– I mancini hanno gli emisferi cerebrali scambiati? e se sì, no? NO? NOOOO??
se dodici per dodici fa 144, ventuno per ventuno non fa 441?
– Domani viene il prete, ora cerca di riposare.
– EEEEEEHH?? NON FA 441????!!!

– I’m alone.
– Ho uno smacchiatore.

Quasi Moody, baby all raining quasar
Baby I donna fought through the fog
Lady bomba in the dinner river moly
Cause i called the lawer instance day pray
Youuuuuuuuuuu
Yes oh youuuuuuuuuu
Stars over fridge e’ tory
Crash naple in sad side wine
And choose fish anyway
And my love is for ever over cover Dover
Youuuuuuuuuuu
Oh Youuuuuuuuuuuuu
And Wanda so on
The train in Spain my mommy it’s you.

Il blues lo lascio a voi

– Eravamo io e Montgomery. Faceva molto caldo ma avanzammo serenamente, circospetti ma sereni
– Lo trovo improbabile.
– Te lo dico io. Girato un angolo vedemmo un’alfetta sorniona parcheggiata sull’altro lato della strada, poco più avanti.
– Evidentemente.
– Cosa.
– Niente, vai avanti.
– Eravamo nei pressi del cimitero. L’alfetta era nera, i cipressi cupi, l’aria pesante di caldo, ma noi sereni.
– E circospetti.
– Naturalmente. Infatti dall’alfetta scesereo tre signore in abito bianco, una rimase al volante e alle quattro frecce.
Udimmo campane grevi. Vibrammo anche noi un poco alla vista delle tre.
– Che ore erano?
– Le tre e e cinque, ma non è questo. Tutto era come rallentato. Poco distante, oltre uno o due filari d’alberi immobili, una piccola processione seguiva una cassa nera portata sulle spalle di uomini anch’essi neri, di un nero evasivo.
Rimanemmo incerti sul da farsi. Montgomery disse: “Ok, seguiamo le frecce, non badiamo ad altro, tranquilli, non c’è alcun problema” Io dissi “Ok, peccato non abbia messo la giacca in seta damascata blu.” “Avresti fatto un figurone, sì, ma ora caviamocela come sappiamo fare solo noi, mettiamocela tutta come sappiamo fare noi”
Spiazzammo e scartammo le tre dame in bianco, alte, algide uno e ottanta almeno, un mezzo giro di valzer ciascuna. Due per tre. Tre per due. Due per tre. Quattro frecce. Tic tac. Tic tac. E via. Superammo una siepe, un filare, un secondo filare, fummo in coda alla processione e addosso agli ultimi, ai penultimi, alle giacce nere, alle vesti neri, ai veli neri, alle falde nere, alle chiome nere. Poi quelle grigie, infine l’ebano, duro, lucido, compatto, senza scampo, senza una via d’uscita, né d’entrata.
Ecco, si accesero ai lati e ai piedi della processione due file di luci. La cosa ci fece sembrare a un atterraggio. Sì. Mano a mano che arrivammo in testa alla faccenda, arrivammo in fondo alla faccenda. In fondo. In fondo in fondo. In fondo in fondo.
Montgomery disse: “Sai? Non sono più sicuro” Io gli dissi “Non c’è nessun problema, nessuno potrà mai essere sicuro di niente mai. Nessuno.
Presi una dama comparsa accanto a me e sprofondai in un vertiginoso galop.
Montgomery ne afferrò altre due per le mani e ridendo e scherzando mi disse. “Andiamo!

– Un fantasy industriale. Della vecchia, sindacalizzata industria pesante e statale.
– Ma cosa stai dicendo?
– Ormai perduta.
– Ma cosa dici. Ma gioca, va’.
– “Il tornio di spade.”
– Scopa!

– Non possiamo amarci senza che qualcuno di noi abbia poco da vivere?
– Finché ti chiamerai Misery, amore, uno di noi dovrà morire prima, troppo prima.
– La vita è una tragedia. La morte una risoluzione. L’amore è un pretesto per un film.
– Tatuami.

– La mente sana sta dentro un corpo sano, ma un corpo sano può benissimo stare fuori da una mente bacata.
– Fammi finire la serie di addominali e poi ti sbatto la faccia come un polpo, minchia.
– Esattamente.