Paul Niente Detective – Il romanzo [36]

– Che piano?
“Ecco, stando allo sportello intercettavo le pazienti tra i settanta e gli ottant’anni. A queste donne che venivano per prenotare i loro esami radiologici proponevo date impossibili, scaricando la responsabilità sull’organizzazione e il mal servizio dell’ospedale. Sicché alla reazione inviperita delle pazienti impazienti, sfacciatamente, offrivo loro un’alternativa, glieli avrei fatti io a un costo quasi nullo e in tempi brevissimi: massimo due, tre giorni contro i venticinque, trent’anni del St Hallis e di tutti gli altri in cui ho lavorato. Certo gli orari erano un po’ insoliti e scomodi: o nell’ora di pranzo, o di sera, anche fino a mezzanotte. Ma sempre meglio che tirare le cuoia prima.
– Lei? Qui? E come?
– E veniamo alla seconda parte del piano. Stando negli ospedali, trovavo il modo di aggirarmi senza dare nell’occhio vestendo i panni di medico, o infermiere, o tecnico di laboratorio, o semplice inserviente.
– La piccola scuola di Lugano – dissi.
– Aha! Quindi anche quello che ha indosso è un dannato travestimento, e quella è una miserabile parrucca! – disse Qual.
– Niente affatto – disse Bloomfield, e proseguì, – Voglio dire che solo così, piano, piano, con pazienza e meticolosa precisione ho potuto portare via dalle varie cliniche, pezzo per pezzo…
Si interruppe pensieroso.
– Sì? – provai a scuoterlo.
– Un momento, vi faccio vedere. Se volete seguirmi.
– Anche in Messico a questo punto – incalzò nervoso Qual.
Attraversammo il corridoio buio in fondo al quale Bloomfield accese un altro “bengala” che oltre alla luce improvvisa, bianco azzurra, portò il ronzio dei neon, arrivava da tutte le parti, c’era luce ovunque e questa volta non baluginava, persisteva. Sulla destra si apriva una porta che dava in una specie di camerino, un piccolo spogliatoio, con una panca, un appendi abiti ma niente specchio. Ci passammo attraverso uscendo dalla seconda porta intelaiata sul lato opposto, che apriva invece in una sala con… beh lo spettacolo fu decisamente forte.
– Ecco qua.
– Per tutti i mutui!
C’erano gigantesche macchine con pedane e letti in acciaio retrattili in cilindri, o fissi sotto enormi piastre agganciate a bracci meccanici, una postazione con monitor, comandi, leve, contatori, rilevatori, e altri accidenti. Tutto quanto era montato, avvitato, saldato, accrocchiato con aliena disinvoltura, ardimento e grande spirito di ricerca, forse era meglio dire: disperazione di ricerca.
– Accidenti – dissi.
Una delle pareti era luminosa ed era completamente coperta da schermografie, radiografie, di cui si vedevano evidenziate tutte le patologie. Era quello il suo cammino percorso verso la conoscenza.
– Non sto facendo niente di male. A nessuno. Anzi.
– Devo ricredermi su qualche punto, sì. Qual prendi nota: Bloomfield, St. Hallis, radiografie, anziane, omicidi… niente.
“Tuttavia anche a lei ammetterà di avere scelto una strada piuttosto difficile per trovare sua madre non crede?
Il cammino è la zampa lastricata di lardo che torna in principio.
Disse quell’uomo, mezzo medico, mezzo ingegnere, mezzo trasformista, mezzo figlio, mezzo di tutto.
– Cos’è? Riesce ad assemblare anche gli aforismi?
– Metto insieme le verità. A volte sono così… così diverse, eppure trovo un modo per metterle insieme, ma non… – s’incupì, – …manca sempre un pezzo…
– Sì, capisco cosa intende. Bene, direi che qui non abbiamo più nulla da fare, Qual.
– Non c’è tempo per una tac?
– Non c’è.
Ed ecco che mi cadde l’occhio sul pezzo mancante: sulla piccola scrivania in radica col piano intarsiato in camoscio, stava un cartoncino rosa, un rosa che avevo già visto, sicché mi avvicinai, e capii: Pasticceria Carrér. Dolci dolci dolci.

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