PERÒ PERÌ

– Ricordo, fu a Toledo, o Cogoleto; fu quindici anni fa, o dodici, o sette; ricordo che il tenente di marina Oscar Salvori, o Omar, o Eros, si prese una licenza e andò a pesca lungo il fiume Owanka, o Wanka, o Anka. Ricordo come fosse ieri la cesta strapiena di trote giganti che portò dopo cinque giorni di licenza con lenza. Ricordo l’odore orribile che iniziammo a sentire tutti noi già mezz’ora prima che egli arrivasse con il suo non più fresco bottino.
Il tenente di marina – che per comodità chiamerò solo Salvori, lasciando perdere il nome di cui non sono affatto sicuro se sia Oscar, Omar o Eros – consegnò il pescato maleodorante direttamente nelle mani del furiere Matteo Bolla, il quale subito dopo sparì nelle cucine capitanate dallo chef decorato colonnello Marçelo Aneto Guanzalez che, a suo dire, sapeva trattare qualsiasi tipo di contaminazione batterica e farne pietanza nutriente a beneficio esclusivo del corpo d’armata vincente “I° Bengalesi”.
La cena di quello stesso giorno fu un successo e l’incredulità mia e dei miei compagni che primi e soli vedemmo tornare il tenente Salvori con la materia prima cucinata poi dal colonnello Aneto Guanzalez alla maniera di trotone selvatiche al burro, salvia e penicillina, fu così tanta da provare vergogna per quella nostra malizia fuori dai ranghi.
La notte che seguì accaddero tuttavia fatti incongrui ed ectoplasmatici.
Fino alle 2.07 era nella norma che le latrine fossero frequentate a intermittenza dai sempre più rari commilitoni di tutti i gradi. Dopo circa una mezz’ora, mentre nella centrale operativa i rilevatori delle funzioni vitali e del sonno registravano già la fase REM nell’ottantaquattro per cento del corpo d’armata “I° Bengalesi”, ecco il primo dei fantasmatici fatti manifestarsi.
Il tenente Falena, morto in missione ad Acerenza sedici anni prima, durante l’operazione “Maltagliato”, fu visto – incongruo definire immortalato ¬ dalle telecamere a circuito chiuso della caserma mentre si deodorava per corridoi e camerate, tra soldati dormienti. L’espressione, che i tecnici poi concordarono essere quella di raccapriccio e doglianza, era probabilmente dovuta e rivolta agli effluvi emanati dagli uomini in sonno del “I° Bengalesi”, causati dalle reazioni chimiche dell’organismo di questi con la promiscuità batterica dei trotoni Salvori-Aneto Guanzalez.
Ebbene alle ore 2.49 e alle ore 3.07 due note di banjo, rispettivamente un mi e un sol diesis, vibrarono a lungo a una frequenza bassissima, impercettibile all’orecchio umano, infatti se ne accorse solo il tecnico del suono radio telegrafista caporale Helmut Gnocchi durante le perizie che vennero avviate in tutta fretta in seguito a quelli passati alla storia come I fantastici fatti del “I° Bengalesi”. La coppia di note, si scoprì essere esattamente in fase con la frequenza fantasmagorica del tenente Falena. Si trattava ordunque di un tentativo di contatto? Una comunicazione in codice? Un messaggio? E a chi era destinato? Alle 3.55 una scarica elettrica improvvisa destò e tramortì gli uomini del battaglione nei propri letti, lasciandoli a schiena inarcata e occhi sbarrati fino all’alba e oltre. Il gas disperso nell’ambiente chiuso della caserma prese fuco a tratti configurando nello spazio militare auroree vampate.
I filmati registrati mostrarono chiaramente che il tenente Falena stava effettivamente cercando di comunicare. Le vampe di bruciato, particolarmente concentrate intorno all’ectoplasma che si trovava in quel momento nella camerata 31/DT, disegnarono sul comodino del soldato Alejandro Fiume un piatto di rigatoni in bianco e il volto di Mina, circoscritti nei confini di Acerenza. Il riferimento alla missione “Maltagliato”, in cui il tenente Falena perì, apparve subito chiaro, ma esattamente cosa voleva dire?
In seguito il rapporto del colonnello Podromio Valvassorikos definì:
“Il tenente Marzio Falena risolveva il caso “Maltagliato”, da solo, senza l’aiuto di forze regolari, irregolari, ausiliarie, partigiane, familiari, o del tutto improvvisate. La missione terminava con l’esplosione della raffineria (“Mina”) occultata nel cuore di Acerenza e l’esalazione di milioni di metri cubi di vapore tossico e dipendente. Il riferimento ai “rigatoni” è ai consumatori di stupefacenti, così chiamati per la compulsione che li contraddistingue a inalare le righe di sostanze in polvere a marchio pregiato “Acerenza”. Sottolineiamo che l’ufficiale era tanto solo da non essere mai stato notato, ricordato, celebrato fino alla sua apparizione ectoplasmatica. Il tenente Falena ritornava infatti in forme spettrali evocato dai gas sprigionati dal “I° Bengalesi” e compressi nei locali della caserma – a loro volta causati dai trotoni Salvori-Aneto Guanzalez –, forse per ottenere finalmente riconoscimento e resurrezione chimica, elettromagnetica, metafisica, e storica…”
– Però?
– Perì.

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