Paul Niente Detective – Il romanzo [17]

– E adesso? – pensai, – Che razza di quartiere è questo?
Sul bordo di uno stradone che ne incrociava un altro, meno tronfio ma insidioso, c’erano tre relitti d’auto nere carbonizzate, i vetri esplosi, i pneumatici sciolti, sembravano tre denti cariati marci in una fila di altri meno guasti ma nemmeno tanto sani.
Sul lato opposto niente macchine parcheggiate. Un marciapiede largo come una banchina per panfili faceva da piattaforma a una serie di sedie e tavolini, piazzati di fronte a una lunga fila di locali, inspiegabilmente deserti, alcuni chiusi, qualche anima sparpagliata, immobile, seduta.
Tutta quella vista, quel vialone sembrava il letto asciutto di un fiume morto. Qualche resto organico ancora palpitante che ne avrebbe avuto ancora per poco. Agli argini si alzavano palazzi di una quindicina di piani, le cui facciate erano infestate da parabole, nodi tumorali, escrescenze malate di alberi neri, morenti. Silenzio.
– Ehi, uomo, lo sai che giorno è oggi?
Qualcuno alle mie spalle gridò.
– Oggi è mercoledi.
Un’altra voce rispose, sempre alle mie spalle.
– Ma è più che mercoledì.
Una terza voce ancora.
– Oggi è il giorno del ju jitsu.
La quarta voce.
Mi girai, vidi quattro maschi Alfa, Beta, Gamma, e Delta, tesi, nervosi, smaniosi, molto in forma, corpi sani fuori da menti poco sane.
– Uscite ora tutti dalla palestra, o state andando dallo psichiatra?
– La palestra la facciamo ora. La facciamo con te. E dallo psichiatra ci andrai tu dopo che ti avremo smontato e rimontato la testa tutta sbagliata. Conoscerai il giorno del ju jitsu. Oh se lo conoscerai.
– Mi dispiace, io il mercoledì ho danza – dissi, mi rigirai e iniziai a correre, ma l’Oliver non è esattamente un integratore, un esaltatore di fisicità, un aumentatore di velocità, e i quattro mi presero dopo una dozzina e mezza di metri.
– Ok siete quattro. Chi è il quarto uomo, quello che guarda.
– Non c’è nessun quarto. Siamo tutti primi.
Un boato di entusiasmo esplose da centinaia di appartamenti tutto intorno, suonarono allarmi, trombe da stadio, fremettero le parabole, pure le auto incendiate mi parvero esultanti invece che inerti carcasse.
– Deve avere segnato qualcuno – provai a prendere tempo.
– E ora segniamo te. – Ma il tempo mi sfuggì di mano.
– Qualcuno di molto amato nel quartiere – provai ancora.
– Noi non amiamo nessuno. – Niente.
Andò che loro ju jitsu e io danza: fox trot in particolare, ero molto abile, in questo l’Oliver aiuta, sì, aiuta. E poi sapevo i passi, passi segreti della scuola di Chicago e per un po’ tenni loro testa, finché il quarto uomo non tirò fuori reminescenze di samba e mi sgambettò. Caddi e mi furono addosso. E così conobbi il maledetto ju jitsu.

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