– Vorrei farmi piccolo e addormentarmi, forse morire, nelle ascelle di Gigliola Cinquetti.
– Questo da quando?
– Un tre settimane.
– Ora dica trentatrè.
– Cinquantacinque.

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Ti amo Teresa dell’Illinois
Avremmo dovuto scendere a patti e invece scendemmo all’Holiday Inn sulla 55, appena dopo Pontiac.
A cena, nel bel mezzo dell’Illinois, tu mi dicesti lasciamo andare, io ti dissi dammi una possibilità ma tu reagisti male, a me e ai crostacei dell’Illinois. Quell’Holiday Inn non ci portò bene, la sua cucina si intromise nella nostra storia già complicata. Non ci voleva proprio.
Come potevo pensare di patteggiare, ora me lo chiedo, Teresa.
Avevo creduto tanto. Nei nostri giorni belli, credevo che sarebbe stata tutta una grande passeggiata. Una lunga, magnifica, divertente passeggiata. Ma nei tuoi occhi c’era già il riflesso della fine, una fine disperata. Per tutto quel tempo l’avevo scambiato per una preghiera d’amore, e ti ho amata tanto. Teresa mia.
Avremmo dovuto finire a Chicago dove tutto è cominciato. E invece ci fermammo a Pontiac, appena dopo. Mi obbligasti a fermarmi in quel posto, mancavano solo poche ore, avremmo potuto aggiustare tutto a Chicago, prendercela comoda, farci una doccia dolce e levarci di dosso tutto il calcare che senza accorgercene, nel tempo, ci aveva costretti nei movimenti, nelle torsioni, non ci aprivamo più l’uno verso l’altra, chiusi come rubinetti. Parlavi tanto della cervicale, ma i tuoi occhi parlavano d’altro e io capivo altro ancora.
Fosti tu a dirmi lasciamo andare, fui io a non voler morire nella mia corazza di misunderstanding e rancore, bollito vivo come un astice dell’Illinois.
Invece furono i crostacei ad avere la loro rivincita. Su noi umani e le nostre cretine storie d’amore. Amore per aragoste e vino bianco. Mosso. Freddo.
Com’è tutto freddo ora, Teresa mia.
Com’è tutto buio.
Ma ancora ti amo, Teresa mia dell’Illinois.

– “Dans la vie on ne fait pas ce que l’on veut mais on est responsable de ce que l’on est.”
– Eh?
– Jean-Paul Sartre. “On passe une moitié de sa vie à attendre ceux qu’on aimera et l’autre moitié à quitter ceux qu’on aime.”
– Chi?
– Victor Hugo. 
– Ma sei francofono?
– Citofono.

– Quindici posate tutte a sinistra. Una frittatina ancora tiepida.
– Ok, cos’è?
– Non lo so, è un set. Un’aria western, un’aria di attesa. Di un eroe che sta per arrivare. O per tornare.
– Un eroe. Non ce n’è più di eroi.
– Sei in errore. Ci sono, solo che muoiono prima. C’è qualcosa che non va nella sceneggiatura. Possibile che nessuno se ne accorga?
– Anche se fosse, a chi frega? Chi se ne importa?
– Non lo so, ma c’è un grosso errore. Conoscevo una, si chiamava Lara, era di Philadelphia, così diceva, ma aveva un accento e una risata che mi ricordavano tanto Mantova.
Un giorno, eravamo in un parcheggio di un centro commerciale, schiacciati dal sole, impacciati dalle borse, con una gran voglia di bere, stavo aprendo il bagagliaio e lei, da dietro le spalle, mi rivela che a Philadelphia le cose vanno bene, dopotutto. Perché la fecavo tanto lunga? Ma dopotutto cosa? Ma lunga cosa? Ma come ti permetti?
Entrammo in macchina e non fiatammo per tutto il tragitto fino a casa. Non abitavo lontano, e così l’imbarazzo non crebbe più di tanto, capisci, non ci fu un momento in cui fosse irresistibile la voglia di rompere il silenzio. E quando arrivammo era come se non fosse successo niente. Lara si prese le sue borse e camminava davanti a me con quei pantaloncini corti, stretti. Aveva delle gambe. E le sorgenti delle sue gambe. Due monti gemelli, rotondi, schiacciati l’uno contro l’altro che riducevano la valle tra loro a un abisso profondo, sottile come un doppio senso che ancora oggi fatico a comprendere.
Quanto faceva caldo.
– Ok, e allora?
– Lara mi aspettava sulla soglia, aspettava che aprissi la casa, la mia casa. Ma se ne stava lì come se fosse tutta roba sua, come se fosse stato tutto suo da sempre, suo e dei suoi antenati di Philadelphia da non so quante generazioni.
– Non saranno state tante, a meno che non fosse una squaw.
– Non è questo il punto, il punto è che io gliel’ho lasciato fare, gliel’ho lasciato credere. L’ho creduto anch’io maledizione. Avrei potuto essere un eroe. Lo ero, era scritto da qualche parte, ne sono sicuro. Ma poi ecco che arriva un copione, una sceneggiatura scritta da chissà chi, mi sbatte i fogli sulla faccia e mi ruba tutte le battute, me le sostituisce con un… gesù, potevo essere un eroe, lo ero, ne ero così sicuro. E invece.
– Che è successo all’americana, Lara.
– Piano piano ha voluto avere ragione su tutto, ha insultato il mio mobile bar e tutto quello che c’era dentro. Si è spesa molto sulla sambuca. Avresti dovuto vederla. E sentirla.
Me ne sono andato quel pomeriggio stesso, in mezzo a tutto quel caldo. Ho voluto portarmi dietro l’argenteria, in un fagotto, come un ladro nelle vignette umoristiche di tanto tempo fa. È così che oggi muoioino gli eroi. Nell’umiliazione spacciata per frenesia di voler combattere e invece è un riflusso gastrico che ti rifiuta.
Ma tornando alle quindici posate, ecco qua: questo è quello che ho salvato, ed con questo che voglio iniziare la storia. E non penso soltanto all’atmosfera, alla cornice, all’ambientazione. Penso alle carni che quei coltelli  taglieranno, agli occhi che, dalle brodaglie, quei cucchiai pescheranno, ai bocconi che quelle forchette infilzeranno. Penso all’eroe che sta per arrivare, dentro me. Che sta per tornare.
– Ma gli eroi non esistono più! Sono finiti! Lo capisci? Non ce n’è più, sono morti! Tutti!
– Io ancora no. Senti l’ocarina? Senti l’armonica? La tromba, la campana, lo scricchiolio delle assi sotto i camperos, il fischio del vento. E siamo a Fregene. E io sono vivo.
– È troppo tardi.
– È avanzata della frittata, non è tardi, è ancora calda.

– Vorrei scrivere una canzone d’amore.
– Ma lascia perdere.
– Una canzone dove ci sono due, quattro, mille, un milione che si amano.
– Ma non esiste.
– E che a un certo punto le cose vanno male. Ma non è male. È un giro di giostra. Sembra tutto finito, finito male e invece è la giostra. Che gira e due milioni si amano.
– Ma lascia stare.
– A un certo punto arriva uno, un chirurgo, sembra un chirurgo perché è vestito con il camice, la maschera, la bandana e tutto il resto. Ha dei guanti da rally. Ha gli occhi che fanno rally sulla giostra, guarda tutti quelli che si amano a ogni giro. E c’è un odore, come di bruciato, come di un motore elettrico bruciato, ma va tutto bene. Tutti sulla giostra si amano e girano, girano. Le viole sbocciano, i colori festeggiano, le luci ridono, l’aria sospira.
Però c’è questo odore. E così il chirurgo si mette ad armeggiare con una centralina lì vicino, piena di cavi e corrente. Suda. Fruga. Guida le mani nell’intreccio di cavi. Stringe i denti. Guida disperato.
Ne escono frittelle.
– Frittelle…
– Già. Il chirurgo grida disperato ma una ragazza bruna, a piedi nudi, dietro di lui, con una camicetta bianca aperta sul seno e una gonnella nera, gli tocca la spalla Il chirurgo si gira, la guarda con terrore e ira, ma lei gli offre una frittella, hanno un buon profumo, lei e la frittella. Gli sorride con gli occhi smeraldo e la bocca corallo. I lunghi folti capelli, neri.
Il chirurgo, furioso, la prende, la stende e la opera. Ma non c’è niente da fare, continua a sprofondare le mani nel ventre, di lei, fruga, suda, guida come un pazzo.
– Ma è terribile.
– La ragazza, sdraiata sul cemento, completamente aperta, gli tocca ancora la spalla, gli sorride sempre.
Il chirurgo si toglie la maschera e si accorge che dalla giostra tutti lo stanno guardando, a ogni giro, in silenzio. La ragazza, sdraiata gli dice, non avere paura, vieni, entra e lui le entra nel ventre aperto come una botola, scende delle scale, giù, giù, è impossibile eppure entra dentro di lei.
Attraverso lei entra in uno stanzone, una camerata di un ospedale, non c’è nessuno, c’è un baule pieno di giocattoli e tra questi un Big Jim. Te lo ricordi il Big Jim?
– Ma questa sarebbe una storia d’amore? E le Barbie?
– Aspetta.
– Ma andiamo via.
– Il Big Jim è vestito da dottore e dice al chirurgo non hai niente, puoi andare, smetti di cercare, qui. Hai trovato tutto quello che pensavi di avere perso, o che ti fosse stato tolto, o che non ti fosse mai stato dato, puoi andare, qui non c’è più niente che ti riguardi. C’è una ragazza fuori che ti sta aspettando, ricucila e lei tornerà a posto. Sorridi, ridi, ama. Ma non dire mai ti amo.
– Perché?
– Beh, quando vuoi servire da bere a qualcuno… a qualcuna, non le dici “ti verso da bere” e te ne stai lì fermo a guardarla fissa negli occhi e continui a dirle “Ti verso un bicchiere di vino”, “È Champagne”, “Riserva” “Io ti verso tanto da bere”, e  non fai niente, capisci?
– Non credo.
– Le servi da bere! E basta. E gioisci del piacere che proverà bevendo il vino che le hai versato. Non dire mai ti amo!, questo è quello che credo intendesse Big Jim.
– Senti, io devo andare.
– Ancora un minuto.
– Devo ritirare le cornici, stasera vengono gli Ambrosoli e devo ancora fare tutto. Sai, sono fiscalisti.
– Il chirurgo è tornato ragazzo, dice io esco. Lascia gennaio, leva i sassi di fiume dalle tasche, dalle spalle, dalle ossa tutte, e spalanca la porta a vetri sulla primavera, fa giusto in tempo a sbirciare la casella della posta e vedere un “Topolino” nel cellophane azzurro fare capolino. E una cartolina. Dice, fa niente, scriverò io le storie e le spedirò a tutti. E amerò il mondo senza dire mai ti amo. Si gira e la ragazza bruna sulla giostra gli dice vieni attaccati forte. È bella, è tutta intera, il seno rosa velato dalla camicetta, le gambe dritte, forti, belle.
I colori festeggiano, le luci ridono, l’aria spira. Profuma.
“Non andiamo da nessuna parte ma siamo ovunque nell’universo, siamo l’universo.”
– Ora andiamo, sta finendo il trimestre.
– Ti è piaciuta?
– Non lo so, continuo a pensare all’IVA.
– Beh, non dirle mai ti amo.
– Ma va’, va’.

– Ahah, ma mi fai morire, ma non sei mai serio?
– Cara Cinzia, sono sempre sopra le fighe.
– … eh?? …
– Pardon, sopra le righe. Scusa sono le caramelle al Lapsus Froid, ne vuoi una?

CARAMELLE AL LAPSUS FROID
Il gusto della gaffe