– Paul
– Uhhn…
– Sono io, Paul, coraggio, tirati su.
– Dove…
– C’è un’aria di guai che neanche a Guadalcanal con Pizzul fuori campo che dice quello che dice e poi dopo noi si perde matematico. E gli affitti toccano picchi scandalosi. E le rendite di posizione si.
– Che è successo?
– Mi piacerebbe me lo raccontassi tu. Pare un party vizioso con morte sfiziosa, frutta secca e cronaca nera, lucida e roboante. Ma di sangue neanche una goccia. E questo è strano.
– Che stai dicendo? Uhhh, che male alla testa…
– C’è una vecchia rinsecchita di là e tutto sparso in giro, biancheria, pizzi, cose sexy, profumi, tanto tanto sugo e, cosa incredibile, pacchi di assorbenti.
– Ligea… Ma tu che ci fai qui?
– Non lo so, ti è partita una chiamata al nostro numero d’emergenza. Non rispondevi, non si sentiva un accidente di niente. Sicché ti ho geolocalizzato. La Bentley poi mi ha dato una mano a fare in fretta.
– Gesù. E dov’è la…
– In cucina. Fa un po’ impressione. Vieni dobbiamo andarcene, sta arrivando la Waller e i suoi, li ho visti dalla finestra. Come diavolo farà ad essere sempre così sul pezzo.
– Ok, filiamo via di qui. Fammi solo dare un’occhiata alla donna.
– Donna… Non è rimasto molto di quello che era. Sembra più una scaglia di zenzero disidratato.
– Ligea… Santo cielo, che le hanno fatto… Ma… di’, Qual, ti pare più zenzero o mango?
– Mango?
Sentimmo allora le grida di Filona Waller infrangersi contro le mura dei palazzi fuori, penetrare negli atri, negli ingressi, nelle trombe delle scale, incitava la truppa a seguirla, capitano, pistola alla mano, in testa alla sortita, finale di battaglia: odore di vittoria.
– Andiamo, Paul, ci manca solo la copertura aerea contro.
E arrivarono gli elicotteri. Uno, per la verità. La corrente improvvisa portata dalle pale e dai rotori dell’apparecchio spalancò un paio di finestre, fece sbattere qualche porta volarono delle cose. Corsi per le stanze a riprendere le mie cose, assicurandomi di non lasciare niente che potesse far risalire a me. Quando tornai in camera vidi sul letto il foglio intestato St Hallis, finito lì a causa di tutta quell’aria spostata. Me lo infilai in tasca, non prima di avere notato una strana data: 2098.
– Ma che razza di tempi si danno al St Hallis? 40 anni d’attesa per un esame?
Eravamo già in ascensore discendevamo negli abissi più profondi dell’agglomerato umano, sintesi di socialità contrappunto dell’individualità, periferia verticale…
– Piano garage. La Bentley è qui fuori. Facciamo attenzione.
– Ok. Qual… a proposito del mango.
– Sì?
– No, niente.

– C’è stato un tempo in cui le strade del mondo le disegnavano i Doors.
– O Steve Winwood.
– O Clapton.
– Sicuro. Il blues.
– Ma anche Hendrix e l’elettrica. E Dylan.
– E adesso?
– L’eurodollaro.
– Ma cantiamo senza mutuo! Si può! Inventare si può!
– Si deve! Noi lo dobbiamo! A tutti quegli altri di prima e quelli di dopo ancora.
– Impresario, eserciti una funzione, non sei altro che una cassa di ridondanza. Sei solo come noi. Del resto, una cassa di ridondanza senza suono e un suono senza vibrazioni che possono fare da soli?

– E noi? Cui tanto piace picchiare gli uomini, le donne, i fanciulli, gli anziani, senza motivo? O con motivi d’altri?

– Ci sarà un tempo in cui senza motivo le cose cambieranno. Un’aria nuova, suonata, cantata, ballata, irresistibile, sarà ovunque. Le percussioni non faranno male ad alcuno più bensì saranno insieme orchestra, daranno il ritmo, il tempo, e il tempo avrà buoni motivi per essere a tempo. E la musica fantasmagorica.

– Eravamo io e Montgomery. Faceva molto caldo ma avanzammo serenamente, circospetti ma sereni
– Lo trovo improbabile.
– Te lo dico io. Girato un angolo vedemmo un’alfetta sorniona parcheggiata sull’altro lato della strada, poco più avanti.
– Evidentemente.
– Cosa.
– Niente, vai avanti.
– Eravamo nei pressi del cimitero. L’alfetta era nera, i cipressi cupi, l’aria pesante di caldo, ma noi sereni.
– E circospetti.
– Naturalmente. Infatti dall’alfetta scesereo tre signore, una rimase al volante e alle quattro frecce.
Udimmo campane grevi. Vibrammo anche noi un poco alla vista delle tre.
– Che ore erano?
– Le tre e e cinque, ma non è questo. Tutto era come rallentato. Una piccola processione poco distante, oltre uno o due filari d’alberi inamovibili, seguiva una cassa nera, portata sulle spalle di uomini anch’essi neri, di un nero evasivo.
Rimanemmo incerti sul da farsi. Montgomery disse: “Ok, seguiamo le frecce, non badiamo ad altro, tranquilli, non c’è alcun problema” Io dissi “Ok, peccato non abbia messo la giacca in seta damascata blu.” “Avresti fatto un figurone, sì, ma ora caviamocela come sappiamo fare solo noi, mettiamocela tutta come sappiamo fare noi”
Spiazzammo le tre dame in bianco, alte, algide uno e ottanta almeno, un mezzo giro di valzer ciascuna. Due per tre. Tre per due. Due per tre. Quattro frecce. Tic tac. Tic tac. E via. Superammo una siepe, un filare, un secondo filare, fummo in coda alla processione e addosso agli ultimi, ai penultimi, alle giacce nere, alle vesti neri, ai veli neri, alle falde nere, alle chiome nere. Poi quelle grigie, infine l’ebano, duro, lucido, compatto, senza scampo, senza una via d’uscita, né d’entrata.
Ecco, si accesero ai lati e ai piedi della processione due file luci. La cosa ci fece sembrare a un atterraggio. Sì. Mano a mano che arrvivammo in testa alla faccenda, arrivammo in fondo alla faccenda. In fondo. In fondo in fondo. In fondo in fondo.
Montgomery disse: “Sai? Non sono più sicuro” Io gli dissi “Non c’è nessun problema, nessuno potrà mai essere sicuro di niente mai. Nessuno.
Presi una dama comparsa accanto a me e sprofondai in un vertiginoso galop.
Montgomery ne afferrò altre due per le mani e ridendo e scherzando mi disse. “Andiamo!

Ripresi i sensi steso su di un letto profumato di malva e luppolo. Fu quell’amalgama di odori che mi fece rinsavire. O l’odore di sugo di carne che adesso sentivo sempre più prepotente provenire da oltre la porta della stanza in cui mi trovavo. Insieme a esso entrò in camera una donna. Anziana. Senza ombra di dubbio anziana, sui settanta, ottanta, centodieci. Centoquaranta… Centossessanta! Accosti.
Eppure. C’era qualcosa di inaccettabile, di inspiegabilmente giovane in lei: la postura, la camminata, il sorriso, la malizia dello sguardo, il turbamento, qualcosa agli ormoni, il movimento delle anche. Tutto inaccettabile. Profumo di giovinezza in corpo, non d’un’Eva, ma d’un’ava grigia, vecchia, ossuta, consumata, usurata, lisa.
Portava un piatto fumante, da sdraiato non potevo vederne il contenuto, ma quando si sedette sul letto accanto a me e mi disse – Buonasera – mentre provava a imboccarmi, vidi gli spaghetti lattiginosi, spessi come corde, aggrovigliati in un molle zuccotto e coperti da un gigantesco capezzolo di salsa, di un rosso vermiglio identico a quello delle sue labbra, avvizzite ma assurdamente sensuali, tanto conturbanti quanto repulsive. Indossava una veste verde basilico, sbracciata, scollata, morbida. Non potevo credere a tutte quelle rughe. Allora dissi.
– Cerco un uomo.
– Oh come mi dispiace.
– Non…
– Non mi fraintenda, non lo dico per lei, ci mancherebbe. Lo dico per me. Non sa come mi dispiace. Non creda che mi capiti tutte le notti di portarmi un maschio in casa. E vado a trovarmi…
– Non intendevo dire…
– Ma la prego, si rifocilli, le hanno dato un sacco di botte, quello che le ci vuole è un bel piatto di pasta. Mangi, le fa bene, vedrà come si rimette. È una fortuna che sia rientrata a quest’ora. Quei giovanotti in mezzo alla strada, proprio qui davanti, non so che gli è preso appena mi hanno visto: uno ha iniziato a vomitare, gli altri è come se fossero andati in corto circuito, hanno subito smesso di malmenarla e se le sono date tra di loro, allontanandosi piano piano senza staccarmi gli occhi di dosso, e il loro amico dietro piegato in due, sussultando per i conati.
– Dov’è il mio soprabito? Devo anda… Uhu!
Provai ad alzarmi e non fu una buona idea, tutto il mio corpo me lo rimarcò gridandomi “idiota”. L’urlo mi rimbombò con dolore nella testa, che riaffondai nel cuscino tra la malva e il luppolo. E il sugo.
– Le metto un altro cuscino sotto la testa. Così. Mandi giù ancora una forchettata, non si preoccupi del suo soprabito, può fermarsi qui stanotte. Mi dispiace per il suo uomo. E non sa quanto dispiace per me.
– Ma non capisce.
Mi guardavo intorno in cerca di qualcosa che mi placasse i nervi, una soluzione.
– Vuole una fetta di strudel? È molto buono, l’ho comprato stamattina. Ho ordinato ieri e me l’hanno portato stamattina, è fresco.
– La prego…
– Senta… Oh, non ci siamo presentati, piacere: Ligea Martino.
– Paul Niente. È una fortuna che non si chiami Giulia.
– Molto piacere. Ma perché dice?
– Niente, niente.
– Sente caldo Paul? Forse è vero, forse fa un po’ caldo, ma non è più un problema mio, da quando… mi è tornato il sangue freddo… Paul… E ora sono calda il giusto… Paul…
“Proprio non vuoi che…
– Gesù…
Oblio. Ma prima che diventasse tutto nero lo sguardo, che tentava di fuggire – almeno lui – si imbatté su un foglio appoggiato alla cassettiera proprio dietro di lei, Ligea, feci in tempo a riconoscere l’intestazione del St Hallis, e svenni.

– E adesso? – pensai, – Che razza di quartiere è questo?
Sul bordo di uno stradone che ne incrociava un altro, meno tronfio ma insidioso, c’erano tre relitti d’auto nere carbonizzate, i vetri esplosi, i pneumatici sciolti, sembravano tre denti cariati marci in una fila di altri meno guasti ma nemmeno tanto sani.
Sul lato opposto niente macchine parcheggiate. Un marciapiede largo come una banchina per panfili faceva da piattaforma a una serie di sedie e tavolini, piazzati di fronte a una lunga fila di locali, inspiegabilmente deserti, alcuni chiusi, qualche anima sparpagliata, immobile, seduta.
Tutta quella vista, quel vialone sembrava il letto asciutto di un fiume morto. Qualche resto organico ancora palpitante che ne avrebbe avuto ancora per poco. Agli argini si alzavano palazzi di una quindicina di piani, le cui facciate erano infestate da parabole, nodi tumorali, escrescenze malate di alberi neri, morenti. Silenzio.
– Ehi, uomo, lo sai che giorno è oggi?
Qualcuno alle mie spalle gridò.
– Oggi è mercoledi.
Un’altra voce rispose, sempre alle mie spalle.
– Ma è più che mercoledì.
Una terza voce ancora.
– Oggi è il giorno del ju jitsu.
La quarta voce.
Mi girai, vidi quattro maschi Alfa, Beta, Gamma, e Delta, tesi, nervosi, smaniosi, molto in forma, corpi sani fuori da menti poco sane.
– Uscite ora tutti dalla palestra, o state andando dallo psichiatra?
– La palestra la facciamo ora. La facciamo con te. E dallo psichiatra ci andrai tu dopo che ti avremo smontato e rimontato la testa tutta sbagliata. Conoscerai il giorno del ju jitsu. Oh se lo conoscerai.
– Mi dispiace, io il mercoledì ho danza – dissi, mi rigirai e iniziai a correre, ma l’Oliver non è esattamente un integratore, un esaltatore di fisicità, un aumentatore di velocità, e i quattro mi presero dopo una dozzina e mezza di metri.
– Ok siete quattro. Chi è il quarto uomo, quello che guarda.
– Non c’è nessun quarto. Siamo tutti primi.
Un boato di entusiasmo esplose da centinaia di appartamenti tutto intorno, suonarono allarmi, trombe da stadio, fremettero le parabole, pure le auto incendiate mi parvero esultanti invece che inerti carcasse.
– Deve avere segnato qualcuno – provai a prendere tempo.
– E ora segniamo te. – Ma il tempo mi sfuggì di mano.
– Qualcuno di molto amato nel quartiere – provai ancora.
– Noi non amiamo nessuno. – Niente.
Andò che loro ju jitsu e io danza: fox trot in particolare, ero molto abile, in questo l’Oliver aiuta, sì, aiuta. E poi sapevo i passi, passi segreti della scuola di Chicago e per un po’ tenni loro testa, finché il quarto uomo non tirò fuori reminescenze di samba e mi sgambettò. Caddi e mi furono addosso. E così conobbi il maledetto ju jitsu.

– Non possiamo amarci senza che qualcuno di noi abbia poco da vivere?
– Finché ti chiamerai Misery, amore, uno di noi dovrà morire prima, troppo prima.
– La vita è una tragedia. La morte una risoluzione. L’amore è un pretesto per un film.
– Tatuami.

Entrare all’Oliver per me era molto facile. Difficile era uscirne. Ancora più difficile era uscirne lucido, ma il lucido ho sempre pensato fosse per le scarpe, o per i pavimenti. Così tornai in agenzia nello stato in cui ero, con l’immagine di Rosa tanto enorme che non mi ci stava nella mente.
Era buio, i lampioni non erano un granché, ero a piedi, ero pieno di Oliver, avanzavo un piede avanti all’altro, acceso per attimi sfreccianti dalle automobili in corsa. I bagliori interferivano con i miei pensieri, davano l’illusione di un’illuminazione improvvisa, tradita solo un istante dopo dall’inevitabile buio, vista l’ora e visti i lampioni.
Alle sovrabbondanti forme di Rosa si sostituivano, si sovrapponevano, si intersecavano i volti di Thomas W. Effe, di J.J. Palanco, di Qual, di manghi indiani, di Maria Pia Menetti, compagna delle elementari, perché? di Patti, amata Patti di Lugano… del St Hallis. Ma quest’ultima non era un immagine mentale, era proprio l’ospedale e quello che ne uscì era… non era possibile… l’uomo in camice-senza camice, con la ventiquattrore al petto stretta, l’aria circospetta, usciva di fretta. Una faccenda sospetta. Mi appuntai quelle quattro rime per il giorno in cui avrei smesso di fare il detective e avrei iniziato a rappare, ma stracciai l’appunto e mi misi professionalmente alle calcagna del tale. Finimmo in bocca a un ingresso della metro, scendemmo, lui davanti, sdrucito, molto sospetto, io dietro, opaco, ma molto professionale. Non si curava di essere seguito, così mi fu facile infilarmi senza che mi notasse nel treno arrivato proprio in quel momento.
Non ricordo quante fermate attraversammo, quanto tempo passò. Non gli staccavo gli occhi di dosso, o meglio, dalla sua immagine riflessa. Guardavo il finestrino, oltre il finestrino, per guardare alle mie spalle. Ma improvvisamente un’altra immagine comparve di prepotenza! Una vecchia in tenuta da jogging correva alla velocità del treno, tra il treno e il muro della galleria e… mi guardava attraverso il finestrino, sorrideva, correva! Gesù… E quella immagine dove stava? Era reale? Era immaginazione? La vedevo solo io? Notai invece che anche il tale del St Hellis fissava oltre il vetro, ma invece di stupirsi contorceva il viso, digrignava i denti, avrei detto provasse odio, come se provasse un senso di impotenza, e odio per questo… Ma che ne sapevo io…
La vecchia fece uno scatto in avanti e superò il treno sparendo alla nostra vista lasciandoci da guardare solo il muro della galleria. La metro si fermò appena dopo e l’uomo scappò fuori. Corsi anch’io, cercai di raggiungerlo, lo vidi salire, salire, svoltare, imboccare corridoi, scale, quell’uomo non faceva altro che percorrere. Fummo fuori, lui prima di me, qualche secondo di troppo, io emersi ed annegai in quella superficie di palazzi alti, fitti, roteanti, tanto vertiginosi mi parevano, e l’aria… l’aria sapeva di olio bruciato.

– Lei ascolta solo Miles Davis?
– In questo periodo sì. Esco da un mese di Fausto Leali.
– Capisco. Bella moquette.
– Lei ama i gatti, Qual?
– Non direi.
– Io li adoro, ma purtroppo sono allergica. Così ho ricoperto i pavimenti con questa.
– Vedo. È come camminare sulla schiena di un enorme persiano, e non si sente nemmeno scricchiolare.
– Ma che razza di immagine. Ecco qua il drink, è leggero, non posso tanto bere alcolici.
– È minorenne? Sa che non mi ha ancora detto come si chiama?
– Oh… Miriam. Mi scusi. Ho tante cose per la testa, domani ho la finale di squash, l’esame di letteratura scandinava, la consegna di una traduzione e devo ordinare la torta per il compleanno di mia madre: fa settantanove anni. Ma le pare che sia minorenne?
– Anche questo mi sento di escluderlo, sì. Grazie per il drink, lei è una tipa sportiva, ha messo in cima alla lista delle cose da fare lo squash, immagino che è per questo che non può bere tanto alcolici al momento.
– Ma lei è veramente un tipo sagace.
– Anche sua madre dev’essere una tipa sportiva o almeno lo deve essere stata, a giudicare da quella foto.
– Oh sì, qui è quando ha vinto il diciottesimo trofeo di rally a Mont Wasp.
Pensi la combinazione: qualche giorno fa ho ricevuto una cartolina pubblicitaria, sa quelle che mandano? Ecco, diceva: “Per una torta non ci sono età. Pasticceria Carrér. Dolci dolci dolci”. Mi ha incuriosita. Sa, mia madre in fatto di dolci è molto esigente. Così ci sono andata, vuole assaggiare uno di questi?
– Bignè?
– Lei cosa dice? Sono buonissimi. Penso proprio che ordinerò da loro la torta per mia madre.
– Pasticceria Carrér… sì, niente male. Ora la saluto Miriam.
– Oh, proprio non vuole mettersi più comodo? Prendersi un pochino di tempo? In fondo dista dal suo ufficio solo cinque piani.
– Ma non ha una finale da giocare domani?
– Sicuro, ma c’è ancora tanto tempo fino a domani, e lei è così… piacevole…