– O sono le quattro o sono le tre. Delle due l’una.
– Mezzogiorno e un quarto.

– Non trovo più le calze. Ultimamente continuo a perdere le calze. Mi dimentico dove le metto. Perché?
– È calzheimer.

– Non mi sopporto, da quando sono nato, forse anche da prima. Ed è andata sempre peggio. Dopo le minacce, le risposte a tono, le provocazioni, sono arrivato a tagliarmi un orecchio, a spezzarmi un braccio, per ritorsione a spararmi a una gamba. Mi sto uccidendo. Dottore. Si può curare? Ma che cos’è?
– È una faidate.

Bubba, ti amavo
perché mi hai lasciato?
Avevi i cazzi per la testa, io lo so ma, Bubba, non puoi dire che non ti amavo.
Ti facevo le cose di sera, ti davo la cera, l’amore non era
una fantasia, Bubba, era tutto vero.
I nostri sombreri gemelli, inchiodati al muro rosa
imperiosi come una maggiorata sfacciata
il tappeto di cocco con i vetri di murano sbriciolati
il ventilatore rotto appeso al soffitto
i cuscini sul letto, immobili eppure furtivi, come le nutrie.
Te le ricordi Bubba? Ne prendemmo una coppia giù al canale
fumavamo seduti sulla riva, cose di Cuba, cose proibite a quell’epoca.
Mi occupavo di te, pescavo i salmerini, quelli sì finivano in tavola
Odiavi le verdure, odiavi il poliestere, odiavi il pilates
odiavi i dischi rigidi liquidi
odiavi Jennifer Beals.
Non sapevo come prenderti ma ti amavo
mi prendevo cura di te, delle tua dermatite, preparavo i decotti
gli impacchi, gli infusi, gli oli essenziali.
Aprivo le latte, le scatolette per te, ti guardavo l’olio
e leggevo il futuro nell’olio dei tonni.
Tonna Bubba, tonna da me
te ne prego, la mia Milwuakee non è più la stessa senza i tuoi ricci neri
un pube effervescente
la tua fascia lilla di cotone puro che lo doma
è l’unico ricordo che conservo, nella ghiacciaia.
Quando esco la mattina non c’è traccia di te.
C’è odore di Vietnam, di Napalm, di sconfitta, di figura di merda.
Leggo i necrologi, cerco il mio nome, mi sento così morto
Bubba
tutto il mondo è Genova
senza te.