Boulevard – 9.

Arrivai al portone, composi il numero che sapevo, entrai e mi chiusi nell’atrio dell’edificio. Sembrava di stare dentro un acquario, c’era troppo silenzio. Diedi un’occhiata: nessuno. Chiamai l’ascensore, atterrò, si aprì, mi ci infilai, era completamente rivestito di fòrmica rossa e profumava di menta, limone e sapone. Schiacciai il sesto piano e la scatola si sollevò accompagnata da un suono di argani, cinghie, pesi e bilancieri, un debole sofferto acuto. Salendo il tempo si contrasse e rovesciandosi si dilatò, per qualche piano ogni suono scomparve, come risucchiato nella traiettoria verticale che stavo percorrendo. Il mio ultimo incarico, istruzioni precise, nessun imprevisto, come sempre, spaccavo il secondo, come sempre, ero un gran bastardo, ero ancora bravo. Ancora due piani, il mio lavoro, l’ultimo incarico. Preverz, quanti ne abbiamo ammazzati, Preverz mai un errore, piani perfetti, tutto previsto, e la mia tattica formidabile, sorprendente.

L’ascensore si arrestò, la mia vescica ne risentì, si aprirono le porte, tornarono i suoni, il mondo si strappò e me lo trovai di fronte: il mio ultimo incarico, per nulla sorpreso, per niente spaventato, incorniciato, illuminato bene, perfino raggiante, contro il muro del corridoio, proprio di fronte a me. 

Un vecchio bestione dai capelli rossi, ingialliti, appiccicati alla testa, sopra una fronte alta. La faccia grossa, dura, porosa e sudata. Il naso era tagliato in due da una vecchia cicatrice orizzontale a metà del setto. Gli occhi piccoli, nascosti, prigionieri dentro masse gonfie, qualcosa di peggio che semplici borse. La bocca larga ma le labbra sottili, rosa, umide lisce come il sesso di una bambina.

Sorrideva, e aveva un cappotto straordinariamente identico al mio. Continuava a sorridere, sorrisi anch’io, mi puntai una pistola alla tempia e gli sparai.

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Boulevard – 8.

Di nuovo l’ombra, il riflesso, quel dannato fastidio. Mi voltai e dentro una Toyota ferma in coda accanto a me, uno dalla faccia italiana fumava guardandosi l’orologio. Non sembrava gli importasse dell’ora, piuttosto stava esaminando cassa, corona, quadrante e cinturino, alitando fumo nel suo abitacolo giapponese. Cercava una prova di esattezza, la risultante unica e giusta di un calcolo fine, ma quando si accorse di me e mi guardò era evidente che i suoi pensieri non erano attaccati a niente. Incagliato tra i denti piantati in quella mandibola idiota doveva esserci un pezzo di carne, era questo che stava cercando: una fastidiosa scoria della sera prima. Ad ogni modo non era lui la causa del mio fastidio. Bagliori sulle finestre alte del palazzo sull’altro lato della strada mi fecero scattare. Mi mossi in mezzo alla gente che aveva ripreso a camminare, guardai l’ora, mancava ormai poco, avevo quasi raggiunto il posto di lavoro ed ero già stanco, possibile? No, non era stanchezza. Mi ricordai di qualche anno addietro quando facevo ancora un certo effetto sulle femmine, c’era questa Geraldine che mi stava appresso si era fissata. Mi ricordo quando me la levai dalle scatole: – Dici che sono affascinante: le mie assenze, le improvvise sparizioni, sono affascinante quando mi defilo. Ma è solo prostatite, piccola. Sono solo un uomo con la prostatite. E ora perdonami. – Uscii dalla sua stanza e non mi corse più dietro.

Quando fosse finita quella faccenda sicuro mi sarei meritato un cesso come si deve.

Boulevard – 7.

Mi voltai e vidi il barista sulla soglia spalancata, insieme alle sue basette e al suo tatuaggio miserabile. Sembrò sorridermi prima di rientrare nel suo locale di fogna. Cristo, avevo un incarico da terminare, cosa stava succedendo? Cosa mi stava succedendo?

Reazione, occorreva reagire, subito. Mi lanciai nel traffico, senza lasciarmi dietro l’ombra che, sentivo, stava divorando la mia. Maledizione. Fermai la colonna di auto che veniva da Nord e poi quella da Sud, mi assalirono i clacson, qualcuno urlava, si sporgeva dal finestrino, i passanti intorno si erano fermati per guardare tutta la scena. Approdai sull’altro lato della strada sbattendo contro una signora, l’unica che se ne andava sorda e indifferente a quell’improvviso manicomio che avevo scatenato, stava risalendo il boulevard, probabilmente verso i magazzini Lazare, concentrata su qualche idiozia da mettersi addosso, che le mancava tanto. Una bella svolta. Ci ricomponemmo e mi squadrò, raccogliendo qualcosa che le era caduto dalle orecchie, che pensavo di averle rotto, ma non vidi sangue né dolore, solo contrarietà e un filamento bianco all’estremità del quale era attaccato un grumo, bianco anche quello. Se lo rinfilò in un orecchio e mi disse – Vecchio stronzo – Proseguì rimettendo in sesto la sua passeggiata e i suoi accidenti di pensieri. Ma come si era vestita? Che razza di scarpe… d’oro, di gomma, di raso, le facevano i piedi piatti, che roba era? E quel giaccone gonfio e viola come un cadavere, come un morto annegato, ma che diavolo succedeva ai magazzini Lazare? Come mandavano in giro la gente?

Boulevard – 6.

– Bene, bene e questo che accidenti vuol dire?

Lo dissi ad alta voce, mentre aprivo la porta guardando tutto intorno senza trovare uno straccio di segno che potesse aiutarmi.

Mi ritrovai sul marciapiede largo del boulevard, c’era da chiedersi come poteva affacciarsi un bar come quello su una strada così. Mi allontanai in pieno giorno lasciando la porta di quel tugurio spalancata, avrebbe preso un po’ d’aria. C’era una corrente che portava l’unto di una friggitoria ficcata da qualche parte lì intorno. Ma che razza di posto era diventato quella strada, me la ricordavo elegante. Passò una carrozza trainata da due bestie bianche che picchiavano gli zoccoli senza un tempo preciso, annuendo come pazzi, posseduti da un tic terribile. Quello che doveva essere un vetturino, o come accidenti li chiamano adesso, era giovane, troppo giovane per esigere rispetto. Aveva i capelli rasati, se ne stava seduto come fosse allo stadio, ingobbito nel suo giubbotto di raso verde. In quella posa assurda masticava spalancando solo un lato della bocca tirando la pelle attaccata al teschio dal quale sgorgava l’azzurro degli occhi spalancati, fissi sul niente. Nulla di cui io potessi accorgermi e nemmeno la famiglia di olandesi o tedeschi che si portava dietro. Una famiglia sbagliata aggrappata alla carrozza, che stava sbagliando tutto, itinerario, vacanza, destino; stava sbagliando qualsiasi emozione in quella stupida esperienza che avevano deciso di condividere. Stupida famiglia bionda.

Lasciai passare quel catafalco, quel ridicolo circo scortato dalle Citroën, dalle Peugeot, dalle Renault. In quel flusso, in quel fiume francese mi accorsi di qualcosa, per un attimo. Qualcosa aveva acuito quel fastidio che sentivo e mi piantai sul bordo del marciapiede, rigido sotto il mio cappotto. Avevo riconosciuto qualcuno a bordo di una di quelle auto? Oppure un’immagine riflessa sulla corrente metallizzata che scorreva lungo il boulevard? Un’immagine alle mie spalle? Mi voltai e vidi il barista sulla soglia spalancata, insieme alle sue basette e al suo tatuaggio miserabile. Sembrò sorridermi prima di rientrare nel suo locale di fogna.

Boulevard – 5.

Venne fuori il biglietto da visita dell’agenzia immobiliare Preverz. Con quella maledetta luce verde e fioca come la vita di un uomo torturato per giorni e per niente, riuscii a stento a leggere sul retro del biglietto: 331.789 voci bianche. Infilai la tessera, attesi il segnale, composi il numero e aspettai. Rispose un coro, quel diavolo di Maurice era fissato con queste fesserie. Dopo quattro accordi lunghi di quella calca di castrati si attivò la segreteria telefonica.

– Preverz? Mi serve un posto dove stare per un po’. Finito questo lavoro devo starmene nascosto per qualche tempo. In città, fuori città, fa lo stesso. Sono vecchio Preverz. Siamo vecchi. Ho bisogno di riposare fino al prossimo incarico. Sono ancora un gran bastardo Preverz, lo sai? C’è qualcuno che mi sta addoss.

Non feci in tempo a finire, riappesi. Guardai l’ora, decisi di risalire e affrontare quei tre disgraziati, una cosa facile: non erano ancora scesi, segno che se la stavano facendo sotto. Ma c’era sempre questo pizzicore dietro la nuca che mi innervosiva, per non parlare del resto. Mai sottovalutare le cose facili, hai tutto da perdere.

Mi arrampicai, tenevo i pugni stretti, il cappotto aperto strisciava contro i muri, scrostò un lembo di poster mentre dalla sala bar si sentiva già il ronzio dei neon, del frigidaire. Mi fermai sulla soglia, riflesso nella vetrina delle bibite, nell’angolo di fronte a me, vidi l’ingresso deserto. Nessuna informazione sul barista.

– Hai proprio uno schifo di locale. Ma che ci fai là sotto?

Niente. Feci un passo. Nessuno. Attraversai tra i tavolini, la tazzina del magrebino era rovesciata, il bicchiere di quell’altro per terra, passando gli diedi un calcio. Dietro il banco un rubinetto gettava acqua e l’acciaio del lavandino vibrava sotto lo scroscio.

– Bene, bene e questo che accidenti vuol dire?

Boulevard – 4.

La pistola rimase fredda nella fondina, e mi diede piacere sfiorarla. Era un vecchio trucco. Cacciarsi in un vicolo cieco per mettere allo scoperto chi ti sta alle calcagna. Ha sempre funzionato, fin dai tempi di Lione. Con Preverz allora ci capitò diverse volte, lavoravamo in due, davamo molto fastidio e c’era sempre qualcuno che ci fiatava sul collo. Ma noi facevamo le cose per bene e tenevamo conto di chi poteva volerci male, tanto per cominciare i fratelli Chasseur e la loro marmaglia di nani maledetti, piccoli violenti bastardi, nessuno di loro superava il metro e sessanta ma cristo come mordevano. Quella volta, la prima volta, – ma quanti anni sono passati? – li avevamo dietro, lo sapevamo lo sentivamo, potevamo quasi vederli ma quei dannati non si decidevano a saltar fuori. Ce li trascinammo fino alla Gare Saint Jacques in pieno pomeriggio. Un treno era appena arrivato e stava scendendo un putiferio di gente, le banchine si popolarono improvvisamente di uomini in abito e cappello, l’espressione dura, provata, pronta per la seconda parte di un incontro decisivo per superare il girone, nessuno di loro voleva essere eliminato, tanto meno Prevertz ed io, per altri versi. Tra loro qualche donna dalle linee ancora più taglienti, fredda, i capelli raccolti in foulard monocolore, nessuno straccio di fiore, ancheggiava trafiggendo il cemento con tacchi d’acciaio. Concentrata e decisa, quella fiumana si imbottigliò verso l’atrio degli arrivi travolgendoci nel suo flusso di fresco lana. Attendevamo la fine di quel torrente prendendo qualche spintone, qualche gomitata, e intanto risalivamo rasenti il convoglio fino all’ultima carrozza, e quando finalmente ci trovammo allo scoperto, ci voltammo a guardare le ultime schiene di quella coda ansiosa. I piccoli bastardi dei Chasseur erano là in mezzo, non dovevamo fare altro che aspettare.
Andò che li facemmo secchi, fu facile. Uscirono dalla bolgia come punti neri schiacciati da una femmina nervosa e li facemmo secchi. Mi dispiace forse per qualche schiena che ci andò di mezzo. Mi dispiace ora, allora non ci badai. Fu così facile, dannatamente facile.
Ecco, ora la faccenda era diversa: mi sentivo bruciare le spalle, bene, ma c’era qualcosa che… non sapevo da che parte mi sarei aspettato un’imboscata, quanti erano, chi erano, che diavolo volevano e questo mi stava facendo saltare i nervi. Avevo un incarico da portare a termine, mi serviva un cesso e c’era qualcosa che mi infastidiva. Allora mi cacciai in quel buco per creare quella che avevo chiamato una svolta forzata. Avevo battezzato così quel genere di manovra per spostare improvvisamente il corso degli eventi, dei miei eventi, una sorta di risettaggio che provocasse effetti sull’intorno, o sulla mia percezione, avrebbe fatto lo stesso. Perché alla fine accade quello che vuoi accada. E se non sai quello che vuoi reagisci a quello che vedi. Azione, sempre azione, altrimenti reazione. Ma in fretta, dovevo approfittare di quello schifo di cesso prima di morire.
I tre di sopra non avrebbero tardato a scendere, questo potevo saperlo come sapevo quanto può fare male il calcio della pistola picchiato in bocca, o un ginocchio spezzato o lo stomaco schiacciato da un bastardo di 90 chili come me. Sapevo tante cose. Aspettai. Senza che niente succedesse, senza rumore, alzai il ricevitore del telefono, un grasso e unto apparecchio di metallo appeso al muro come un cristo adiposo, tozzo, freddo, per niente santo. Vidi che funzionava e riappesi. Una risma di elenchi del telefono accatastata per terra aveva l’aspetto di un’enorme scorta di carta igienica, se ne stava lì, inutile e stracciata, probabilmente nessun numero corrispondeva più; la scansai con il piede e la pila si disfece. Continuai a farmi spazio sotto il telefono lavorando col piede sparpagliando sul pavimento lurido tutti quei vecchi tomi. Diedi un’occhiata al bagno, alla cima delle scale. Quegli idioti là sopra avrebbero dovuto darsi già da fare, invece niente. Così decisi che potevo prendermi altro tempo e tirai fuori dalla tasca interna della giacca il portafoglio, vi frugai in cerca di una tessera telefonica. Venne fuori il biglietto da visita dell’agenzia Preverz, immobili. Con quella maledetta luce verde e fioca come la vita di un uomo torturato per giorni e per niente, riuscii a stento a leggere sul retro del biglietto.

Boulevard – 3.

Avevo caldo, l’alito di un malato mi avrebbe messo più a mio agio. Mi slacciai il cappotto.
La pistola rimase fredda nella fondina, e mi diede piacere sfiorarla. Era un vecchio trucco. Cacciarsi in un vicolo cieco per mettere allo scoperto chi ti sta alle calcagna. Ha sempre funzionato, ma questa volta era diverso: mi sentivo bruciare le spalle, bene, ma c’era qualcosa che… non sapevo da che parte mi sarei aspettato un’imboscata, quanti erano, chi erano che diavolo volevano e questo mi stava facendo saltare i nervi. Avevo un incarico da portare a termine, mi serviva un cesso e c’era qualcosa che mi infastidiva. Allora mi cacciai in quel buco per creare quella che avevo chiamato una svolta forzata. Avevo chiamato così quel genere di manovra per spostare improvvisamente il corso degli eventi, dei miei eventi, una sorta di risettaggio che provocasse effetti sull’intorno, o sulla mia percezione, avrebbe fatto lo stesso. Perché alla fine accade quello che vuoi accada. E se non sai quello che vuoi reagisci a quello che vedi. Azione, sempre azione altrimenti reazione. Ma in fretta, dovevo approfittare di quello schifo di cesso prima di morire.
I tre di sopra non avrebbero tardato a scendere, questo potevo saperlo come sapevo quanto può fare male il calcio della pistola picchiato in bocca, o un ginocchio spezzato o lo stomaco schiacciato da un bastardo di 90 chili come me.

Boulevard – 2.

Scesi facendo attenzione ai gradini, ai muri sbucciati, umidi. Era piuttosto buio là sotto, ma riuscii a notare un poster, un vecchio, colloso, sudicio poster che invitava in Algeria: vacanze coloniche, invasioni molto francesi, pastis e molto aglio; e ancora piedi nudi, terra di sabbia, fronti in cemento armato e mare. C’era un tuareg d’agenzia in primo piano, il volto quasi del tutto coperto di stoffa blu, quel poco blu che riuscivo a intuire nel colon di gradini in cui mi trovavo; gli occhi sorridevano, o forse sogghignavano. Non ero mai stato in Algeria non fu quel fradicio poster a convincermi di farvi un viaggio. Avanzai, sempre più nel buio fino all’ultimo gradino. Voltai e in un minuscolo disimpegno una debole lampada verde strappava dalle tenebre un telefono, la porta del bagno e un’altra porta: privat. Avevo caldo, l’alito di un malato mi avrebbe messo più a mio agio. Mi slacciai il cappotto.

Boulevard – 1.

Non mi sorprendo mai. Ci ho provato, una volta.

Svoltando di scatto, ho imboccando un corridoio a caso.

L’ho attraversato fino in fondo sorridendo, mascherando il mio terrore.

Ho aperto l’ultima porta e dietro ho trovato la mia camera da letto.

Ero lì che mi stavo aspettando complimentandomi per la mia puntualità.

S.L.

Devo orinare ma posso aspettare. Sono quasi anziano ma per gli anni che mi rimangono ancora, mi vanto di trattenere il piscio. Sputo: un vizio che non mi sono mai levato. Un tempo ci tenevo che non si notasse, ora me ne vanto. Per gli anni che mi rimangono, tendo a vantarmi di tutto. Sul boulevard ho lasciato tracce inequivocabili di me. Sono entrato in un negozio di lingerie solo per litigare con la commessa, ci ho passato una mezz’ora buona, si è messa a piangere. C’era una signora, quella anziana sì, non ha detto una parola ma mi guardava con disgusto. Tenevo in pugno un paio di culotte di seta beige, le stavo stritolando sotto il naso, ora della commessa, ora della vecchia e gridavo schiumando dagli angoli della bocca. Dovevo farmi notare bene, non dovevano dimenticarsi di me. Stavo costruendo il mio alibi.

– Vuoi dirmi che questa è seta? Vuoi dirmi che stiamo parlando di fottuta seta? – mi piaceva quella parte del lavoro, – piccola stracciaia, vuoi prendermi in giro? – La vecchia avrebbe voluto intervenire, era viola come la spilla conficcata nel bavero del suo trench blu cobalto. La piccola commessa mora, secca, dall’aria ignorante ma poco stupida non si azzardava a rispondere. Tremava sì, stava per crollare e alla fine crollò. Quando attaccò a piangere le sbattei in faccia le mutande e lasciai che la vecchia la consolasse. Uscii dal negozio, sputai dentro un cestino a tre metri da me, sotto gli occhi ammirati di un bambino, un bastardo di dieci anni. Dovevo orinare. Aspettai. Guardai l’ora, il cielo alto su Parigi, il fondo del boulevard, la morte e ripresi a camminare. Meno spedito. Ero lucido, ma un po’ infastidito e questo non va bene per chi fa un lavoro come il mio. Il viale stava per finire. Come tutta quella storia. Decisi all’improvviso di entrare in un bar. Due magrebini erano seduti a due tavoli separati, lo sguardo assente, altrove, di là da qualche duna in cartolina. Uno stava bevendo qualcosa di scuro con ghiaccio in un bicchiere a cilindro alto e snello. L’altro un caffè. Al banco un uomo con basette importanti ma quasi calvo armeggiava lento sforzandosi di ricordare qualcosa. Portava una camicia bianca a maniche corte, la portava da almeno una settimana considerando le macchie, le pieghe, l’aspetto logoro. Un braccio era tatuato, un pietoso coltello sbiadito, inciso con il dente di una forchetta, o qualcosa di altrettanto grossolano. C’era silenzio, dalle tubature murate da qualche parte arrivò lo scarico di un cesso. L’odore di caffè e piedi sporchi non creava un bell’ambiente, piuttosto un’atmosfera da ultimi massoni. Mi avvicinai al banco condividendo quel silenzio omertoso. I magrebini facevano di tutto per fingere di non vedermi.

– La chiave del bagno – ordinai. Il barista si ricordò improvvisamente di qualcosa, sicuramente del suo aspetto perché mi fissò con aria di sfida. – C’è un bagno in questo cesso? – raccolsi la sfida.

– Dabbasso, in fondo alle scale. Non c’è la chiave, – disse con l’aria di invitarmi in una trappola, potevo sentire il suo sorriso nascosto da qualche parte, come uno scorpione sotto un sasso. I magrebini parevano essersi svegliati, si mossero ma rimasero seduti.