La sincronica finale

– Sono marchigiana.
– Macchissenefrega! Non m’importa più! Viva le Marche! Viva Betlemme e viva Parigi. Viva il Conero.

Avevo ventotto anni quando mi liberai di un’ossessione, il giorno in cui conobbi Yeri, davanti all’ingresso del palazzetto dello sport. C’era la finale di un qualche sport dove ci si mena in modo spettacolare. L’incontro era già bello che iniziato da un pezzo. Per il match erano venuti da tutto il paese, e anche da oltre confine, dalla Svezia in particolare o dalla California, almeno credo, tendo a non distinguere i californiani dagli svedesi. Dal giorno prima, a qualsiasi ora e in qualsiasi via, slargo, bar, tintoria, si incontravano esemplari umani fuori standard rispetto a quello cui erano tutti abituati. Anch’io, che ero fin troppo aperto alle possibilità, fui a un certo punto sbalordito quando vidi due uomini, biondo cenere uno e biondo tabacco l’altro, di quasi due metri e almeno cento chili, orinare contro il muro di cinta del deposito dei tram, vicini tra loro, amichevoli, e chiacchierare come se stessero prendendo un drink, e intanto orinavano e parlottavano. Passandogli accanto, lungo il marciapiede, sentii forte odore di cavallo e betulle e di carburante, ma certo non potevano esserne responabili i tram. Non potei fare a meno anche di sbirciare alle loro spalle e notare che i pantaloni disinvoltamente abbassati mostravano un bel principio di natiche sode, eleganti e leggermente coperte da una delicata peluria, anch’essa bionda, proprio come me l’aspettavo.
Il giorno della finale il palazzetto aveva risucchiato tutta quella fauna maschia e femmina, una penetrazione ermafrodita dentro un utero di acciaio vetro e cemento nudo, solo coperto da una fila di veli colorati, o bandiere. Si sentivano le scosse dell’amplesso, le vibrazioni e le urla da fuori come si provenissero da una qualche camera accanto, in un motel di legno. C’era molta gioia e molto sudore, si sentiva. La cattiveria era tutta recitata, tutto spettacolo, si sentiva anche questo.
Insomma, il giorno della finale, a quell’ora, di fronte al palazzetto non rimaneva un granché da fare, oltre origliare, magari un giretto tra bancarelle e chioschi, a comprarsi qualche gadget o maglietta o un panino. Io in effetti ero piuttosto affamato ma combattevo ancora dopo quattro settimane per non cedere agli eccipienti, agli oli di palme varie, agli aromi artificiali e vari, determinato com’ero a perdere peso e ritrovare una linea che mi desse dignità nei confronti degli altri membri della mia specie. Avevo qualche problema di stima verso me stesso, dovuto credo a tutto il tempo passato a studiare astrologia durante l’adolescenza, e a convincermi allora della pochezza e del potenziale ridicolo del mio tema natale. Anni dopo mi resi conto di avere allora sbagliato i calcoli, avendo appunto poi scoperto, per puro caso, la reale ora della mia nascita.
Ma quel giorno ero ancora nel pieno del mio combattimento tutto intimo e interiore, stomaco contro gola, cuore contro occipite, lombi contro pene.
Attraversavo il piazzale per risparmiare strada, dovendo raggiungere un notaio in fretta con cui avevo appuntamento, ma anche perché volevo a tutti i costi girare alla larga dalla succursale del Banco Piceno che per me rappresentava contemporaneamente due cose, due aspetti della stessa ossessione: le Marche e i soldi.

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2 commenti

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  1. Il Banco Piceno venne poi assorbito, così come la Ca.Spa.Ma. (la Cassa de Sparagnu di Macerata) dalla Banca delle Marche, che fu a sua volta commissariata e poi salvata. Ma questa è un’altra storia.
    Gran bel pezzo di post, questo, specie quando si parla di natiche di lottatori (di cui parlo diffusamente anch’io nel mio ultimo sproloquio).

    Mi piace

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