Cesar era un grande, lo è stato per un decennio almeno. Tutti quelli che sono sopravvissuti a quel decennio se lo ricordano. Anche chi lo vide solo una volta, per un attimo, con poca luce, intermittente, stroboscopica, se lo può ricordare. Io fui uno di quelli. E oggi, dopo più di trent’anni, me lo ricordo ancora. Mi ricordo del locale in cui lo vidi, ricordo ancora quanti fossero i decibel, era un numero fuorilegge, tanto era amplificata la musica. Esplosa dagli amplificatori grandi come i primi, primitivi calcolatori elettronici, esplosa come in guerra. Perché era una guerra, allora il divertimento era una guerra, lo è ancora oggi, forse lo sarà per sempre, chi lo sa. E Cesar, in quegli anni, era il cuore del conflitto, la causa, lo scontro, lo schianto, il sangue e l’esito insieme: era la “Vittoria”.

Tutti adoravamo Cesar, i suoi pettorali, i suoi occhi e il fuoco che arrivava insieme al suo sguardo, un fuoco glaciale, se mi permettete il gioco.

Oggi viene da sorridere ma a quel tempo vi giuro che non c’era niente di simile tra i mortali come noi, come me. Perché noi tutti sapevamo di essere mortali. Freddy Mercury era morto ma nulla, neanche la morte gli avrebbe tolto l’immortalità, Mick Jagger è vivo ancora oggi e non morirà mai, dovesse morire domani. Ma Cesar… Cesar era vivo in quel momento, quel momento era il suo momento, lui lo amava, lo sapevamo, perché quello era “il” momento, di Cesar e appena un microsecondo dopo di tutti quanti gli altri. Era questo che ci separava e allo stesso tempo ci univa a lui. Che momento universale fu.

In quel locale, più di trent’anni fa, ora lo so, Cesar incrociò la traiettoria del meteorite che ero io. Ma per tutto questo tempo ho sempre pensato che fossi io ad aver incrociato la parabola luminosa, abbagliante, per quanto stroboscopica, di Cesar, perché lui fu una cometa per tutti noi.

Se ne stava sul palco a un metro d’altezza, immerso nelle luci, nel buio e nella musica che ormai non era altro che vibrazione e frastuono. Sudava, gli sudava il petto nudo abbagliato da colori cangianti, ora rosso, ora blu, ora giallo, ora viola; gli sudava il viso, gli sudavano le braccia, perfino la voce era fradicia della sua energia.

Ero capitato per caso in quel locale, il Mop, che era “il” locale, quello in cui tutti quelli della specie a cui appartenevo per sbaglio anch’io finivano per passare serate eccessive ma mai sufficienti, sommate all’infinito le une alle altre, settimana dopo settimana, stagione dopo stagione.

Fino a che il vento del tempo non cambiò, proprio in un giorno di marzo quando, sempre, l’aria di una bandiera invisibile, mossa da una mano ancora più invisibile, segna la fine dell’inverno e dà il via alla primavera. Quello stesso giorno finì un decennio, finì il tempo del Mop, la mia specie mutò e io, sempre per sbaglio, rimasi uguale a me stesso, sempre meno uguale a tutti, con sempre più scarsi modelli di riferimento. E intanto finiva un decennio.

È stupefacente come la storia sia scandita da periodi così caratterizzati come i decenni: gli anni Venti, gli anni Trenta, gli anni Sessanta, Ottanta, Novanta. O i secoli: l’Ottocento, il Novecento. Perché un decennio storico non può iniziare il sesto anno e finire il quinto del decennio successivo? Mi sono sempre fatto domande stupide, mi hanno sempre attratto quesiti senza risposta. Per tutti sarebbe inutile, uno spreco, quasi un reato pensare anche solo un secondo a un problema del genere. Io invece ci ho speso una vita. Anche adesso mi chiedo inutilmente: se Cesar, nonostante la fine del decennio, avesse continuato a sudare, a vestirsi di quelle luci multicolori, a imbeversi di quei notevoli suoni e percussioni, a dare quello spettacolo così unico e così popolare sarebbe riuscito lui solo ad aprire il corso di un’altra storia? Una storia parallela se non divergente da quella che è stata, le cui risacche arrivano a lambirci fino a oggi?

Quando quella sera al Mop incrociammo i nostri sguardi, quando la tracce del nostro vivere nello spazio e nel tempo che oggi si vogliono dannatamente riuscire a calcolare e rappresentare con funzioni tanto complesse quanto determinate; allora quelle tracce ebbero un semplice istantaneo punto di intersezione. Non c’era alcun microsecondo di differenza in quel momento tra Cesar, me e il resto degli universi, alcuna distanza, tanto che potei sentire distintamente sovvertirsi uno dei principi fondativi della fisica: “La materia occupa uno spazio che non può contemporaneamente essere occupato da altra materia”, ma noi non eravamo materia. Io non ero materia. Per tutta la vita non mi sono mai sentito materia, come non mi sono mai sentito di appartenere a questo mondo ma in quel preciso momento, sotto al palco del Mop, sapevo di essere io e insieme Cesar, e insieme tutto il resto, tutto il tempo, tutto. E vedevo la storia prendere da quel centro infinite direzioni ma senza che servisse più nessuno a raccontarla. Ed io ero quelle infinite direzioni.