Il ponte

Camminavo con passo irregolare, il ponte oscillava, una poiana volteggiava, compariva e spariva nel controluce di un sole la cui bontà mi pareva quanto meno ambigua. Le rane gracidavano, la produzione di gracidii, mi dissi, era nel pieno di una fornitura colossale, un mercato intercontinentale. La natura lavorava come aveva sempre fatto. Ma quando aveva incominciato? A quando risale il suo primo contratto? Con chi? Perché? Quali i vantaggi? Le ferie. Giorno e notte lavorava.
Era giorno e sarebbe andato avanti senza interruzioni fino alla stessa ora un giro di Terra ancora, e ancora e ancora e ancora.
E c’era il ponte. E c’ero io sul ponte. Non andava affatto bene, a cominciare dal mio passo, irregolare. Avevo poca autonomia. Il mio cellulare aveva poca autonomia, e così io con lui. Non mi rimaneva grande scampo.
Il qui, il sotto, l’oltre, il dietro, il sopra, babordo e tribordo, rollio e paura su quel ponte.
Chissà perché ricordo i Jetson, i cartoni animati del vecchio nuovo mondo, che razza di fantasia a quei tempi, gli sceneggiatori, che dannata razza di… le auto volanti, l’ilarità, la semplicità, la familiarità in quella serie così fantascientificamente fossilizzata nell’epopea eppure viva e futura, pronta a saltar fuori in ogni era, perché di nuovo presente, sempre lì fuori da ogni porta come un piazzista di vecchie enciclopedie. Strano che in tutto questo tempo non ne abbiano più parlato.
Da parte mia, solo con la mia intelligenza, ora, non avevo nessun uditorio, nessuno cui far ridere, o dispiacere. Silenzio e gracidio. Vento e fruscio. Ali e pericoli.
Una debole foschia veniva dal basso a ricordarmi dei dubbi, dei sospetti, delle recriminazioni, dei rancori, delle violenze, subite e perpetrate. Ma mi dissi: è un ponte, è solo un ponte, non è un posto in cui stare, dove costruire una casa, una vita. Non diamo retta alla foschia, è fatta solo per confondere, serve alla cronaca, agli incidenti mortali. E io ero solo, nessun treno in corsa sarebbe deragliato travolgendomi, nessuna sparatoria mi avrebbe baciato per sbaglio, nessuna valanga abusiva mi avrebbe spento in un buio bianco.
Così mi feci avanti e più avanzavo più certe note innaturali eppure così umane arrivavano e mi alleviavano la fatica di sopportare tutta quella paura, la paura di varcare la soglia.
Certo che avevo paura, faceva paura, non era un semplice ingresso per cui bastasse girare una maniglia o solo spingere, oppure non fare semplicemente niente perché un infrarosso leggesse una presenza viva o non viva con l’implicita, non detta richiesta di entrare così da spalancarsi le porte ed essere accolto dal risucchio d’aria fredda, calda, fredda, calda… Reception.
E così a metà del ponte ecco che arriva un pettirosso, foriero di qualcosa che non riuscivo a distinguere. Mi portava una batteria nuova per il cellulare. Ma dovevo fidarmi? Di chi dovevo fidarmi? Della musica degli umani oltre il ponte? Ma sarebbero stati umani simili a me? Sarei stato io simile a loro? O dovevo fidarmi delle voci della natura? Voci che mi dicevano “preda!”.
Ma c’era qualcuno che veniva a salvarmi. Non dovevo fidarmi, non avrei dovuto, non l’ho fatto. Non so se ho fatto bene. Quello era il mio ponte, stava a me attraversarlo e così colpii il pettirosso insieme alla batteria. E tutto oscillò. La foschia sorrise finalmente, sembrava non aspettasse altro e mi abbracciò. Era fredda eppure calda. Fredda, calda. E non c’era più nessuno ad attendermi, nessuna prenotazione a nome mio. Nessun ricordo, nessun addio. Caddi.
Un volo lungo, lento, nelle tiepide acque delle sconfitte. Un mondo come un altro in fondo. Successe che trovai la batteria caduta insieme a me, poco prima di me, a causa mia. Feci due o tre telefonate. E ricominciai a risalire cercando di fidarmi. Con quel passo irregolare…

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