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Volevo dirti grazie della peperonata come non l’avevo mai mangiata, manco nonna col suo amore, con le sue manone e bracciateletti d’oro. Amuleti, oltre che gioielli. E tu sei stata un fiasco di vino fresco nell’estate calda della vita mia. Ero a tanto così dal rimanere secco. E sei venuta coi bicchieri, coi calici ghiacciati colmi di bianco e bolle e vita. La peperonata, poi, ragazzi.
C’era un muro scalcinato, sfiancato dal sole, chiazzato di mattoni e pietre come carne e ossa, e rogna. Iniziava e finiva da niente a niente. Separava niente da niente. Resisteva a se stesso, corroso, cedente, inutile, insensato. Eppure. Qualcuno vi affisse una réclame, un burro cacao. D’estate. Vi passò davanti un soldato, di cera. Vi arrivò la fine di un onda. Un cane capobranco, solo, del branco neanche il ricordo e d’esser capo, solo pensarlo, eran gravi bruciature.
Il muro lo vide, gli disse, è successo anche a me, ma è tutto ok adesso. Anch’io avevo pareti e palazzi, giardini e strade, numeri civici e citofoni, portoni e graffiti. Ma è tutto ok adesso. Sono questo. Questo sono io. E tu sei solo. Siamo soli. Siamo soli. Anche ora, cane, non ti illudere, perché stai parlando a un muro.
Thomas Wonderful