La sincronica finale – Parte seconda

Ora, quella che vidi scivolare sull’asfalto davanti a me, incurante di cartacce, schifezze, lattine, macchie, e ancora schifi era un’ombra nera ed elegante, lenta e superba, tanto oscurava ove passava quanto più sole le splendeva intorno. Era l’ombra, era l’ombra di un condor. Ma non era possibile. Un condor. In Centritalia. Eppure. E dopo aver accarezzato l’intero piazzale all’improvviso l’ombra sparì e al posto del nero, come il fazzoletto strappato via dal prestigiatore, comparve un incanto, la cosa più fuori luogo che potessi mai immaginare. Santo cielo, all’improvviso mi sembrava solo ieri che m’incantavo con i maghi, con gli astri, con i fonti battesimali di ogni credo, almeno credo, perché allora credevo a tutto ciò che fosse verosimile, come credevo a tutti i film che raccontavano di storie e uomini e donne e luoghi verosimiglianti eppure così fantastici; mi sembrava ieri che parlavo con il mio amico verde che vedevo solo io, mi sembrava ieri il giorno in cui lo uccisi, nel ciclone fantastico che credetti di creare e che creai quel giorno che ancora ricordo come fosse ieri. Tutto quanto questo che vi dico accadeva prima che ingaggiassi un sanguinoso conflitto per via di un’eredità e che accendessi un mutuo per via di un debito, anzi due, o tre, e prima che iniziassi a non dormire più così bene il pomeriggio. Mi sembrava soltanto ieri.
E invece era Yeri.
Yeri comparve dietro l’ombra del condor e il sole si accese tre volte tanto. Il piazzale s’inclinò e mi rovesciò verso di lei. Se ne stava ritta davanti a una transenna, aveva una gonna di renna, corta, calze spesse e rosa che le arrivavano a metà coscia, tra l’altro belle cosce e gambe tutte, calzava scarpette bianche lucide con della para parecchio aderente da come sembravano tenerla così ritta. Non sarebbe mai caduta con quelle scarpe. Aveva sotto una maglietta gialla con la faccia di una tigre che faceva capolino da dietro una giacca, un bolero doppiopetto blu con alamari d’oro, aperto sul petto, e sul petto una collanina d’oro e un ciondolo d’oro anche lui, un corno, una cosa piccola ma tanto pungente quanto luccicante. Un bel petto tra l’altro.
Yeri, generosa e sagace, teneva tra le mani qualcosa. Quando fui così vicino da vedere il verde dei suoi occhi vidi anche che cosa teneva tra le mani: un blocchetto di assegni che in un primo momento scambiai per una risma di biglietti per il grande match.
Eravamo i soli là fuori, così le chiesi:
– Perché non sei entrata?
– Aspettavo te, sei venuto solo adesso, ma adesso non si può più entrare. È chiuso. Senti come si divertono la dentro?
– Credo di sì.
– Potevamo divertirci anche noi. Tieni.
Mi diede i biglietti ma vidi che si trattava di un blocchetto degli assegni.
Le chiesi ancora prima di “chi sei”, “di dove sei?” perché infatti non aveva alcun tipo di accento, aveva una parlata da film americano di tanto tempo fa.
– Sono Yeri. Sono di dove sei tu ma ho fatto un altro giro, per gioco. Un gioco di specchi.
Esplose qualcosa, così definirei quello che sentii, un’esplosione. Dal palazzetto evidentemente l’incontro ebbe in quel momento il suo culmine nella vittoria e nella sconfitta di uno dei due lottatori, da cui l’orgasmo di gioia e dolore insieme di tutti là dentro.
Sentii un urlo, uno spostamento d’aria di un inverno ghiacciato e di un’estate torrida investirmi, ghiacciarmi, bruciarmi. E ciò che mi sembrava ieri era Yeri, era lì, adesso, di fronte a me. Mi diede uno schiaffo e poi mi sorrise, mi disse “non sono mortale”, mi baciò e il condor planando se la portò via. E tutto di seguito andò come mi ero sempre immaginato sarebbe andato. Sarebbe andato tutto bene.

La sincronicità ha a che vedere con i neuroni specchio. Con il gioco di specchi. Tieni pulita la mente e allora vedrai anche attraverso gli specchi. Vedrai i giochi e tutto quello che c’è dietro le quinte. Saprai finalmente perché ritornano le immagini che immagini, perché ritornano in forma fisica, epifanie che sapevi, che ti eri annunciato da solo. Senza dèi, senza santi, senza colpe, senza castighi, senza niente di niente. Puoi immaginare la tua fine. E il tuo inizio. La fine. E l’inizio di tutto.

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