quel bastardo non fece una piega, slacciò la fondina della sua Folkner, posò la mano sul calcio della Folkner indugiò, si decise a sfilare la Folkner, fece per sfilarla, la sfilò ma ancora mezza nella fondina fu chiaro che sarebbe successo.

– Che cosa?

– Frank era lì, lo sapevamo. Lo sapevano tutti, anche se nessuno poteva giurare di conoscere la sua posizione, dire dove esattamente si trovava.

– E?

– Si sentì una marcetta gracchiare da lontano. Una vecchia marcetta. Sembrava provenire da un grammofono, tanto gracchiava. Su quelle vecchie note cadenzate, impertinenti un vento caldo alzò le foglie dal terreno e scoprì le maledette mine. Fu allora che grondammo insieme al fuoco di copertura e tutto quanto esplose, dall’alto e dal basso contemporaneamente.

– Cristo santo.

– Proprio così, il maggiore Thompson rimase con la sua Folkner del cazzo in mano, finalmente fuori dalla fondina e gridò. Gridò fino a sgolarsi. Quando quell’inferno finì guardammo tutti giù e l’insieme dei crateri lasciati dalle bombe, dalle mine esplose, visti così, dall’alto dove eravamo, quel disegno che sfigurava il terreno ci puoi giurare se non, cristo potrei saltare per aria ora se quel disegno non assomigliava a.

– A?

– Gimondi. Era il fottuto ritratto di Gimondi.

– Cristo santo. E Frank?

– Era lì, da qualche parte. Lo sapevamo tutti, anche se nessuno poteva giurare di conoscere la sua posizione.

– Accidenti, passami le arachidi.

Frank!

Maledizione Frank – 27.

 

– Se è così allora siamo fottuti. Cristo, siamo fottuti. Non c’è nessuna possibilità di uscire di qui, a meno di non uscire fottuti. E questo non lo trovo seducente. Tu, merda, finisci di scavare dobbiamo congiungerci con il tunnel alfa prima di domani. Cristo che situazione. Continua a scavare, lascia perdere quel thermos. Scava, cristo, scava. Non bere, scava.

– Capo, gocciola. Mi chiedevo se con tutta questa umidità non sia il caso di incellofanare i giornalini. Per quanto il buio conservi i colori. Ma quest’umido.

– Brutta merda, non siamo alle terme. Non è Salsomaggiore, questo è fango di guerra, questa è una guerra, lo capisci rachitico animale?

– Non la vuole una mentina balsamica capo? Ha la voce roca, è questa umidità.

– Io ti. Io ti. Io. Fraaaaaahhhhhhh…. …!

Frank!

Maledizione Frank – 26.

 

– Lascia stare il razzo di segnalazione. Lascia. Tieni giù le mani da quel razzo. Mi hai sentito bastardo? Non toccare, molla, metti via, non. Ti sparo, giuro che ti sparo se non posi quell’affare.

– Mi chiedevo capo se guardandolo da spento questo segnale non voglia dire: toilette uomini, o piuttosto: vietato fumare oppure, messo così, frontale: parco giochi. Vede? Guardi, non sembra anche a lei che voglia dire.

– Frank, cristo santo, fai qualcosa tu o giuro che faccio saltare in aria tutta quanta la base e addio attacco finale, addio gloria, addio armi. Mi hai sentito Frank? Faccio saltare tutto e addio.

– Capo, non le sembra che possa significare chiudere il portone messo così, contro luce? Oppure socchiudere.

– Ma io ti seppellisco vivo con un fabbro.

Frank!

Maledizione Frank – 25.

 

– Insomma c’era questo Frank di cui tutti parlavano e davanti a lui una dozzina di soldati. Il sole non era ancora tramontato, ci avrebbe messo almeno un’altra ora. L’aria sapeva di fritto. Tutti aspettavano qualcosa, il Tonangaparai, strisciava nel suo letto fangoso senza portare cadaveri. I nemici stavano tutti là davanti: dodici nemici che godevano di una discreta salute. Sicuramente i conti non tornavano, così questo Frank prende un ricevitore – attenzione: non una pistola, non un fucile non una fottutissima arma da fuoco o bianca che fosse, ma un ricevitore – si mette in ascolto mentre i dodici rallentano fino a fermarsi.

– Si incuriosiscono.

– Già.

– Che figlio di puttana.

– Proprio così. Ora loro sono impalati in mezzo all’erba alta fino alle ginocchia, immobili, tesi, qualcuno su una gamba sola, il ginocchio piegato. Sudano. La foresta ronza su una frequenza sbagliata, non si sente niente. Nessuno sente niente tranne.

– Frank.

– Ha l’orecchio incollato al ricevitore e sta ascoltando serio, grave, guarda sul lato verso il fiume, sembra ignorare i dodici. Poi qualcosa si arresta e al contempo si innesca. Frank mette giù, guarda la fila di soldati che sembra abbiano capito, riprendono a scorrere sangue. Si rianimano accennano ad avanzare ma un fischio schiaccia tutti dall’alto. Un tonfo – non una fottutissima esplosione ma un cazzo di tonfo – la terra traballa, qualcuno cade, un polverone si alza tra Frank e gli altri e quando tutto si placa appare una buca davanti a quegli imbecilli. E dentro la buca una bomba.

– Inesplosa.

– Appunto. Una bomba inesplosa a forma di panino. Michetta o rosetta lo chiamano da qualche parte quel panino.

– Cristo santo.

– E quello che hanno detto tutti, ma nessuno in quel momento era in grado di tradurlo nei dodici cazzuti dialetti di quei dodici cazzuti.

– E Frank?

– Sparito, dissolto, scomparso, dileguato.
– Cristo Santo. Fammi fare un sorso di limonata ghiacciata.