Eroi

– Quindici posate tutte a sinistra. Una frittatina ancora tiepida.
– Ok, cos’è?
– Non lo so, è un set. Un’aria western, un’aria di attesa. Di un eroe che sta per arrivare. O per tornare.
– Un eroe. Non ce n’è più di eroi.
– Sei in errore. Ci sono, solo che muoiono prima. C’è qualcosa che non va nella sceneggiatura. Possibile che nessuno se ne accorga?
– Anche se fosse, a chi frega? Chi se ne importa?
– Non lo so, ma c’è un grosso errore. Conoscevo una, si chiamava Lara, era di Philadelphia, così diceva, ma aveva un accento e una risata che mi ricordavano tanto Mantova.
Un giorno, eravamo in un parcheggio di un centro commerciale, schiacciati dal sole, impacciati dalle borse, con una gran voglia di bere, stavo aprendo il bagagliaio e lei, da dietro le spalle, mi rivela che a Philadelphia le cose vanno bene, dopotutto. Perché la fecavo tanto lunga? Ma dopotutto cosa? Ma lunga cosa? Ma come ti permetti?
Entrammo in macchina e non fiatammo per tutto il tragitto fino a casa. Non abitavo lontano, e così l’imbarazzo non crebbe più di tanto, capisci, non ci fu un momento in cui fosse irresistibile la voglia di rompere il silenzio. E quando arrivammo era come se non fosse successo niente. Lara si prese le sue borse e camminava davanti a me con quei pantaloncini corti, stretti. Aveva delle gambe. E le sorgenti delle sue gambe. Due monti gemelli, rotondi, schiacciati l’uno contro l’altro che riducevano la valle tra loro a un abisso profondo, sottile come un doppio senso che ancora oggi fatico a comprendere.
Quanto faceva caldo.
– Ok, e allora?
– Lara mi aspettava sulla soglia, aspettava che aprissi la casa, la mia casa. Ma se ne stava lì come se fosse tutta roba sua, come se fosse stato tutto suo da sempre, suo e dei suoi antenati di Philadelphia da non so quante generazioni.
– Non saranno state tante, a meno che non fosse una squaw.
– Non è questo il punto, il punto è che io gliel’ho lasciato fare, gliel’ho lasciato credere. L’ho creduto anch’io maledizione. Avrei potuto essere un eroe. Lo ero, era scritto da qualche parte, ne sono sicuro. Ma poi ecco che arriva un copione, una sceneggiatura scritta da chissà chi, mi sbatte i fogli sulla faccia e mi ruba tutte le battute, me le sostituisce con un… gesù, potevo essere un eroe, lo ero, ne ero così sicuro. E invece.
– Che è successo all’americana, Lara.
– Piano piano ha voluto avere ragione su tutto, ha insultato il mio mobile bar e tutto quello che c’era dentro. Si è spesa molto sulla sambuca. Avresti dovuto vederla. E sentirla.
Me ne sono andato quel pomeriggio stesso, in mezzo a tutto quel caldo. Ho voluto portarmi dietro l’argenteria, in un fagotto, come un ladro nelle vignette umoristiche di tanto tempo fa. È così che oggi muoioino gli eroi. Nell’umiliazione spacciata per frenesia di voler combattere e invece è un riflusso gastrico che ti rifiuta.
Ma tornando alle quindici posate, ecco qua: questo è quello che ho salvato, ed con questo che voglio iniziare la storia. E non penso soltanto all’atmosfera, alla cornice, all’ambientazione. Penso alle carni che quei coltelli  taglieranno, agli occhi che, dalle brodaglie, quei cucchiai pescheranno, ai bocconi che quelle forchette infilzeranno. Penso all’eroe che sta per arrivare, dentro me. Che sta per tornare.
– Ma gli eroi non esistono più! Sono finiti! Lo capisci? Non ce n’è più, sono morti! Tutti!
– Io ancora no. Senti l’ocarina? Senti l’armonica? La tromba, la campana, lo scricchiolio delle assi sotto i camperos, il fischio del vento. E siamo a Fregene. E io sono vivo.
– È troppo tardi.
– È avanzata della frittata, non è tardi, è ancora calda.

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