Nessun rumore di passi, l’ascensore era ancora lì. Nessuno. Drizzò meglio l’orecchio e sentì i clacson per la strada, deboli e lontanissimi ma erano solo dietro quelle mura, davanti al Mizy Store, negli uffici del quale stava ora per mettere piede.
– Bob! – Non fece quasi in tempo a varcare la porta a vetri che la ragazza al bureau lo accolse vibrando eccitata. Gli occhi marroni, enormi, per quanto si sforzassero di essere maliziosi, gettavano uno sguardo torbido come il fango. La sua femminilità era riscattabile come l’ipoteca di un fallito, ma la sua stupidità per fortuna non le permetteva di rendersene conto, e così se ne stava lì, avvolta male nel suo completo blu, come un pacco mai ritirato, schizzando guano dagli occhi addosso a Bob Nor.
– Bob! – ripeté ma non sapendo cos’altro aggiungere di fronte alla serietà, alla statura, alla posa di Bob Nor, deglutì immobile e si fece rossa sotto complicati strati di creme per il viso, correttori, fondotinta, ciprie, fard.
Cherie…

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Bob Nor, invece, lasciata la Ford si infilò nell’ascensore e salì al piano degli uffici. Il tempo di darsi una scrollata, di buttare lo sguardo alla sua figura appena sfuocata riflessa sulla parete di acciaio della cabina, quando la porta si aprì dopo un sussulto, scorrendo di lato. Si ritrovò di fronte a un ingresso vetrato, si fermò e tese l’orecchio, guardò giù per le scale.

La Ford trafisse il corso, fu un secondo, forse solo una frazione, il tempo sembrava si fosse fermato dallo spavento, sbalordito da quell’imprevisto cosmico che era Bob Nor quando dava forma alla sua natura inclassificabile e così capace di improvvisare. Dopo il balzo la Ford planò derapando leggermente e si rimise in asse per infilarsi nel garage del megastore le cui vetrine, inauguranti la stagione erano il suo ultimo allestimento capolavoro.
Mentre quel vecchio ferro blu Madonna rullava sui copertoni roventi nel ventre del palazzo commerciale, dove il buio e la luce gialla dei neon si tenevano compagnia, l’Audi nera dovette scontrarsi duramente con l’ordine dell’universo il quale non poteva ora essere messo più in discussione, passi Bob Nor ma un’Audi. Nel caso specifico il confine dell’universo, il muro cosmico su cui andò a sbattere l’Audi coincise quasi contemporaneamente con una BMW, una Volkswagen station wagon, una Toyota, Una delle vetrine di Bob Nor per il Nike Store che si affacciavano sul corso. Il contraccolpo coinvolse altre auto raggrumando improvvisamente il flusso urbano lungo una delle principali arterie della città. Il caos per mantenere un ordine universale.
L’Audi non ce la fece proprio ad attraversare il corso.

Nella situazione in cui si trovava ora Bob Nor la catena non poteva funzionare, ci voleva ben altro. A qualche decina di metri dietro di lui un’Audi nera stava guadagnando terreno nel modo più sporco che si potesse immaginare. Gli stavano dietro da un pezzo, avevano falciato mezza città in poco più due minuti, un miracolo che ancora non fosse successo ancora niente, solo spavento, stupore, nessuno che avesse fatto in tempo a imprecare. Troppo velocità, troppa furia, troppa pazzia, tutto quanto era ormai maturo per un fragoroso epilogo.

La vecchia Ford Escort blu Madonna filava contromano nel vicolo a senso unico che tagliava l’immenso vialone a quattro corsie. Il corso era steso per qualche chilometro tra il centro, incastonato nella planimetria urbana, e una delle più grandi piazze della città, cui confluivano altre circonvallazioni e arterie a traffico denso. Ancora pochi secondi e Bob Nor sarebbe finito nelle correnti impetuose di quel fiume di ferro, lo schianto inevitabile. Pure essendo altissime le probabilità di un fine corsa tragico, esplosivo, con il massimo numero di frammenti di vetro, Bob Nor non pensava affatto a mollare e diede gas. L’accelerazione fece sbandare la macchina, le fiancate strisciarono contro i muri secolari scorticandosi, tracciando segmenti insolenti e blu. Sui sedili dietro un cartone aperto eruttava scaglie di polistirolo a ogni colpo, i lapilli di plastica espansa spogliavano nell’eccitazione della corsa una bottiglia magnum di Chateau Latour. Un’infinità di cicche di Pall Mall sparpagliate e vorticanti, davano l’idea che fosse esploso il portacenere, mentre uno smoking amaranto, appeso a un tozzo gancio sopra il finestrino posteriore aperto a metà, sventolava nell’abitacolo come un epilettico indolente. Un paio di scarpe di coccodrillo, come silenti predatori, si stavano divorando due calze corte, bianche, umide che si erano annidate sotto i sedili marroni lucidi. Da qualche parte a bordo della vecchia Ford – interni in plastica – doveva esserci un revolver, Bob Nor ne era sicuro, ci contava parecchio su quel revolver. C’era invece sicuramente una grossa catena sempre a portata di mano, ficcata nel portaoggetti della portiera. Bob Nor la usava per farsi largo tra i guidatori incerti, ingombranti, lenti, meritevoli di una punizione. Più di una volta negli ingorghi si apriva varchi frustando, o minacciando di farlo, le fiancate delle auto vicine; si sporgeva dal finestrino brandendo la pesante arma di ferro, urlando, maledicendo in una lingua incomprensibile ma spaventosa. Quasi sempre funzionava ma ogni tanto la catena serviva per i corpo a corpo, quando un duro scendeva per reagire.  

– Si immagini per esempio un Bob Nor. Ha sentito parlare di Bob Nor non è vero? Lei era sicuro di aver preso tutte le precauzioni, di avere fatto bene i conti con le organizzazioni criminali, credeva di poter prevedere le azioni tipo di bande tipo, di organizzazioni tipo, di cosche tipo, di famiglie tipo, di predatori tipo e poi salta fuori Bob Nor, decide di venire da lei, anzi non lo decide, improvvisa e si trova dentro casa sua. Lei che fa? Ha Bob Nor molto nervoso in sala che apre i cassetti del bureau e lei che fa?

 – Non lo so. Che faccio? Ma come ci è entrato in casa mia?

– Questo è il punto, quando si farà questa domanda sarà fin troppo tardi e potrà dire addio a tutto, dica pure addio a tutto e non sbaglierà, perché è impossibile sapere cosa Bob Nor si porterà via. Quindi saluti il salmone in frigo, l’ovatta nella toilette, De Chirico, il cane, tutti gli abbonamenti, occhiali da sole e le pochette, se ne ha.

– Ne ho.

– Vede?

– Ma allora?

Bob Nor – 3.

Bob Nor per un pelo non mi investì d’insulti, occupato com’era a non morire. Mi vide tirare dritto e io, del resto, non mi volli fare alcuna domanda e lo lasciai lì, piegato, a mentire sulla sua altezza, con i piedi nudi in mezzo ai vetri. Svoltai l’angolo e raggiunsi il portone. Suonai; un tocco leggero nelle prime ore del mattino. Ci tenevo a essere discreto, lo facevo sempre, ma non avevo idea di cosa fosse appena successo, non potevo immaginare che solo mezz’ora prima quattro animali armati erano entrati cercando Bob Nor per fargli pagare qualcosa. Il prezzo doveva essere molto alto perché, in ordine, ci rimisero la pelle: il portinaio, un capofamiglia turnista che si trovava sulle scale, un vecchio monarchico che si era affacciato dalla porta di casa al secondo piano e, per poco, anche Bob Nor. Ma riuscì a farla franca. Ne fece fuori tre dei quattro prima di buttarsi dalla finestra delle scale. Il quarto non stava tanto bene, non sono un medico ma un uomo seduto in una pozza di sangue, che non ride e non si muove, solo ti guarda e tutto quello che riesce a dire è “gh”, dico solo che non stava tanto bene. Bob Nor del resto ci era andato pesante, come in tutto quello che faceva, a cominciare dal suo lavoro di vetrinista, la sua copertura.

Bob Nor – 2.

Bob Nor, quando lo vidi per la prima volta, stava sanguinando, c’erano schegge di vetro ai suoi piedi e anche addosso a lui. Si teneva una mano, era tutto chino su quella mano, teso, immobile, concentrato. Era intento a non morire dissanguato. Bob Nor, allora, non ne voleva sapere di morire. Indossava un completo beige di lino e una camicia bianca slacciata sul petto, una cintura di vitellino nera con una discreta ma elegante fibbia d’argento. Non aveva scarpe, né calze. Sarebbe stato piuttosto alto se non si fosse chinato così sulla sua mano. Si accorse di me, alzò appena gli occhi rimanendo rigido e curvo. Incrociammo gli sguardi, non ci scambiammo una parola ma pensai immediatamente che fosse francese. Il suo silenzio aveva un accento francese. Anche il naso gonfio, storto, con quelle gobbe, e quel ciuffo sugli occhi, i suoi piedi, mi ricordavano l’Alsazia. Mi passò l’appetito.

Bob Nor – 1.

Per questioni cinematografiche, registiche, in molti casi connesse a economie di produzione – ma questo lo capii molto più tardi – la mia idea di criminalità per tanto tempo fu associata a un mondo preciso quanto circoscritto e limitato: il retro, un luogo buio e infernale, placenta di feti demoniaci affogati in torbido liquame. Dal retro venivano partoriti piani diabolici, mostri sanguinari ne uscivano avvolti dall’oscurità per compiere spaventosi delitti. E vi ritornavano grondanti del sangue delle loro vittime o pieni dell’oro trafugato. Il retro, che poteva essere indifferentemente di un locale notturno, di una tintoria, di una cartoleria, di un’agenzia immobiliare, era semplicemente e colpevolmente un retro. Di questo mi aveva convinto il cinema di genere. Questo pensavo della criminalità e di questo rimasi convinto finché non conobbi Bob Nor. Bob Nor era un criminale ed era un vetrinista.