– Dunque Il suo nome è Belle. Belle e poi?
– Perez.
– Belle Perez.
– Esatto.
– Faccia vedere.
– Prego?
– Un documento di identità.
– Certamente, ecco.
– Complimenti. Belle Perez.

– Cosa leggi?
– Delly e bannati. Un western letterario, una roba del genere.
– Di chi è?
– Fcott Sitzgerald.

Nel comodino tengo alcune cartoline e una graffettatrice. Qualche fazzoletto e del balsamo di tigre. E altro nascosto in fondo al cassetto.
Questa notte mi sono svegliato in preda alla noia. Saranno state le due o le tre, non sapevo proprio che fare e così, per via di tutto quel nero e non riuscendo a fissare il soffitto per distrarmi e riprendere sonno, mi sono seduto sul bordo del letto. Un riflesso fortemente condizionato dalla noia. Ondeggiavo lievemente, così come blandamente interferiva quel ronzio che era impossibile stabilire se fosse nella mia testa o se provenisse dalla stanza, se fosse il respiro del palazzo, o quello della galassia.
In quel buio tiepido e denso mi sentivo come uno condannato a fluttuare nella macchia di petrolio per gli oceani e mari minori. Avrei dovuto volare o scrivere un telegramma. Mettermi in contatto, sì.
Sapevo esattamente dove fosse il comodino, ho allungato il braccio e la mano è arrivata precisa ad afferrare la maniglia del cassetto. Ho tirato. Il rumore è deflagrato rigando la superficie di tutto quel buio e annientando il ronzio, il respiro del palazzo. Ho frugato piano, in pochi gesti ho trovato il balsamo di tigre, una scatolina di metallo che alla luce sarebbe apparsa gialla con graziose decorazioni floreali rosse e nere, ma ora di tutti quei colori non rimaneva che quest’ultimo. Ho aperto il coperchio e subito me ne sono pentito. Quell’odore mi ha strappato una imprecazione che subito si è gonfiata come un air bag occupando la stanza e schiacciandomi su quell’angolo di letto. Il balsamo mi ha ricordato la convalescenza da bambino a Bordighera, il respiro forzato di aria e di salsedine.
Ho riposto a fatica la scatolina nel cassetto. Nel gesto ho sfiorato le cartoline, ed è stato in quel momento! Il contatto con il cartoncino, il contatto! Il contatto che cercavo, di cui avevo bisogno senza saperlo! Quel contatto ha creato un corto circuito e ho appreso. Una luce nera nel buio. Una corrente d’aria elettrizzante.
Ho visto chiaramente. E ho scoperto di essere il doppio di qualcun altro. Con questo non voglio dire di occupare il doppio dello spazio di qualcun altro, ma di esserne il doppione, la versione non originale, la copia. Ne avrete sentito parlare, è una diceria. Ma è vero, io posso testimoniarlo. Non che la cosa mi dia gioia o particolare fierezza, tutt’altro. Lo sconforto è tale che neanche il buio riesce a resistergli e così tutto sbianca come cenere di carbone violentato dal soffio del mantice.
Io sono il doppio di Charlton Eston e in fondo al comodino ci sono proiettili di Winchester. E tutta questa consapevolezza non può che peggiorare la mia situazione.
Ora è giorno, è pieno pomeriggio. Sono affacciato al balcone e vedo la strada sotto, un raro viavai di auto e passanti. Fino a stanotte ero convinto che la vita avrebbe dovuto ancora riservarmi la compiutezza di un destino, il senso stesso del mio destino. Invece questa notte ho appreso che il mio destino era quello di un altro, un attore ormai estinto di Hollywood. Riguardo le cartoline alla luce del sole. Una viene proprio da Bordighera con i saluti di un vecchio compagno dell’istituto tecnico. Quanta goliardia, che respiro rotondo e felice in quelle righe. Bordighera… Quanta coincidenza ha intessuto la mia vita. Ma ora lo so, non sono state mai coincidenze, perché non era la mia vita, era quella dell’altro. Charlton Eston, ora che non ci sei più io cosa sono? Non sono più il doppio, dunque. E Cosa sono, la metà?

– I peni e i vuoti.
– Scusa?
– I volvumi.
– SCUsa??
– La superfiche così delicata, levigata, hai notato?
– Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo?
– No, sì… Vuoi una Lapsus?

Metti da parte l’arte con le
CARAMELLE AL LAPSUS FROID!
Il gusto di sbagliare