Nel furore della battaglia l’inconscio venne a galla, gli mostrò le piante, i progetti, gli schemi, la tesi costruite in un vita. In silenzio, sotto la coltre di serietà e senza soffocare.
Dopo quasi quarant’anni gli portò la bandiera, si badi: non gliela strappò, gliela donò. Gli mostrò l’esistenza del proprio lato ridicolo ma “attenzione, Bobby” gli disse, “non devi temere la derisione di te stesso e ancor meno devi temere quella corale da parte degli altri.”
L’autoderisione, come capì Bobby al meglio delle sue possibilità, era molto più violenta e forte dell’autoironia, ma Bobby capì anche come farne carburante, ricco alimento con cui avrebbe nutrito per sempre il suo lato ridicolo, assimilandone la forza, diventando invincibile, inattaccabile, empatico e insieme provocante nei confronti di tutto il resto e di tutti i restanti.
– Sono passato al Lato Ridicolo della Forza. – Questo disse Bobby Caputo al meglio delle sue possibilità.
Da lì in poi per Bobby sarebbe stata una lunga, folgorante, divertente passeggiata tra le mille e mille e ancora mille possibilità di declinare il lato ridicolo di tutto, il cui esaurirsi, negli anni che seguirono, semplicemente si accompagnava al minor fiato e al fatale decadimento fisico di Bobby. Ma anche questo aveva il suo lato ridicolo. Come quando Bobby morì di ischemia nel parterre dello stadio Bagassi di Toronto all’ultima stoccata, all’ultimo suono amplificato distorto, che diede fine ai campionati mondiali di scherma transgender.

– Sono delle mummie quei cosi che lancia il re? È un gioco? – chiese Bobby.
– Esattamente, ma è un rituale, non un gioco, caro, puoi stare sicuro che non è affatto un gioco – lo rassicurò il professore Lovati.
Quello che intuì Bobby era che ci fosse un misterioso lato ridicolo per tutto, anche per dei neonati mummificati o per riti abominevoli come il lancio della mummia nonché per il termine “precolombiano”. Avrebbe potuto approfondire da subito questa intuizione, iniziare a comprovarla studiando i casi limite, perseguire una strada, ma il cordone di sicurezza che lo cingeva non glielo permise, non del tutto, almeno.
E così andò avanti, crebbe nei credo, nei “sicuramente”, crebbe in posti sicuri, percorrendo strade sicure, navigando in acque sicure, questo a detta di tutti coloro che gli furono intorno, i quali, un po’ come quelle statue Inca, Bobby non sapeva dire se lo adorassero o se in fondo provassero fastidio per lui. Perché è vero, insieme a un senso di sicurezza egli aveva sempre provato un doloroso senso di disagio.
Ma mentre l’inconscio lavorava per trovare una via, la sua via, senza cordoni di protezione, senza salvagente, senza venti a favore, la vita cosciente di Bobby Caputo fu segnata da una patina di serietà che nel tempo si fece coltre, sempre più spessa, pesante e polverosa, fino a quella settimana in cui lottò per ucciderla e la uccise.
Si può lottare con una coperta? Ci sono esempi nell’iconografia del cinema o del fumetto ma anche della pittura a cavalletto, che confermano ampiamente questa ipotesi. Ed è quello che fece nel suo appartamento di Manhattan. Cominciò di venerdi e finì la domenica della settimana successiva. I primi tre giorni furono solo dei preliminari, cominciò a fare sul serio il lunedi, prima ancora che albeggiasse.

Bobby fu solo apparentemente fortunato e di questo se ne rese sempre più conto a cominciare da un lontano giorno  della sua giovinezza. Bobby ora lo capiva, dopo una settimana chiuso in casa nel suo appartamento calzante largo perfetto, quando si sentì al massimo delle sue possibilità. Questa fu la prima cosa che capì.
Riguardo la sua buona e bella sorte, gli erano venute delle perplessità – le prime perplessità – da ragazzo, a primavera, il giorno della gita scolastica al Royal Ontario Museum. L’insegnante di scienze, un uomo follemente di Voghera, follemente innamorato di Voghera la sua città natale, era al suo primo anno di insegnamento e di vita a Manhattan. Tanto ottuso quanto acuta era la sua voce, Mr. Lovati aveva organizzato tutto per bene fin dall’inizio di ottobre, seguendo l’efficace modello economico della scuola di Chicago, in voga da oltre vent’anni, e disponendo della nuova tecnologia della formazione elaborata dal MIT, nella versione 11.3, in dotazione a quasi tutti gli istituti scolastici federali, ovvero un buon 62%.
Mr. Lovati aveva programmi. A sua volta era stato ben programmato.
Ma tutto questo non deve confondere perché quello che accadde allora nei sensazionali atri, sale, saloni, corridoioni del Royal Ontario Museum fu di una tale precisione cruciale e, se vogliamo, spaventosa, che tutta la faccenda avrebbe potuto risolversi lì, invece Bobby Caputo – molto aldilà da venire il meglio delle sue possibilità –, rimase solo perplesso. Fu l’inizio, questo è certo.
– Professore, posso fare una domanda?
– Sì, dimmi, caro, ma ti prego: “pertinenza”. Atteniamoci al programma. Abbiamo ancora dodici sale da visitare, e poi relazionare, relazionare e relazionare. Ora dimmi, caro. Veloce, caro.
La scolaresca era raggruppata di fronte a una grande e profonda bacheca nella sala dei Popoli e Storia. Tutti i ragazzi se ne stavano in ammirazione, cercando di capirci qualcosa di quella fenomenale ricostruzione e vivida rappresentazione dei costumi, degli usi, della vita nelle civiltà precolombiane.
Prevaleva il beige sull’amaranto, sul lapislazzulo, sul verde smeraldo e il vermiglione. Toni sabbia, neanche a dirlo. Sul lato destro della scena con fondi andini, falsipiani e cieli chiari, inspiegabilmente beige, c’erano tre piccoli fagotti sdraiati per terra, intorno uomini e donne nei tipici costumi colorati precolombiani: folli cromie, per quanto non prevalenti. Le pose delle figure erano piuttosto goffe, indecifrabili, non si capiva se erano in ginocchio veneranti i tre fagotti, o infastidite per il fatto di dover raccogliere quelle specie di grandi larve. A sinistra, dalla parte opposta c’era uno stregone, forse un re, una figura importante, comunque, lo si capiva dalla preziosità e l’eleganza delle vesti, da quell’affare di piume e oro che aveva in testa e per il fatto che fosse attorniato da servitori, meno eleganti che gli porgevano un’ampia bacinella, piatta e anche quella d’oro. Ritto con le braccia levate reggeva un quarto fagotto, sembrava in procinto di lanciarlo là dove giacevano gli altri tre.
Aveva tutta l’aria di una partita di bocce, questo pensò Bobby Caputo, fu questa l’intuizione che, per la prima volta, sbalordì se stesso e che mise in moto dentro di lui il processo di consapevolezza inconscia, che avrebbe raggiunto il culmine conscio a Manhattan, tra la Quinta e la Cinquantaquattro trent’anni dopo.

A metà pomeriggio di un giorno di metà settimana, verso il quindici del mese, tra giugno e luglio, Bobby Caputo tirò un mezzo sospiro. Alla fine dell’esalazione si trovò nell’altra metà di tutto e fu il principio del suo compimento. Bobby sarebbe diventato una star, ma per quanta gloria, ricchezza e celebrità avesse ottenuto, fu in quell’attimo, tra quel mezzo sospiro e il grande respiro che gli fece seguito, fu quello il momento della vita di Bobby Caputo in cui Bobby si sentì – e di fatto lo fu – al meglio delle sue possibilità.
Quando la chiave entra nella serratura e capisci che gira, che “è” la chiave, non importa quante mandate vi siano, non importa quando la porta si aprirà: quello è il momento in cui capisci che “hai” la chiave, risoluzione di tutto ciò che era prima e insieme somma di tutte le possibilità che si apriranno dopo.
Bobby aveva passato un fine settimana a struggersi in un angolo di Manhattan. Era il suo angolo, tra la Quinta e la Cinquantaquattro. La cosa che lamentò dovendo decidere di trasferirsi lì, quattro mesi prima, era che l’appartamento gli sembrava troppo largo. L’agente immobiliare lo rassicurò, come del resto nella sua vita tutti fecero con lui, fu sempre rassicurato. A dimostrare questa condizione erano le sette agenzie di assicurazione a copertura totale da cui non riusciva a separarsi. Gli dicevano “sicuro”, “lei è al sicuro”, “stia sicuro”.
Anche l’agente immobiliare, dunque, gli disse qualcosa come, “le sta perfetto sui fianchi, glielo assicuro”.
Bobby non capì mai fino a quel pomeriggio, dopo quattro mesi tra la Quinta e la Cinquantaquattro, non capì se ne avesse davvero bisogno, di tutta quella protezione Non ebbe mai modo di trovarsi da solo nell’affrontare alcuna criticità. Arrivava sempre una pacca su una spalla, una voce, un discorso serio, rassicurante, dei soldi.
Ma non parlerei di fortuna.

[continua]