– Rita.
– Ahahahhahahaha.
– Rita Pure.
– AHAHAHHAHAHAHAHAHAHAH
– Piacere.
– Ma lei è un fenomenoahahahhahahahahahah

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– A noi ci menavano. A noi da bambini ci menavano! Altro che: gli schiaffi! Forti! A noi da bambini ci menavano!
– Guarda che non hanno mica smesso.

Bobby fu solo apparentemente fortunato e di questo se ne rese sempre più conto a cominciare da un lontano giorno  della sua giovinezza. Bobby ora lo capiva, dopo una settimana chiuso in casa nel suo appartamento calzante largo perfetto, quando si sentì al massimo delle sue possibilità. Questa fu la prima cosa che capì.
Riguardo la sua buona e bella sorte, gli erano venute delle perplessità – le prime perplessità – da ragazzo, a primavera, il giorno della gita scolastica al Royal Ontario Museum. L’insegnante di scienze, un uomo follemente di Voghera, follemente innamorato di Voghera la sua città natale, era al suo primo anno di insegnamento e di vita a Manhattan. Tanto ottuso quanto acuta era la sua voce, Mr. Lovati aveva organizzato tutto per bene fin dall’inizio di ottobre, seguendo l’efficace modello economico della scuola di Chicago, in voga da oltre vent’anni, e disponendo della nuova tecnologia della formazione elaborata dal MIT, nella versione 11.3, in dotazione a quasi tutti gli istituti scolastici federali, ovvero un buon 62%.
Mr. Lovati aveva programmi. A sua volta era stato ben programmato.
Ma tutto questo non deve confondere perché quello che accadde allora nei sensazionali atri, sale, saloni, corridoioni del Royal Ontario Museum fu di una tale precisione cruciale e, se vogliamo, spaventosa, che tutta la faccenda avrebbe potuto risolversi lì, invece Bobby Caputo – molto aldilà da venire il meglio delle sue possibilità –, rimase solo perplesso. Fu l’inizio, questo è certo.
– Professore, posso fare una domanda?
– Sì, dimmi, caro, ma ti prego: “pertinenza”. Atteniamoci al programma. Abbiamo ancora dodici sale da visitare, e poi relazionare, relazionare e relazionare. Ora dimmi, caro. Veloce, caro.
La scolaresca era raggruppata di fronte a una grande e profonda bacheca nella sala dei Popoli e Storia. Tutti i ragazzi se ne stavano in ammirazione, cercando di capirci qualcosa di quella fenomenale ricostruzione e vivida rappresentazione dei costumi, degli usi, della vita nelle civiltà precolombiane.
Prevaleva il beige sull’amaranto, sul lapislazzulo, sul verde smeraldo e il vermiglione. Toni sabbia, neanche a dirlo. Sul lato destro della scena con fondi andini, falsipiani e cieli chiari, inspiegabilmente beige, c’erano tre piccoli fagotti sdraiati per terra, intorno uomini e donne nei tipici costumi colorati precolombiani: folli cromie, per quanto non prevalenti. Le pose delle figure erano piuttosto goffe, indecifrabili, non si capiva se erano in ginocchio veneranti i tre fagotti, o infastidite per il fatto di dover raccogliere quelle specie di grandi larve. A sinistra, dalla parte opposta c’era uno stregone, forse un re, una figura importante, comunque, lo si capiva dalla preziosità e l’eleganza delle vesti, da quell’affare di piume e oro che aveva in testa e per il fatto che fosse attorniato da servitori, meno eleganti che gli porgevano un’ampia bacinella, piatta e anche quella d’oro. Ritto con le braccia levate reggeva un quarto fagotto, sembrava in procinto di lanciarlo là dove giacevano gli altri tre.
Aveva tutta l’aria di una partita di bocce, questo pensò Bobby Caputo, fu questa l’intuizione che, per la prima volta, sbalordì se stesso e che mise in moto dentro di lui il processo di consapevolezza inconscia, che avrebbe raggiunto il culmine conscio a Manhattan, tra la Quinta e la Cinquantaquattro trent’anni dopo.

– Arlette.
– Ivonne.
– Ho conosciuto un angelo.
– Sì, un angelo…
– Telogiuro è un angelo.
– Non esistono gli angel…
– È l’Angelo Fornicatore!
– … Dagli il mio numero.

– Tu hai la predisposizione a soverchiare le persone. A schiacciare! E non te ne rendi neanche conto.
– Non è vero.
– Lo vedi? Tutto quello che sai fare è schiacciare! E quando te lo faccio notare cambi discorso come niente.
– … Non hai delle noci?

A metà pomeriggio di un giorno di metà settimana, verso il quindici del mese, tra giugno e luglio, Bobby Caputo tirò un mezzo sospiro. Alla fine dell’esalazione si trovò nell’altra metà di tutto e fu il principio del suo compimento. Bobby sarebbe diventato una star, ma per quanta gloria, ricchezza e celebrità avesse ottenuto, fu in quell’attimo, tra quel mezzo sospiro e il grande respiro che gli fece seguito, fu quello il momento della vita di Bobby Caputo in cui Bobby si sentì – e di fatto lo fu – al meglio delle sue possibilità.
Quando la chiave entra nella serratura e capisci che gira, che “è” la chiave, non importa quante mandate vi siano, non importa quando la porta si aprirà: quello è il momento in cui capisci che “hai” la chiave, risoluzione di tutto ciò che era prima e insieme somma di tutte le possibilità che si apriranno dopo.
Bobby aveva passato un fine settimana a struggersi in un angolo di Manhattan. Era il suo angolo, tra la Quinta e la Cinquantaquattro. La cosa che lamentò dovendo decidere di trasferirsi lì, quattro mesi prima, era che l’appartamento gli sembrava troppo largo. L’agente immobiliare lo rassicurò, come del resto nella sua vita tutti fecero con lui, fu sempre rassicurato. A dimostrare questa condizione erano le sette agenzie di assicurazione a copertura totale da cui non riusciva a separarsi. Gli dicevano “sicuro”, “lei è al sicuro”, “stia sicuro”.
Anche l’agente immobiliare, dunque, gli disse qualcosa come, “le sta perfetto sui fianchi, glielo assicuro”.
Bobby non capì mai fino a quel pomeriggio, dopo quattro mesi tra la Quinta e la Cinquantaquattro, non capì se ne avesse davvero bisogno, di tutta quella protezione Non ebbe mai modo di trovarsi da solo nell’affrontare alcuna criticità. Arrivava sempre una pacca su una spalla, una voce, un discorso serio, rassicurante, dei soldi.
Ma non parlerei di fortuna.

[continua]

– Arlette?
– Ivonne?
– Mi piace il maschio.
– E fin qui…
– Il maschio forte e dominatore
– Sì.
– Forte, dominatore e tamarro.
– Sì!
– Forte dominatore, tamarro e terrone.
– Sì!!
– Il maschio Alfasud.
– …

Buonanotte suonatori
Buonanotte. Ci vediamo dopodomani, la prossima stagione, tra un paio di vite. Avete fatto il vostro spettacolo, avete suonato per noi. Per me. Vi ho ascoltato.
Ho ascoltato poi me.
Vi dico grazie, vi dico buonanotte, avete suonato bene.

Ci sono canali che vanno parecchio forte di là, non so come funziona tutta la faccenda, mi sono fatto un’idea. Ma è solo un’idea.
È tardi ora, vado a dormire.
Le idee si faranno sogni, e i sogni, quello che ne rimarrà, diventeranno mondi perfetti.
Ora non so…