Paul Niente Detective – Il romanzo [11]

Tornando al pronto soccorso, un paio di infermieri se ne stavano lì, nel patio per le autoambulanze, fumando e armeggiando con una lettiga riottosa, che non voleva saperne di chiudersi. Quando ci videro sfondare in quel modo dovevano aver pensato a un attentato, a una rapina, a un controllo fiscale, ma dopo aver posato gli occhi sui due uomini che trascinavano un corpo rinsecchito fuori da quell’auto goffa e gonfia come un gatto castrato, ci vennero incontro. La lettiga luccicava fiera di prestare finalmente soccorso.
– Che gli è preso? – Esalarono l’ultima boccata di fumo, gettarono le sigarette.
Dissi – Così a occhio pare un infarto. Non credo sia cataratta.
– A occhio no. Ok lo portiamo dentro. Fester dammi una mano a sdraiarlo. Voi dovete andare in accettazione e registrare il ricovero, noi andiamo di fretta e il vecchio all’altro mondo, se non ci muoviamo.
I due si tuffarono dentro speronando con la lettiga le porte d’ingresso e si fecero ingoiare dall’ospedale. L’urto sembrò ravvivare il Del Vecchio, ma fu solo una botta e via. Entrammo anche noi, più circospetti, subito a disagio e disorientati dal bianco delle pareti, pavimenti e soffitti, e dalla ridda di indicazioni, frecce, cartelli appesi ovunque, tutti coloratissimi.
Qual e io ci demmo da fare per trovare l’accettazione. Provammo a imboccare un corridoio, salire una rampa di scale, scendere di due piani con l’ascensore, attraversare una corsia, un’altra, un’altra e ancora un’altra alla fine della quale per poco non ci scontrammo con un medico, o qualcosa del genere, vestiva un camice, ma non aveva tanto l’aria di un medico. Usciva da un laboratorio, si portava appresso una valigetta termica. Molto sospetto, a cominciare dal fatto che cercava di coprirsi il viso da cui si ergevano capelli grigio-gialli-castani come se gli fossero esplosi dal cranio; per finire col fatto che aveva gli orli dei pantaloni sdruciti, sfatti, troppo unti e strascicanti per essere quelli di un medico. In mezzo c’era il fatto che si teneva sotto una giacca che gli rigonfiava il camice sformandogli il fisico e dandogli l’aspetto di un siderurgo più che di un chirurgo.
– Ci scusi, l’accettazione?
– Mmrrhggh… – e si buttò giù per una rampa di scale.
– Gentilissimo.
Proseguimmo: di nuovo scale, tre piani sopra, ascensore, atrio, corridoio, corridoio e ancora corridoio. Ci eravamo persi tra donne e uomini barcollanti, infermi, oppure giacenti in camere dagli usci spudoratamente spalancati a mostrarli appesi a una flebo, attaccati a un respiratore, gialli, sbiaditi, grigi, in pigiami incolori dal forte odore di battaglia.
– Paul.
– Di’
– Ho una gran voglia di antibiotico.
– Cerchiamo di trovare l’accettazione, respiriamo il necessario e cerchiamo di non fratturarci niente

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