Di Andrea Nani su grafiche di Beppe del Greco

– È ora di trovare l’uscita secondaria. Avrà pure un retro questo residence -, disse Mata.
E giù, rampa dopo rampa, tremanti le pareti, i cocci d’intonaco cadenti, il formidabile gruppo se la svignò. Gli elicotteri sospesi intorno e sopra l’edificio come palle di Natale su rami invisibili coloravano il cielo di giallo e di rosso, di esplosioni e nubi nere, dense, bruchi giganteschi nati vecchi in un istante, penosamente eretti, anelanti un volo elegante e invece destinati a morire sfilacciati dallo scirocco implacabile, dalle pale degli elicotteri. Urla campane mai udite prima nell’arco di una civiltà e più, lottavano per assicurarsi un ambo, un terno cavandolo da quell’incubo. Ma che era? Tutto scuoceva, tutto s’infiammava. Tutti davano i numeri. Una donna misericordiosa e seminuda nel ritaglio d’una finestra sbracciava affinché quelle gigantesche mosche di ferro se ne andassero ma non vi riuscì, in un colpo s’incendiò, il ritaglio che la incorniciava come fosse una Madonna si slabbrò, e una vita seminuda, aperta alle circostanze, ma fino a un certo punto, con misericordia se ne andò. Tutto continuava a essere fragore e fiamme.
Una voragine nel centro della piazza scoperchiò un giacimento di backgammon sepolto da decine di secoli, scatole, pedine, dadi, e ancora pedine, a migliaia, legni laccati, monete, contanti e pagherò. Partite interrotte, stracci di tifoserie fossili, utensili coreografici, quale evento deve essere accaduto per interrompere un torneo così grande? Un torneone di backgammon non finito, finito in una buca aperta ora dal bombardamento ostinato dei freddi, calcolatori, ma allo stesso tempo ansiosi, tedeschi. Sul ciglio della voragine la Matra di Bezier, con un grande freno a mano tirato, non fece alcun cenno di precipitare. La sua vernice anti graffio arancione riluceva virtuosamente con spavalderia.
In un istante di silenzio, come un virus pandemico, lo stesso silenzio contagiò fragore e caos. Dopo altri attimi, che parvero ere, nel dipanare delle nubi nere, una voce prese voce, con un caotico accento del Nord-Nord-Nord-Ovest-Nord-Ovest, distorta dagli altoparlanti Grundig.
– Foi! Miserabile feccia! Spastici tiralinee mongoloidi!
“Qvanto ancora pensate di voltare foglio nella vostra vita? Cosa credete di diventare? Siete solo piccoli stupidi disegnatori, eccitabili come bambini davanti a pupazzi e zii deficienti.
“Vi siete fatti chiudere in questa stanza come mandorle in barattolo, come cetrioli sottaceto, come senape in grani. Come urina da test.
Una parete del palazzo accanto al civico 3 di piazza De Santis franò. Erano uffici pubblici, vuoti all’ora di pranzo, molto frequentati nelle prime ore della mattina e nel tardo pomeriggio. E ora diventati una caverna di grotte, le une a fianco e sopra le altre. Da quei vani bruni aperti a giorno un’emorragia di pratiche e incartamenti, come lava bianca si riversò nella piazza, in parte prese il volo, un volo impazzito dalle pale e dai rotori degli elicotteri, sempre lì. E lo scirocco, anche lui sempre lì.
Dall’altra parte della piazza, asserragliato nella sua edicola miracolosamente ancora intatta, Tony Pozzi si era rotto il cazzo. Aveva una colazione da finire, due conti da fare, e un mezzo sigaro da accendersi per l’ottava volta quel giorno. Fece capolino tra Tirreno, Corriere del Sud e Topolino, e disse queste precise parole che gli eroici designer nella loro fuga sentirono e non poterono più dimenticare. Disse: “Ohè! Ué MACHILLE MURTI FACCIMMELASSORATA SACCA DELL’ANAMA CCA STRAMURTA! ‘ZZO FALL ‘NCULA AMMANNA! PECCHÈ SI LURDATA CA SI PRESS EMMERDE: GOTE, WAGGHENÈR, RURRE E DI STO CAZZO DACCIAIO!”
Sulla soglia dell’uscita secondaria tutti i designers, Mata, Bled Morray s’inchiodarono ed ebbero un brevissimo tempo per commuoversi.
Poi di nuovo l’inferno, ma questa volta gli elicotteri usarono il prototipo segreto, l’arma di distruzione di cassa.

Tre ceri lottavano per fare luce, le ombre sulle pareti lottavano per strapparvi il buio. Bezier parlò. Con calma. Con fatica parlò.
– 13 miliardi di anni fa il tempo non c’era. Il tempo è nato 13 miliardi di anni fa. In Svizzera.
Da allora il tempo è sempre stato considerato “denaro”. Così, fin da principio, i primi organismi unicellulari non avevano tempo. Come oggi i cactus dell’Arizona. E chiunque altro sulla faccia della Terra.
“Eppure ciascuno è convinto di essere nel giusto, o di meritare il giusto, di meritare il proprio tempo. Ma il tempo è denaro, fin dal principio. Ciascuno vuole il proprio denaro. Fermare il denaro significherebbe fermare il tempo. Ve lo immaginate che momento paradossale? La storia dell’umanità segnata dal desiderio del tempo, del denaro. Ma il tempo c’è, c’è sempre stato, da 13 miliardi di anni.
Bezier, si asciugò i polsi con uno strofinaccio, guardò con pena l’orologio liquefatto appeso al muro, le lancette rosse, una scattante, le altre due molto, molto più lente.
– “Ma se non ci fosse veramente più!” È ciò che hanno pensato questi disgraziati che da 13 miliardi di anni ci provano. Di specie in specie, era dopo era, epoca dopo epoca, di generazione in generazione, provano a fermare tutto distruggendo tutto. Non è una questione di dominio, di supremazia, di controllo, di onnipotenza, di strappo della verità ultima. Ci hanno provato da organismi unicellulari. Si telefonavano. Si lasciavano messaggi. Se li riascoltavano dopo milioni, miliardi di anni, e ogni volta li decriptavano, e riscoprivano nuovi mezzi antichi per fermare tutto. Le guerre, cari eroi, sono state tutte dei fallimenti. Avrebbero dovuto essere ogni volta una soluzione finale, per tutti, una volte per tutte.
“Ma poi. Poi il tempo ha continuato a scorrere. E il fallimento venne chiamato “pace”. Ma nella pace, prigione galera della fine, cresceva il demone. Tutti a dire “non abbiamo tempo”, “non c’è mai abbastanza tempo”. Tutti a lamentarsi di non avere abbastanza denaro. Denaro e tempo. Tutti adesso che vogliono andare in Svizzera. Ah sì? Volete la Svizzera? Proprio la Svizzera, dove è nato tutto il tempo che volete? Ed ecco il piano di questa ultima generazione di disgraziati che ci prova da 13 miliardi di anni. “Armi di distruzione di cassa”. Colpisci la cassa e finirai il tempo.
“Come diceva? “Quando un uomo con una pendola incontra un uomo con una cipolla l’uomo con la cipolla è un uomo morto.” Beh, lasciate che vi dica una cosa, eroi: Lex Lutor non era un cattivo. Era calvo. E i calvi hanno molto più tempo, per questo la sua impresa di distruzione non si è mai compiuta. Avrebbe avuto tutto il tempo che ClarK Kent ci avrebbe messo per impomatarsi i capelli. E questo non va giù. Essere sempre un passo avanti per essere un passo… 13 miliardi di passi indietro. Un’equazione che non si può soddisfare. Ma questi, come Lex, come Stranamore, come Galactus ogni volta ci provano. E quegli altri, voialtri eroi, a disegnare la pace, la prigione, l’angolo ottuso dell’evoluzione. Ingenui.
“Quando potreste invece disegnare tutto. Potete farlo! Adesso, a 40 milioni di colori, in 16D, dove il tempo è infinito e il denaro non occorre più, annullato dalla propria inflazione, scisso finalmente dall’inizio! E dalla Svizzera.
“Un disegno, un semplice segno orizzontale, una frazione, in cui finalmente piazzare lo zero di quei disgraziati. A denominatore. Così che il tempo va a infinito, ce n’è per tutti. Mentre il denaro è zero. E non c’è più bisogno di distruggere niente.
Bezier era molto provato. Provò a tossire. Non gli riuscì. Si passò una mano sulla nuca guardando un angolo di pavimento.
“E ora mi tocca morire.”
– Bezier!
– No!
– Non puoi!
– Noi!
– Sì, noi potremmo!
– Potremmo disegnarti un elettrocardiogramma!
– … ma che ne sapete voi…
E Bezier, esalando l’ultimo respiro, spense due dei tre ceri che erano nella stanza.

Un mercoledì di coppa, all’ora del pre-partita, un uomo alto, biondo, orbo dell’occhio sinistro a causa d’un sinistro che gli costò un occhio poiché infatti egli non era assicurato; all’ora del pre-partita un uomo dallo sguardo tagliente, uno solo, un uomo coperto da un trench come fosse un’armatura di cuoio maròn, con guanti e cappello a larghe tese, tutto maròn tendente al cobalto verso pece. Un uomo fece irruzione nel residence di Piazza De Santis piano 5 stanza 541. Portava una borsa ventiquattrore. E una proposta dal tono imperativo. E un erpes.
“Foi non zi avete zi un piano per uscita di kvì. Noi ce lo ha. Un piano ti acciaio. Impossibile di distruggere, anche di zolo z-calfire. Ich posso prokkurare piano und materia di acciaio di nostri invincibili industri di acciaio indistruttibili, lucido come specchi, come occhi di puri, in-penetrapili vergini durissimi, che ti zanno mortificare con un “nein” che neanche zi traum: ti sogni. Ich vi prokura acciaio di nostri forni altissimi und zoprannaturali come titani, und in-candescenti che manko Vesuvio, che il giorno che esplode fa confortante akva di bidet per anziani infermi, nel zenzo che non muoiono quando infece defono morire da settimane ormai, mesi, anni. E NON MUOIONO. Ma per qvesti abbiamo altri progetti.
Infece Ich vi fornisce tonelaate, tonelaate, tonelaate di acciaio temprato durissimo, che vostre spade katane di piccoli nevrotici und presuntuosi samurai si sognano. Zi traum.
Kapisce? Kapisce?? Kvale opportunità? LO KAPISCE? ZI?
So.
In campio foi fate disegno. Di qvesti numeri di calcoli di fisici und matematici, economisti und cimici… chimici. Di nostri laboratori di Dortmund. Qvesti. Crede che lo kapisce qvesti numeri? Foi siete designer, nicht whar? Non è fero? Ziete i migliori e fostro imperatore fi ha cacciati.
Ma foi potete continuare a disegnare. Afete il dofere di continuare. Noi fi diamo unika possibilità di continuare, und penarelli. Foi dofete accettare fostro destino. Und nostro piano.”
La prima reazione fu quella di Toya: un’irresistibile attrazione delle sue labbra, le labbra di Toya verso quelle dell’alto, biondo, orbo uomo. Ma l’erpes le frenò. Per un momento.

Da “Diciassette designer giapponesi”
Testi di Andrea Nani su grafiche di Beppe Del Greco.

L’avvocato Lagostina si fece attendere. Un’ora, due. Due giorni. Una settimana. Due mesi. Niente. Eppure al telefono era stato chiaro: “Arrivo immediatamente”. Invece niente. Il fatto destò sospetti, oltre che delusione, amarezza e una crescente cupidigia nei confronti delle pendici vesuviane e delle sterminate campagne intorno Nocera, coltivate a pomidori.
Le edizioni della sera dei quotidiani provinciali recavano trafiletti con delitti. Ogni giorno che Dio mandava in terra – e che Manitù e Shiva si giocavano a backgammon – erano delitti, stupri, rapine, raggiri, nylon e rayon. Gli sponsor in questa baraonda non lesinavano: “Calze Maladonne. Gambe che rubano… Gambe che corrono”.
Grondava grana nelle casse. Tanta grana. Oh, così tanta che era più facile aprire conti che cuori. Le operazioni finanziarie andavano a gonfie vele. I chirurghi si fregavano le mani. Non si era mai vista così tanta grana come quella. Eppure c’era chi ordiva, chi tramava e chi imbastiva orli. Chi cuciva maglie e chi no. Ladruncoli facevano la loro parte piccola. I siderurghi quella grande. Grande. GRANDE. E sempre più pesante.
L’avvocato Lagostina fu un’incresciosa comparsa in quel giuoco, non fece neanche in tempo a comparire. Una voce al telefono. Niente più. Il giuoco grande, più di quanto si potesse immaginare, se lo portò via.
L’avvocato fu trovato in fondo a un trafiletto, sfigurato e indescrivibile ai minori, lettori irradiati dal sole mediterraneo, là dove i mitili spurgano, i copertoni svengono e gli occhi bruni di brune occhiute sudano, e nudano… là nella piana campana dove furono radiati ed esiliati i diciassette designer giapponesi.
Costoro, tutti e diciassette, ne avevano di immaginazione ma, gesucristo, le cose non avevano punto appigli, ergonomia zero. Zero! Non una presa, non un verso, non una via, nessuna scritta “Uscita”. No “Exit”. Piazza De Santis sarebbe stato il loro campo santo, il palazzo il mausoleo. La stanza 5, 4, 1 un’urna familiare.
Senonchè…

Nel frattempo a Dortmund, in Germania, spietate spie dell’imperatore giapponese, spie dal cuore d’acciaio – e non è un caso – si muovono, tramano, spiano, infrangono cuori e automobili.
Su tutte la temibile e mortale, ambivalente, bipolare Mata.
Sarà proprio l’agente Mata che, dopo un’ossessionante azione ai danni del tecnico ingegnere Alex Meiner, impiegato nei laboratori delle acciaierie Z-Waf, darà a questi il colpo di grazia, a conclusione spettacolare dell’operazione Yamm-Bell durata 47 mesi, dodici giorni, 4 ore, 3 minuti e 28 secondi. L’azione terminerà in Richte Strasse, angolo Via Vigevano.
Il Meiner si suiciderà poco dopo. L’ora non è certa, ma sicuramente non prima di aver scritto la canzone che segue, diventata hit per quattro stagioni di fila nelle Galapagos, Filippine, Falklands, Egadi e Baleari.

Mata.

Mata, Mata, Mata. Guidavi da cani. Ma t’amavo.
Tu m’ingannavi, io ti scansavo. Ma t’amavo.
Come t’amavo.

All’angolo, con Rue de la Mère ci trovammo,
io pieno di dispacci e microfilms e tu.
Tu. Mata, guidavi come una Mata.

Ci trovammo, ci schiantammo. Venivi da destra, è vero,
ma venivi contromano e capisti tutti i piani in un momento.
Nello scontro per te non ci furono segreti. Più.

Sempre così, fu sempre così: tu da destra e io diritto.
Fino all’angolo con Rue de la Mère. Mi investisti.
Ma era sempre andata così. Mata.
Tu da destra e io diritto.

Mata.
Eri la mia spia nel fianco.
Mata, Mata, Mata. Guidavi da cani. Ma t’amavo.
Tu m’ingannavi, io ti scansavo. Ma t’amavo.
Come t’amavo.
Oh, come t’amavo. Oh. Oh.
Oh no.

Da “Diciassette designer giapponesi”
Testi di Andrea Nani su grafiche di Beppe del Greco.

Un mercoledì di coppa, all’ora del pre-partita, un uomo alto, biondo, orbo dell’occhio sinistro a causa d’un sinistro che gli costò un occhio poiché infatti egli non era assicurato; all’ora del pre-partita un uomo dallo sguardo tagliente, uno solo, lo sguardo, un uomo coperto, come fosse un’armatura, da un trench di cuoio maròn, e guanti, e cappello a larghe tese, tutto maròn tendente al cobalto verso pece. Un uomo fece irruzione nel residence di Piazza De Santis piano 5 stanza 541. Portava una valigia ventiquattrore. E una proposta dal tono imperativo. E un erpes.
Non zi avete zi un piano per uscita di kvì. Noi ce lò ha. Un piano ti acciaio. Impossibile di distruggere, anche di zolo z-calfire. Ich posso prokkurare piano und materia di acciaio di nostri invincibili industri di acciaio indistruttibili, lucido come specchi, come occhi di puri, in-penetrapili vergini durissimi, che ti zanno mortificare con un nein che neanche zi traum: ti sogni. Ich vi prokura acciaio di nostri forni altissimi und zoprannaturali come titani, und in-candescenti che manko Vesuvio, che il giorno che esplode fa confortante akva di bidet per anziani infermi, nel zenzo che non muoiono quando infece defono morire da settimane ormai, mesi anni. E NON MUOIONO. Ma per qvesti abbiamo altri progetti.
Infece Ich vi fornisce tonelaate, tonelaate, tonelaate di acciaio temprato durissimo, che vostre spade katane di piccoli nevrotici und presuntuosi samurai si sognano. Zi traum.
Kapisce? Kapisce?? Kvale opportunità? LO KAPISCE? ZI?
So.
In campio foi fate disegno. Di qvesti numeri di calcoli di fisici und matematici, economisti und cimici… chimici. Di nostri laboratori di Ruhr. Qvesti. Crede che lo kapisce qvesti numeri? Foi siete designer, nicht whar? Non è fero? Ziete i migliori e fostro imperatore fi ha cacciati.
Ma foi potete continuare a disegnare. Afete il dofere di continuare. Noi fi diamo unika possibilità di continuare. Foi dovete accettare fostro destino. Und nostro piano.
La prima reazione fu di Toya. Un’irresistibile attrazione delle sue labbra verso quelle dell’uomo. Ma l’erpes la frenò. Per un momento.
[continua]

Dalla presentazione della rivista OBNOXIOUS di Beppe Del Greco.

“Diciassette designer giapponesi”

Testi di Andrea Nani su grafiche di Beppe del Greco.
Musiche: “Godzilla”, “Tutto il calcio minuto per minuto”, “Me, Myself and I”

Questa è la storia di eroi dimenticati. Erano diciassette: Kamekura Yusaku, Kitai Saburo, Uchishima Masaomi, Ishioka Eiko, Abe Tetsuya, Ohashi Tadashi, Odagiri Akira, Anzai Kichisaburo, Nakamura Makoto, Numata Bo. E altri che non ricordo.
Tutti dimenticati. Per forza. Con quei nomi.
Ma il problema non fu nel nome. Erano eroi. Erano amici, erano fratelli, concubini, coinquilini, soldati commilitoni.
Erano dei cazzo di designer!
Nati lo stesso giorno, la stessa ora, nella stessa casa. Allevati a grafite e cellulosa, cresciuti com-passo aureo, marcianti, fermi, decisi, segnarono la Storia.
E disegnarono tutto.
Avevano disegnato i primi pacemaker, i primissimi polmoni d’acciaio, le prime protesi d’anca. Gli auricolari.
Avevano disegnato le frequenze radio di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Ma un refuso nel design distorse e compromise per sempre il suono di Ciotti. Tuttavia fu un successo, il refuso li premiò.
Disegnarono il Lazio.

Passò la stagione dei mitra e delle boscaglie, durante la quale nondimeno accadde un fatto. Ad Abe Tetsuya nel mezzo di una corsa mozzafiato attraverso una radura (una pericolosa corsa in apnea durante la quale ebbe l’idea, vide il polmone d’acciaio, la sua linea, l’asse di rotazione generante il magnifico cilindro pompante ossigeno, e vita) ebbene, durante quella corsa fatale gli s’inceppò la sua gloriosa mitraglia, una Type 99. Sicché impietrito sotto il fuoco nemico e amico, scrisse una lunga lettera di rimostranze a Olivetti, il quale negò qualsiasi responsabilità o parentela della Type 99 con la sua Lettera 22. La cosa finì lì ma un avvocato scrupoloso si tenne, come si suol dire, un colpo in canna e scomparve. Gli ultimi che lo videro, ancora oggi giurano fosse diretto a Chieti, con calma, e solo dopo un’interminabile interecontinentale fatta proprio a Garlaschelli.

Venne la stagione delle luci strobo e della dance. I diciassette designer disegnarono il cognome “Manero”. L’acconciatura di Joan Armatrading. E quindi fu la stagione dei motocicli, tv color, lavatrici, fotoscanner, frigobar, noccioline, maionese e tapis-roulant.
Avevano disegnato la filodiffusione, in aereo, tornando da Fiuggi, atterrando su Okinawa, ebbri di miso e Pimm’s.

Ma vollero esagerare. Disegnarono assegni scoperti per un valore di 48 milioni di dollari di allora, il corrispondente valore della Scandinavia di oggi, Ikea e isole comprese.
Fu un grave errore. L’imperatore disse loro: “Reietti” e li esiliò. A Nocera. Nocera inferiore.

Fu una brutta stagione per gli eroi. Essi passarono gli ultimi giorni affacciati alla finestra del palazzo di Piazza De Santis, guardando al Vesuvio come fosse uno di casa.
Poi, in un giorno di festa, si guardarono in faccia. Riguardarono il Vesuvio. Ancora si guardarono gli uni gli altri e fu Ishioka Eiko che disse “chiamiamo un avvocato”. Ma l’unico numero che avevano era proprio quello di Garlaschelli, il quale non si fece trovare.
Guardarono il Vesuvio ancora per dei giorni e allora Uchishima Masaomi disse: “Cazzo, ma siamo o non siamo dei designer?” Tutti naturalmente annuirono, chi rumorosamente, chi no.
E Uchishima Masaomi insistette “Siamo o non siamo i più grandi designer della Storia?” E allora tutti si lanciarono sull’attenti e con fragore gridarono “Lo siamo!” Nakamura Makoto, un po’ per l’impeto, un po’ per il fatto che pesasse 40 chili e un po’ anche per il fatto che fosse vicino alla finestra, volò fuori e si fece 5 piani, il tempo di abbozzare a mente tutte l’anse del fiume Niagara di design e infine schizzare se stesso sulla Piazza De Santis.
E così i diciassette, ehm, sedici disegnarono un numero di telefono, il numero di telefono di chi li avrebbe tirati fuori da lì, colui che avrebbe dato fine al loro esilio a Nocera Inferiore, colui che avrebbe dato fine a Nocera Inferiore.
– Pronto? Avvocato! Avvvvvocato, la sento, pronto…

[continua live, in data da definire, ma presto]