– Mio dio! Oh mio dio. kchhhk Ci sono corpi ovunque. kchhhk saran kchhhk centinaia, migliaia. È, è… kchhhk dio è orribile. kchhhk Donne, bambini, cristo sono dappertutto. – Bravo2, Bravo2, ripeti la tua posizione. Bravo2 mi senti? Bravo2 la linea è disturbata. Ripeto: devi darci la tua posizione, passo.
– Riccione kchhhk.

La pasticceria Carrér era a un paio di isolati dal St Hills e a un paio dall’agenzia, la Paul Niente Detective. Strano a dirsi non ne avevamo mai sentito parlare. A dire il vero sia Qual che io non andavamo pazzi per i dolci, eravamo più orientati sull’amaro, tra tutti, naturalmente, l’Amaro Rancore.
Il negozio era grazioso, il rosa dominava su tutto, dall’insegna all’esterno alla tappezzeria e gli arredi dell’interno; la vetrina era occupata con gusto da torte ben fatte, e dolci in confezioni colorate di quel rosa che oramai conoscevamo molto bene. Di grazioso e di rosa dietro al banco c’era anche la commessa in divisa Carrér, che ci accolse con un dolce sorriso.
All’ultimo dlin della porta che si chiudeva dietro di noi Qual sussurrò spietato: – Centoquarantaduemila euro -, gli diedi un’occhiata e guardando fisso la giovane donnina in rosa continuò acido: “Il canone annuale d’affitto”.
La commessa ci disse invece – Buongiorno –, tradendo ora un’ombra di disagio. Quando ci mettevamo Qual e io sapevamo creare energie disagevoli, per non dire negative.
– Ok dolcezza, il tuo capo?
– In questo momento non c’è, posso aiutarvi io? – A disagio ma molto professionale, molto mestiere.
Qual diede un’accelerata alla faccenda:
– Sicuro che ci puoi aiutare, dolcezza non ci dispiacerebbe sapere un paio di cose.
– Riguardo al fruttosio? Al maltilolo? All’aspartame?
– Cosa?
– Al Glutine?
– Niente glutine.
– Allora allo strutto!
– Signorina, non…
– Qual, lascia parlare me.
– C’è qualcosa che non va? – la commessa era decisamente a disagio, – Qualcosa con le allergie? Intolleranze? Uno choc anafilattico? Avete trovato un gambero nella torta? Vi avverto!
– Signorina…
– Potrei contenere tracce d’arachidi!
– Signorina…
– E SOIA!
– Si calmi.
– Vado pazza per le arachidi…
– Vorremmo solo qualche informazione su delle consegne negli ultimi giorni, c’è un registro con gli indirizzi e i nomi dei clienti?
– Ma… chi siete? Voi non potete…
– Siamo agenti investigativi, detective privati.
– E potete?
– Quando ci sono di mezzo degli omicidi tutti possiamo, anche lei ora può farci dare un’occhiata a quel registro, non crede?
– Omicidi? … Mio dio… ma io non…
– O VOGLIAMO PARLARE DELL’ASPARTAME?
– Qual, per cortesia.
La signorina, gentile, professionale, molto a disagio, ora trattenuta a stento da una crisi di panico, ci passò il quaderno con gli indirizzi delle consegne. Sfogliammo, trovammo l’indirizzo della vecchia di Olgyate, di Ligea Martino e nell’ultima pagina notammo quello di Ivonne Esposito.
– Ivonne Esposito…
– Dove l’abbiamo già sentito?
– Mmh…
– Ma sicuro! Arlette Day e Ivonne Esposito, le amiche della signora Del Vecchio.
– Paul!
– Cosa?
– Guarda qua – sul banco, vicino alla cassa c’erano alcuni depliant di viaggi.
– Agenzia Rimes… Nuova Viaggi, la cui titolare è la vecchia di Olgyate! di nuovo lei…. Direi che qui le prove abbondano come lo zucchero in un diabetico. Signorina, la ringrazio, è stata molto collaborativa, e molto gentile. E ora, prima che la panna si smonti, o che la torta bruci, o che le uova si rompano, o che…
– Paul.
– Addio.
Uscimmo e ci dividemmo. Senz’altro c’era da andare a trovare la Esposito ma a Qual era cascato l’occhio su un nome nel registro: anche la madre di Miriam Moore, la campionessa di rally era a rischio di seccarsi come neanche tutto il burro cacao del mondo avrebbe potuto farci niente. Sicché: uno di qua, uno di là.

Non lasciate che altri ci guadagnino terrorizzatevi da soli.
inventatevi cose orribili e raccontatevele e non uscite di casa per tre giorni, e il terrorismo internazionale fallirà, finirà, morirà.
Ditevi cose turpi, spaventose, le più spaventose. Siate criminali con voi stessi, improvvisate. Ci libereremo finalmente del crimine organizzato.
Diffondete questo messaggio a voi stessi.
Non parlatene con nessuno.
Abbiate paura da soli.

– E questo? Da dove arriva? Che ci fa qui?
– È un biglietto. Da visita. Di una pasticceria, tra l’altro non tanto distante dall’ospedale. Non ci sono mai stato ma mi ha incuriosito. Mi piacciono i dolci, lo confesso, spero non sia un crimine.
– E se non è mai stato nella pasticceria, il biglietto come l’ha avuto?
– Come l’ho avuto? ehm, questo forse…
– Avanti, trovarobe! Parla! Confessa! – A Qual piaceva incalzare.
– D’accordo, d’accordo, non credo che andrò al patibolo per questo. L’altro giorno, mentre giravo per i corridoi del St Hallis, sono passato anche davanti alla stanza del Del Vecchio, la porta era aperta, sicché dal corridoio potei vedere la sedia, così entrai. Il Del Vecchio non c’era, c’era la sua roba, forse l’avevano portato a fare delle analisi.
– La sedia?
– Già conoscevo le viti di quel tipo di sedia erano esattamente quelle che mi servivano per montare un pannello alla TVH, variante 2… ma questo immagino non vi interessi.
– Immagini bene, continua! – Come incalzava Qual, ce n’erano pochi.
– Ebbene, mentre svitavo fui attratto dal rosa del biglietto che era appoggiato al comodino, lo lessi, ne fui sempre più attratto e me lo misi in tasca, col proposito prima o poi di andare a vedere questa pasticceria Carrér.
Improvvisamente, come Theo Bloomfield, misi insieme pezzi presi da posti diversi e tempi diversi, solo che il pezzo era identico in tutti e tre i casi, lo stesso nome, lo stesso logo e il quadro che ne ebbi mi portò a un’altra pista: la pasticceria Carrér
– Maledizione!
– Paul?
– Rammenti la vecchia di Olgyate, la titolare dell’agenzia di viaggi? La prima delle secche? Nel servizio che vidi quella sera all’Oliver, c’era qualcosa che già la seconda delle secche mi aveva ricordato, ma non sapevo esattamente cosa. Ora lo so: un pacco confezionato con la carta della pasticceria Carrér. Liega Martino si era fatta recapitare un dolce dalla stessa pasticceria. E qui abbiamo un biglietto da visita, sempre Carrér, in possesso, ehm, sottratto al marito di una donna anziana e scomparsa.
“Tre più tre uguale Carrér
– Maledizione!
– Qual?
– Miriam!
– Qual?
– Miriam è la signorina da cui ho recuperato la presina con i file del caso Effe. Ricordi? l’abbiamo incontrata proprio davanti al St Hallis.
– Ricordo, e allora?
– Anche lei ha una madre, prossima a festeggiare il suo settantanovesimo compleanno con una torta… indovina?
– Della pasticceria Carrér. Mmh, tre più tre fanno Carrér ma quattro più quattro fanno ancora più Carrér.
– Andiamo.
– Addio Theo Bloomfield. Un’ultima domanda: cosa le fa pensare che sua madre sia ancora viva?
Sorrise, i capelli spaventosi e tutto il liso che indossava parvero irraggiare serenità e compostezza. Disse:
– Niente.

– Tutto è così macchsssmmmumyyttf e mmmammggghhtassi e fuzzy e lorry e buuy, che il respiro non fza mag a scanalparsi. Così le annni di pisis a me.
– Vuoi ancora dell’ossobuco? C’è. Vuoi? C’è.

– Che piano?
“Ecco, stando allo sportello intercettavo le pazienti tra i settanta e gli ottant’anni. A queste donne che venivano per prenotare i loro esami radiologici proponevo date impossibili, scaricando la responsabilità sull’organizzazione e il mal servizio dell’ospedale. Sicché alla reazione inviperita delle pazienti impazienti, sfacciatamente, offrivo loro un’alternativa, glieli avrei fatti io a un costo quasi nullo e in tempi brevissimi: massimo due, tre giorni contro i venticinque, trent’anni del St Hallis e di tutti gli altri in cui ho lavorato. Certo gli orari erano un po’ insoliti e scomodi: o nell’ora di pranzo, o di sera, anche fino a mezzanotte. Ma sempre meglio che tirare le cuoia prima.
– Lei? Qui? E come?
– E veniamo alla seconda parte del piano. Stando negli ospedali, trovavo il modo di aggirarmi senza dare nell’occhio vestendo i panni di medico, o infermiere, o tecnico di laboratorio, o semplice inserviente.
– La piccola scuola di Lugano – dissi.
– Aha! Quindi anche quello che ha indosso è un dannato travestimento, e quella è una miserabile parrucca! – disse Qual.
– Niente affatto – disse Bloomfield, e proseguì, – Voglio dire che solo così, piano, piano, con pazienza e meticolosa precisione ho potuto portare via dalle varie cliniche, pezzo per pezzo…
Si interruppe pensieroso.
– Sì? – provai a scuoterlo.
– Un momento, vi faccio vedere. Se volete seguirmi.
– Anche in Messico a questo punto – incalzò nervoso Qual.
Attraversammo il corridoio buio in fondo al quale Bloomfield accese un altro “bengala” che oltre alla luce improvvisa, bianco azzurra, portò il ronzio dei neon, arrivava da tutte le parti, c’era luce ovunque e questa volta non baluginava, persisteva. Sulla destra si apriva una porta che dava in una specie di camerino, un piccolo spogliatoio, con una panca, un appendi abiti ma niente specchio. Ci passammo attraverso uscendo dalla seconda porta intelaiata sul lato opposto, che apriva invece in una sala con… beh lo spettacolo fu decisamente forte.
– Ecco qua.
– Per tutti i mutui!
C’erano gigantesche macchine con pedane e letti in acciaio retrattili in cilindri, o fissi sotto enormi piastre agganciate a bracci meccanici, una postazione con monitor, comandi, leve, contatori, rilevatori, e altri accidenti. Tutto quanto era montato, avvitato, saldato, accrocchiato con aliena disinvoltura, ardimento e grande spirito di ricerca, forse era meglio dire: disperazione di ricerca.
– Accidenti – dissi.
Una delle pareti era luminosa ed era completamente coperta da schermografie, radiografie, di cui si vedevano evidenziate tutte le patologie. Era quello il suo cammino percorso verso la conoscenza.
– Non sto facendo niente di male. A nessuno. Anzi.
– Devo ricredermi su qualche punto, sì. Qual prendi nota: Bloomfield, St. Hallis, radiografie, anziane, omicidi… niente.
“Tuttavia anche a lei ammetterà di avere scelto una strada piuttosto difficile per trovare sua madre non crede?
Il cammino è la zampa lastricata di lardo che torna in principio.
Disse quell’uomo, mezzo medico, mezzo ingegnere, mezzo trasformista, mezzo figlio, mezzo di tutto.
– Cos’è? Riesce ad assemblare anche gli aforismi?
– Metto insieme le verità. A volte sono così… così diverse, eppure trovo un modo per metterle insieme, ma non… – s’incupì, – …manca sempre un pezzo…
– Sì, capisco cosa intende. Bene, direi che qui non abbiamo più nulla da fare, Qual.
– Non c’è tempo per una tac?
– Non c’è.
Ed ecco che mi cadde l’occhio sul pezzo mancante: sulla piccola scrivania in radica col piano intarsiato in camoscio, stava un cartoncino rosa, un rosa che avevo già visto, sicché mi avvicinai, e capii: Pasticceria Carrér. Dolci dolci dolci.