Bobby Caputo al meglio delle sue possibilità – 2.

Bobby fu solo apparentemente fortunato e di questo se ne rese sempre più conto a cominciare da un lontano giorno  della sua giovinezza. Bobby ora lo capiva, dopo una settimana chiuso in casa nel suo appartamento calzante largo perfetto, quando si sentì al massimo delle sue possibilità. Questa fu la prima cosa che capì.
Riguardo la sua buona e bella sorte, gli erano venute delle perplessità – le prime perplessità – da ragazzo, a primavera, il giorno della gita scolastica al Royal Ontario Museum. L’insegnante di scienze, un uomo follemente di Voghera, follemente innamorato di Voghera la sua città natale, era al suo primo anno di insegnamento e di vita a Manhattan. Tanto ottuso quanto acuta era la sua voce, Mr. Lovati aveva organizzato tutto per bene fin dall’inizio di ottobre, seguendo l’efficace modello economico della scuola di Chicago, in voga da oltre vent’anni, e disponendo della nuova tecnologia della formazione elaborata dal MIT, nella versione 11.3, in dotazione a quasi tutti gli istituti scolastici federali, ovvero un buon 62%.
Mr. Lovati aveva programmi. A sua volta era stato ben programmato.
Ma tutto questo non deve confondere perché quello che accadde allora nei sensazionali atri, sale, saloni, corridoioni del Royal Ontario Museum fu di una tale precisione cruciale e, se vogliamo, spaventosa, che tutta la faccenda avrebbe potuto risolversi lì, invece Bobby Caputo – molto aldilà da venire il meglio delle sue possibilità –, rimase solo perplesso. Fu l’inizio, questo è certo.
– Professore, posso fare una domanda?
– Sì, dimmi, caro, ma ti prego: “pertinenza”. Atteniamoci al programma. Abbiamo ancora dodici sale da visitare, e poi relazionare, relazionare e relazionare. Ora dimmi, caro. Veloce, caro.
La scolaresca era raggruppata di fronte a una grande e profonda bacheca nella sala dei Popoli e Storia. Tutti i ragazzi se ne stavano in ammirazione, cercando di capirci qualcosa di quella fenomenale ricostruzione e vivida rappresentazione dei costumi, degli usi, della vita nelle civiltà precolombiane.
Prevaleva il beige sull’amaranto, sul lapislazzulo, sul verde smeraldo e il vermiglione. Toni sabbia, neanche a dirlo. Sul lato destro della scena con fondi andini, falsipiani e cieli chiari, inspiegabilmente beige, c’erano tre piccoli fagotti sdraiati per terra, intorno uomini e donne nei tipici costumi colorati precolombiani: folli cromie, per quanto non prevalenti. Le pose delle figure erano piuttosto goffe, indecifrabili, non si capiva se erano in ginocchio veneranti i tre fagotti, o infastidite per il fatto di dover raccogliere quelle specie di grandi larve. A sinistra, dalla parte opposta c’era uno stregone, forse un re, una figura importante, comunque, lo si capiva dalla preziosità e l’eleganza delle vesti, da quell’affare di piume e oro che aveva in testa e per il fatto che fosse attorniato da servitori, meno eleganti che gli porgevano un’ampia bacinella, piatta e anche quella d’oro. Ritto con le braccia levate reggeva un quarto fagotto, sembrava in procinto di lanciarlo là dove giacevano gli altri tre.
Aveva tutta l’aria di una partita di bocce, questo pensò Bobby Caputo, fu questa l’intuizione che, per la prima volta, sbalordì se stesso e che mise in moto dentro di lui il processo di consapevolezza inconscia, che avrebbe raggiunto il culmine conscio a Manhattan, tra la Quinta e la Cinquantaquattro trent’anni dopo.

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