– Ma l’universo ce l’ha l’inconscio? Dietro le leggi dell’universo cosa si muove e genera la materia, il moto e il tempo? L’inconscio dell’universo…
E se noi tutti, qui, fossimo solo un lapsus?

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– È un quartiere, una via velenosa. Tutti tramano contro tutti. Tutti calunniano tutti. Tutti sparlano subdolamente di tutti e lo fanno in cinese.
– Santo cielo, ma che via è?
– Paolo Serpi.

Ti opero al fegato, amico mio
Pensi di non averne?
Vedrai, vedrai se ti opero.
Dimmi il tuo pensiero
ti dirò di che patisci.

Se non hai pensiero
non credere non è
leggereza, amico mio
è un buco che ti porti dietro
è ora che lo riempi.

Di’ qualcosa, una qualunque
così, tanto per cominciare.
Di’ che sei di destra!
di’ che sei egoista!
che vuoi una bella fetta.

Anche tu sei un mortale
fai parte della ghenga
non ti puoi sottrarre
puoi vomitare se lo vuoi
ne hai diritto, amico mio.

Ti opero, adesso
stringi i denti
e vedrai
che tutto poi verrà da sé
senza colpe di nessuno.
Non dovrai pagare.

È un intervento che ti devo
te lo dobbiamo tutti quanti
sei rimasto indietro
tutto questo tempo
chiuso dentro.

Vieni fuori
con le mani dove vuoi
prendi ciò che credi
fa’ quello che vuoi
sappiano che non puoi
nuocere a nessuno.

Puoi solo fare luce
a te, tutto intorno a te
a noi, tutto intorno a noi.
Qui va tutto male
puoi fare solo meglio, tu.

Che stupido sei stato
che stupidi anche noi
ma facevi sì paura
che non ci fidavamo
e nemmeno tu.

Ora hai fegato
un fegato nuovo
amico mio
coraggio, vieni fuori
con le mani dove vuoi.

Vieni fuori
con le mani dove vuoi
prendi ciò che credi
fai quello che vuoi
sappiano che non puoi
nuocere a nessuno.

Puoi solo fare luce
a te, tutto intorno a te
a noi tutto intorno a noi.
Qui va tutto male
puoi fare solo meglio, tu.

Coraggio, vieni fuori.
Hai un fegato nuovo.

Pupa, come fai di nome?
Lisa? Ma se sei una rosa fresca
Lisa, vieni qui, siedi
Vuoi qualcosa da bere, da mangiare?
No?
Io credo nei sandwich, lo sai?
Tu in cosa credi?
Nell’Alabama? Cosa dici?
Mi prendi in giro, pupa
Si sta bene qui non trovi?
Faccio una telefonata
ordino quello che vuoi
Come dici? vuoi pescare?
Ah, le carte, vuoi pescare una carta.
Bene come vuoi
Metto della musica
Aspetta qui
È un buon divano, non lo credi?
Avevo giusto un mazzo nuovo
Anzi due
Ti piacciono gli Hot Chocolate?
Non li conosci?
Ma di dove sei pupa?
“Lisa” proprio non ti si addice
Santo cielo che gambe ti ritrovi
E tutto il resto
Seduta pari una non lo so

Deve esserci della maionese
È una cosa di cui si può fare a meno
ma quando c’è non puoi fare a meno
di approfittarne
Sicura niente, niente?
Ti preparo un drink
Dio che gambe
E tutto il resto
È rimasto giusto un po’ di ghiaccio
Puoi pescare quella carta intanto
Che preparo i nostri drink
il nostro ora
il mio ora è sempre stato tra cinque minuti
Ma ora pupa con te non c’è un minuto da perdere
Che cos’è?
Un due
Di cuori
È una buona carta
No?
Non vorrai uccidermi?
Sì?
Ma che dici?
Non puoi con quelle gambe
e tutto il resto
Possiamo fare così
Ti guardo
Andare via
E rimettiamo tutto a posto
la carte nel mazzo
il ghiaccio nel freezer
le calorie nei carboidrati
i valori nel sandwich
il sogno nel sonno
E mi sveglio con due cuori
Il mio e il tuo
che non sarà mai
pupa
mai il mio

Carissimi che provate a cimentarvi con le ricette che vi propongo, ricette, come sapete leggendarie, alcune antiche, altre meno antiche, tutte sconosciute, alcune perché tenute gelosamente nascoste da misteriosi depositari, altre perché dimenticate, appartenute a culture, a civiltà, a popoli dimenticati come i tifosi del Salsominore Tarme, squadra di calcio sprofondata nell’ignominia e scomparsa, sopraffatta dalla rivale Salsomaggiore Terme della omonima città, presso cui, ancora oggi, si producono le più micidiali macchine del fango.
Oggi vi propongo le mezze penne alla scioscione. Un piatto tipico precolombiano, senza uova, senza coloni, senza Europa. Aromi? Vedremo.
Si prendono delle penne intere, tante manciate quanti sono i vostri ospiti a tavola, si mettono in un contenitore di vetro e si umiliano fino a farle sentire delle mezze penne. Così, vedete? Rimestandole crude con un cucchiaio di legno, nervosamente per qualche minuto fino a che l’umiliazione non le scotti. Potete aggiungere crudeltà: una variante bresciana prevede del perizoma tagliato a strisce, dei latrati di cani o per chi ama i gusti più forti, risate di sit-com anni ’80.
Quando vedete che le penne si sono depresse, un minuto prima del suicidio, le sbollentate per togliere le ultime tracce di rigidità, facendo uscire bene tutto l’amido.
Niente sale, mi raccomando, servite insieme a con poca acqua di cottura perché stiano nel loro brodo fino alla fine del pasto che sarà umiliante.
Buon appetito.

Eri brutta Marisa
brutta folgorante
bevevi il tamarindo
nelle sere con le danze

Eri brutta forte
ma con te ballavo
volentieri ti cingevo
eri tutta l’Occidente

Volavamo sulla cera
sui pavimenti specchi
intorno fuori i ragni
guardavano la tele

appesi ad un presente
traballante come un treno
in corsa per domani
viaggiatori ch’eravamo

Un futuro in bianco e nero
prometteva la tv
ma i colori su in balera
i profumi della sera

i sorrisi in faccia al tempo
era tutto quanto quello
ch’è sempre stato tutto
e che ora non è più

Marisa quanto è bello forte
il bel niente oggi
che oggi è un passo indietro
di quel bel futuro

che sapevamo io e tu

[Erman Esselunga]