– La quinoa. La quinoa bollita e ammucchiata o spianata nel piatto ha l’aspetto e l’odore della ghiaia del cortile di un monastero.
– Sul serio? Mi passi il salmo?
– Scusa?
– Il salmone.
– Ah, tieni. … maledetti milanesi…
– Certo.
– Certo cosa?
– La certosa, mi passi anche la certosa?
– Ma vattela a prendere a Chiaravalle. E abbreviami ‘sta minchia.

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Ora, quella che vidi scivolare sull’asfalto davanti a me, incurante di cartacce, schifezze, lattine, macchie, e ancora schifi era un’ombra nera ed elegante, lenta e superba, tanto oscurava ove passava quanto più sole le splendeva intorno. Era l’ombra, era l’ombra di un condor. Ma non era possibile. Un condor. In Centritalia. Eppure. E dopo aver accarezzato l’intero piazzale all’improvviso l’ombra sparì e al posto del nero, come il fazzoletto strappato via dal prestigiatore, comparve un incanto, la cosa più fuori luogo che potessi mai immaginare. Santo cielo, all’improvviso mi sembrava solo ieri che m’incantavo con i maghi, con gli astri, con i fonti battesimali di ogni credo, almeno credo, perché allora credevo a tutto ciò che fosse verosimile, come credevo a tutti i film che raccontavano di storie e uomini e donne e luoghi verosimiglianti eppure così fantastici; mi sembrava ieri che parlavo con il mio amico verde che vedevo solo io, mi sembrava ieri il giorno in cui lo uccisi, nel ciclone fantastico che credetti di creare e che creai quel giorno che ancora ricordo come fosse ieri. Tutto quanto questo che vi dico accadeva prima che ingaggiassi un sanguinoso conflitto per via di un’eredità e che accendessi un mutuo per via di un debito, anzi due, o tre, e prima che iniziassi a non dormire più così bene il pomeriggio. Mi sembrava soltanto ieri.
E invece era Yeri.
Yeri comparve dietro l’ombra del condor e il sole si accese tre volte tanto. Il piazzale s’inclinò e mi rovesciò verso di lei. Se ne stava ritta davanti a una transenna, aveva una gonna di renna, corta, calze spesse e rosa che le arrivavano a metà coscia, tra l’altro belle cosce e gambe tutte, calzava scarpette bianche lucide con della para parecchio aderente da come sembravano tenerla così ritta. Non sarebbe mai caduta con quelle scarpe. Aveva sotto una maglietta gialla con la faccia di una tigre che faceva capolino da dietro una giacca, un bolero doppiopetto blu con alamari d’oro, aperto sul petto, e sul petto una collanina d’oro e un ciondolo d’oro anche lui, un corno, una cosa piccola ma tanto pungente quanto luccicante. Un bel petto tra l’altro.
Yeri, generosa e sagace, teneva tra le mani qualcosa. Quando fui così vicino da vedere il verde dei suoi occhi vidi anche che cosa teneva tra le mani: un blocchetto di assegni che in un primo momento scambiai per una risma di biglietti per il grande match.
Eravamo i soli là fuori, così le chiesi:
– Perché non sei entrata?
– Aspettavo te, sei venuto solo adesso, ma adesso non si può più entrare. È chiuso. Senti come si divertono la dentro?
– Credo di sì.
– Potevamo divertirci anche noi. Tieni.
Mi diede i biglietti ma vidi che si trattava di un blocchetto degli assegni.
Le chiesi ancora prima di “chi sei”, “di dove sei?” perché infatti non aveva alcun tipo di accento, aveva una parlata da film americano di tanto tempo fa.
– Sono Yeri. Sono di dove sei tu ma ho fatto un altro giro, per gioco. Un gioco di specchi.
Esplose qualcosa, così definirei quello che sentii, un’esplosione. Dal palazzetto evidentemente l’incontro ebbe in quel momento il suo culmine nella vittoria e nella sconfitta di uno dei due lottatori, da cui l’orgasmo di gioia e dolore insieme di tutti là dentro.
Sentii un urlo, uno spostamento d’aria di un inverno ghiacciato e di un’estate torrida investirmi, ghiacciarmi, bruciarmi. E ciò che mi sembrava ieri era Yeri, era lì, adesso, di fronte a me. Mi diede uno schiaffo e poi mi sorrise, mi disse “non sono mortale”, mi baciò e il condor planando se la portò via. E tutto di seguito andò come mi ero sempre immaginato sarebbe andato. Sarebbe andato tutto bene.

La sincronicità ha a che vedere con i neuroni specchio. Con il gioco di specchi. Tieni pulita la mente e allora vedrai anche attraverso gli specchi. Vedrai i giochi e tutto quello che c’è dietro le quinte. Saprai finalmente perché ritornano le immagini che immagini, perché ritornano in forma fisica, epifanie che sapevi, che ti eri annunciato da solo. Senza dèi, senza santi, senza colpe, senza castighi, senza niente di niente. Puoi immaginare la tua fine. E il tuo inizio. La fine. E l’inizio di tutto.

– Sono marchigiana.
– Macchissenefrega! Non m’importa più! Viva le Marche! Viva Betlemme e viva Parigi. Viva il Conero.

Avevo ventotto anni quando mi liberai di un’ossessione, il giorno in cui conobbi Yeri, davanti all’ingresso del palazzetto dello sport. C’era la finale di un qualche sport dove ci si mena in modo spettacolare. L’incontro era già bello che iniziato da un pezzo. Per il match erano venuti da tutto il paese, e anche da oltre confine, dalla Svezia in particolare o dalla California, almeno credo, tendo a non distinguere i californiani dagli svedesi. Dal giorno prima, a qualsiasi ora e in qualsiasi via, slargo, bar, tintoria, si incontravano esemplari umani fuori standard rispetto a quello cui erano tutti abituati. Anch’io, che ero fin troppo aperto alle possibilità, fui a un certo punto sbalordito quando vidi due uomini, biondo cenere uno e biondo tabacco l’altro, di quasi due metri e almeno cento chili, orinare contro il muro di cinta del deposito dei tram, vicini tra loro, amichevoli, e chiacchierare come se stessero prendendo un drink, e intanto orinavano e parlottavano. Passandogli accanto, lungo il marciapiede, sentii forte odore di cavallo e betulle e di carburante, ma certo non potevano esserne responabili i tram. Non potei fare a meno anche di sbirciare alle loro spalle e notare che i pantaloni disinvoltamente abbassati mostravano un bel principio di natiche sode, eleganti e leggermente coperte da una delicata peluria, anch’essa bionda, proprio come me l’aspettavo.
Il giorno della finale il palazzetto aveva risucchiato tutta quella fauna maschia e femmina, una penetrazione ermafrodita dentro un utero di acciaio vetro e cemento nudo, solo coperto da una fila di veli colorati, o bandiere. Si sentivano le scosse dell’amplesso, le vibrazioni e le urla da fuori come si provenissero da una qualche camera accanto, in un motel di legno. C’era molta gioia e molto sudore, si sentiva. La cattiveria era tutta recitata, tutto spettacolo, si sentiva anche questo.
Insomma, il giorno della finale, a quell’ora, di fronte al palazzetto non rimaneva un granché da fare, oltre origliare, magari un giretto tra bancarelle e chioschi, a comprarsi qualche gadget o maglietta o un panino. Io in effetti ero piuttosto affamato ma combattevo ancora dopo quattro settimane per non cedere agli eccipienti, agli oli di palme varie, agli aromi artificiali e vari, determinato com’ero a perdere peso e ritrovare una linea che mi desse dignità nei confronti degli altri membri della mia specie. Avevo qualche problema di stima verso me stesso, dovuto credo a tutto il tempo passato a studiare astrologia durante l’adolescenza, e a convincermi allora della pochezza e del potenziale ridicolo del mio tema natale. Anni dopo mi resi conto di avere allora sbagliato i calcoli, avendo appunto poi scoperto, per puro caso, la reale ora della mia nascita.
Ma quel giorno ero ancora nel pieno del mio combattimento tutto intimo e interiore, stomaco contro gola, cuore contro occipite, lombi contro pene.
Attraversavo il piazzale per risparmiare strada, dovendo raggiungere un notaio in fretta con cui avevo appuntamento, ma anche perché volevo a tutti i costi girare alla larga dalla succursale del Banco Piceno che per me rappresentava contemporaneamente due cose, due aspetti della stessa ossessione: le Marche e i soldi.

– Mi scuso con i presenti.
– Prego.
– Chiedo scusa a tutto lo staff.
– Si segga, si metta comodo.
– Chiedo scusa ai cameramen.
– Vuole qualcosa? Un bicchiere d’acqua.
– Magari, grazie, scusi. E chiedo scusa ai tecnici, ai fonici, al trucco.
– Prego.
– Grazie, mi scusi. Mi voglio scusare con l’usciere.
– Magari del ghiaccio?
– Magari. Mi perdoni. E con la segretaria di produzione.
– Una fetta di limone?
– Volentieri. Voglio scusarmi per tutto quello che ho detto e fatto.
– È abbastanza freddo?
– È perfetto, grazie.
– Non vuole qualcosa da sgranocchiare? Delle mandorle salate?
– Pistacchi?
– Ma sicuro. Gianni! Pistacchi per il divo! Vengono dalla Sicilia, vedrà sono i migliori.
– Ebbene io mi scuso anche per quello che ho pensato, di cui mi sono vergognato e che non ho mai avuto il coraggio di confessare. Chiedo scusa al produttore di questo magnifica… cosa… che stiamo facendo.
– Assaggi i pistacchi.
– Grazie. E allora scusatemi perché ora non posso più fingere, reci… molto buoni questi pistacchi.
– Vero? Gianni!
– Ma basta così. Vorrei allora che mi ricordaste per quello che non avete mai visto, perché io non sono mai esistito. O meglio sono esistito altrove dove voi non c’eravate. Lo so, è difficile da capire e me ne scuso, ma se vi sforzate un poco potrete vederlo con i vostri occhi. Voi per primi che mi siete stati vicini in tutti questi anni dovreste capirlo, e ditelo agli altri. Toglietemi dalle vostre menti, toglietemi dalla storia perché io la storia non l’ho mai fatta, ero altrove, ve lo assicuro. E se non ci sono stato io, figuratevi voi. Mi sento responsabile per avervi sottratto tutti quei luoghi, quegli uomini e donne che ho conosciuto davvero, frequentato, amato e disprezzato, le mie guerre, i miei demoni, le aurore ai miei risvegli, le correnti fredde dei torrenti, gli equilibri raggiunti e poi persi, mentre voi applaudivate i miei film e leggevate i rotocalchi e guardavate la tivù seguendo me. Per questo mi scuso. Erano solamente dei film, come questo. Per cui ringrazio ancora il produttore e ora scusatemi. Dovrete fare senza di me, perché dovete sapere che avete fatto sempre senza di me, perché io ero altrove. Potete capirlo? Adesso? La storia è un’altra cosa, sono altre cose, sono infinite altre storie. Come le vostre.
Non è questione d’intrattenimento, non più, non solo.
Grazie per i pistacchi.

Nancy era già a una manciata di metri oltre le casse, era riuscita a sgusciare, a sfilarsi via dalla frontiera dei lettori di codici barre. La sua fame, la sua magrezza, il suo ondeggiare a ritmi d’altri tempi e luoghi, le paste crude di mare nascoste alla maniera naif nella lana cotta delle sue vesti o borse, la sua invenzione repentina lì per lì di parenti, la gioia e l’odore intraducibile di un qualche pianeta orbitante intorno a lei riuscirono a ingannare tutti i vivi da quelle parti. Ma non la diedero a bere al sistema Movivedo che l’aveva bene a fuoco nel proprio mirino elettronico, un sistema di mirini in perfetta, fulminante triangolazione.
Senza alcun preavviso, né ultimatum, Movivedo accese i led e nell’arco di due o tre milionesimi di secondo il crudo – nella sostanza del pesce – fece boom oltre la frontiera. L’esplosione dell’illegalità risolse la sciatica di Nancy, Nancy non ebbe più problemi con la sua gamba, non ebbe più la sua gamba e si scordò definitivamente di tutto, di tutte le sue invenzioni, immaginazioni, fantasie, visioni, salti, scarti, sparizioni, apparizioni. Nancy morì.
Ma ecco l’incrinatura, l’errore necessario del sistema: necessario all’evoluzione, alla ricerca continua e progressiva, al perfezionamento, alla precisione dei sensori Movivedo, nella fattispecie. Questi non mirano al taccheggiatore, ma al prodotto poiché è il taccheggiatore il vero prodotto, lui è la vera merce. Vicevers, il vero acquisto o, nel caso di Nancy, il tentativo di furto è da attribuirsi a ciò che erroneamente consideriamo merce/oggetto a scaffale – in questo caso il pesce crudo – invertendo il ruolo e la responabilità che erroneamente diamo al cliente fidelizzato e profilato – non è questo il caso di Nancy, poiché era la prima volta che entrava in quel supermercato. Invece è il prodotto che sceglie il proprio target e compra. Attraverso il prodotto il sistema acquisisce il cliente.
Coerentemente con questa visione, il sistema allora interviene e punisce, non bada alle condizioni a contorno, si attiva incondizionatamente e spara, spara alla erroneamente detta merce.
Ora, sempre per coerenza, Nancy, alla quale le esplode il sushi in grembo, non può realmente morire, essendo lei il vero prodotto, la vera merce, che non muore, appunto, al massimo scade se non consumata per tempo. Ma essendo contemporaneamente un vivente essere umano veniamo a disvelare il cosiddetto “paradosso di Nancy”, che, tutto sommato, muore.
Nancy tornerà in forma di spirito, di cui, peraltro, il suo organismo in vita faceva già parte per il 79%. Nancy tornerà in forma d’acquavite, o Cherry. E Nancy cercherà il mezzo, ovvero il customer fidelizzato per lasciare lo scaffale.

[continua]

– Sono un falson blogger-tuber.
– Non è vero.
– Ho sessantaquattromilioni di visualizzazioni al giovedi.
– Non è vero.
– E venti agenzie per i miei milioni.
– Non è vero.
– Vado di là. A dire la mia. Che poi è quella di tutti. Almeno di sessantaquattromilioni.
– Non può essere vero.
– Sono genuino. Sono un imprenditore genuino. Un ex artigiano. Faccio numeri grandi. Ho le agenzie. Almeno quattro zie. E un piano a medio termine. O la va o la spacca. E piantala di dire non è vero.
– Però non è vero. È vero?
– È vero. Non è vero.

Da qualche tempo, ma ormai sembra che sia sempre andata così, tutti vanno pazzi per il crudo: pesce crudo, carne cruda, verdure crude – quello ok, non è mai stato un problema – uova crude, tutto.
Non so se sia dovuto a una rivoluzione del gusto o a necessità industriali, per esempio relative all’abbattimento dei costi – di cottura, per l’appunto – o alla velocità del consumo, ovvero alla velocità della produzione e quindi del suo aumento e quindi ancora quello dei guadagni. Mi sembra di essere stato chiaro.
E veniamo ora a Nancy. Nancy era una poveraccia che di cibo se ne intendeva poco, mangiava quando ce n’era, quando non ce n’era tirava avanti. Beveva. Beveva cose in bottiglie, perlopiù rivestite da etichette che la dicevano lunga. Talmente lunga che non se ne vedeva la fine. E infatti Nancy finì quando meno se l’aspettava. Ma credo di andare troppo in fretta con questa storia.
Già.
Indugerei sicuramente un po’ di più sulla faccenda dell’antitaccheggio e di tutto il mondo che gli sta dietro: dalle industrie di Memphis alle divise degli addetti cucite in Austria e stirate in Belgio; dalle tecnologie e tecniche progettate nei laboratori di Mombasa agli interfono distribuiti su tre quarti del pianeta da un’unica società, quella nata da una costola di Radio Elettra nel 1979, in pieno plumbeo inverno e ora leader assoluto del settore.
Vedete, per quanto si tenti di fare chiarezza, e ci tengo che tutto sia comprensibile, decodificabile secondo il portato socioculturale e l’istinto e la religione di ciascuno/ciascheduna, da Enna a Kyoto a Dallas, c’è sempre qualcosa che sballa. Una vite allentata, o stretta troppo, un topo, un refuso, una distrazione del conducente, una flessione del tempo. Qualcosa sempre sballa. Nonostante i progressi della scienza, c’è sempre qualche scoperta della scienza che rimette tutto in ballo. E state sicuri che se ne viene a sapere, i rotocalchi e le rubriche in questo sono fortissimi. O i falson blogger, quelli ci vivono di sballi.
Insomma, avevano appena installato i sensori Movivedo al centro commerciale IperRom, quello in prefabbricato altamente infiammabile, di design semovibile ad effetto entrata e uscita di scena come da mercato.
Nancy non mangiava da novantaquattro ore, aveva un portamento dall’aria chiusa, più viziata che sospetta. E fin lì, questa era Nancy. Ma ecco la faccenda del crudo, del “tutto crudo”, della vita cruda, delle cose crude, delle crudità. E della crudeltà dei sensori Movivedo e di tutta quanta la tecnologia di corredo, asservente, eccipiente, eccitante, strisciante ai piedi della Grande Madre Industria, ma non nel senso della nonna vecchia, caduca, morente, e puzzolente ma della Madre grande, amazzonica, teutonica, invincibile e inodore.
Porca puttana come se la vide brutta Nancy. Se ne stava davanti al banco frigo pesce – crudo, ovvio, e fin lì –. Aveva l’aria di una studiosa di materia ittica. Guardava. Ponderava. Azzardava ipotesi. Mentre non s’intendeva affatto di cartocci, guazzetti, fritti, zuppe o spiedi. Non aveva alcun piano ma la mente aperta e fluida come quella di uno scienziato puro, questo sì. Già, perché ammettiamo infatti che esistano anche gli scienziati impuri. Ammettiamolo. Questo forse spiegherebbe quello che successe a Nancy quella tarda mattina, la quarta passata a digiuno. La quinta da sbronza, ma quello era il minore dei problemi. Il maggiore era la sciatica che le dava tanta noia alla gamba sinistra.
Nancy aveva sentito parlare del giappone, del pesce come si mangia in giappone, di come anche nella sua città si facesse pure così adesso, sicché davanti a quelle vaschette incellofanate di cose fatte come paste dolci da presente ai familiari la domenica o dì di festa, da portare via così, si sentì di avere anch’ella una famiglia. Sì sentì felice. Si sentì di ricongiungersi. Sentì calore a freddo. A crudo. Fu felice di portarsi via una vaschetta tra le tante lì davanti stipate e refrigerate.
Poi successe una cosa. Si attivarono i sensori Movivedo.

[continua]