– Fammene un altro Rosa.
– Come vuoi Paul.
– Lo sai, Rosa, se la gentilezza si potesse misurare in chili, tu saresti il metro.
– Faccio finta di non capire quello che mi stai dicendo. Anzi, faccio di meglio: non lo capisco affatto.
– Dolce, giusta, tanta Rosa.
– Illuminami, ce l’hai con la mia altezza o con il mio peso?
– E se esistesse l’occhio perfetto del pittore, come per il musicista esiste l’orecchio perfetto, colui che ne fosse dotato vedrebbe il tuo rosa perfetto come io lo vedo.
– Falla finita Paul, eccoti il tuo Oliver.
– Tanta Rosa. Grazie baby. Ho avuto una certa giornata.
– Non mi dire. Anche qui se ne sono sentite delle belle. Pare abbiano fatto fuori il Mongoloide e la sua banda.
– Sul serio?
– Giù a down town.
– Maledizione.
– E a te? Che ti succede Paul?
– Hanno bruciato J.J.
– L’avvocato?
– Thomas Effe, il trafficante, l’ha scaricato davanti al giudice come uno sposo all’altare e se l’è squagliata. J.J. Palanco s’è dato pure lui, per non farsi seppellire insieme alla sua la reputazione, e noi siamo i prossimi: la Waller ci sta addosso come una ninfomane dislessica che ambigua il verbo fottere. In più c’è mezzo morto un vecchio su da noi, vengo ora dal St Hills.
– Giornata piena.
– Puoi dirlo Rosa. Credo che mi farò l’ultimo Oliver.

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– Sei ormai una celebrità. Il tuo successo musicale deve molto alla tua voce così particolare, così… afona. Come hai fatto? Come ci sei riuscito?
– Non c’era nessuno che credesse in me, la mia voce, dicevano, non ti porterà da nessuna parte, non ce la farai mai, lascia perdere cantare.
– E invece è arrivato il successo.
– Sono una roco star.

Girammo un angolo e finalmente un grande salone, “il” grande salone. La salona d’attesa, con numeri e chiamate e decine di esemplari di specie umana corrotta dalla malattia e dall’attesa.
Il forte odore di disinfettante, chimica farmaceutica e di burocrazia dava un gran contributo a rendere l’atmosfera per niente rassicurante, lisergica, sì, ma organizzata da una pessima Compagnia di Viaggi.
Ed ecco il déjà vu. Il medico sospetto, questa volta senza camice, la giacca lisa in completo con i pantaloni e gli stessi capelli pettinati da un granatierie furibondo, non aveva più la borsa termica ma una scassa ventiquattrore rigida: entrò nella sala degli impiegati e si sedette alla sua postazione dietro lo sportello 15. Una signora sui settanta e più si avvicinò palpando i suoi fogli, impegnative, documenti stracci stretti al petto, salutò il (finto?) impiegato con un cenno della testa facendo attenzione che non le si staccasse e tremolante infilò le carte sotto il vetro che la separava dal nostro uomo ora molto, molto sospetto. Dopo qualche attimo sentimmo la voce straziata della donna che diceva cose come “Ma che roba! Ma non è possibile! Ma cosa vuole che viva ancora 35 anni! Io ho bisogno adesso! Io sto male adesso!” Poi silenzio, parlava l’uomo ma non si sentiva niente. La donna si fece muta, poco convinta ma a sufficienza per riprendersi le carte che si ficcò nella borsetta, e se ne andò, senza cenni di commiato, col capo fisso, scrutando un bigliettino, presumibilmente da visita. Al medico-impiegato-sdrucito-cotonato comparve un’espressione tra il compiaciuto e il trepidante. Molto, molto ma molto sospetto.
Andammo a sbrigare anche noi la nostra faccenda di carte, registrammo il Del Vecchio e uscimmo dal St. Hallis, con un languore. Decidemmo di farcelo passare all’Oliver ma Qual a metà strada optò per tornarsene in ufficio. Sicché mi toccò vedermela da solo con Rosa. Cara, splendida, giusta, Rosa, Rosa dell’Oliver.

Tornando al pronto soccorso, un paio di infermieri se ne stavano lì, nel patio per le autoambulanze, fumando e armeggiando con una lettiga riottosa, che non voleva saperne di chiudersi. Quando ci videro sfondare in quel modo dovevano aver pensato a un attentato, a una rapina, a un controllo fiscale, ma dopo aver posato gli occhi sui due uomini che trascinavano un corpo rinsecchito fuori da quell’auto goffa e gonfia come un gatto castrato, ci vennero incontro. La lettiga luccicava fiera di prestare finalmente soccorso.
– Che gli è preso? – Esalarono l’ultima boccata di fumo, gettarono le sigarette.
Dissi – Così a occhio pare un infarto. Non credo sia cataratta.
– A occhio no. Ok lo portiamo dentro. Fester dammi una mano a sdraiarlo. Voi dovete andare in accettazione e registrare il ricovero, noi andiamo di fretta e il vecchio all’altro mondo, se non ci muoviamo.
I due si tuffarono dentro speronando con la lettiga le porte d’ingresso e si fecero ingoiare dall’ospedale. L’urto sembrò ravvivare il Del Vecchio, ma fu solo una botta e via. Entrammo anche noi, più circospetti, subito a disagio e disorientati dal bianco delle pareti, pavimenti e soffitti, e dalla ridda di indicazioni, frecce, cartelli appesi ovunque, tutti coloratissimi.
Qual e io ci demmo da fare per trovare l’accettazione. Provammo a imboccare un corridoio, salire una rampa di scale, scendere di due piani con l’ascensore, attraversare una corsia, un’altra, un’altra e ancora un’altra alla fine della quale per poco non ci scontrammo con un medico, o qualcosa del genere, vestiva un camice, ma non aveva tanto l’aria di un medico. Usciva da un laboratorio, si portava appresso una valigetta termica. Molto sospetto, a cominciare dal fatto che cercava di coprirsi il viso da cui si ergevano capelli grigio-gialli-castani come se gli fossero esplosi dal cranio; per finire col fatto che aveva gli orli dei pantaloni sdruciti, sfatti, troppo unti e strascicanti per essere quelli di un medico. In mezzo c’era il fatto che si teneva sotto una giacca che gli rigonfiava il camice sformandogli il fisico e dandogli l’aspetto di un siderurgo più che di un chirurgo.
– Ci scusi, l’accettazione?
– Mmrrhggh… – e si buttò giù per una rampa di scale.
– Gentilissimo.
Proseguimmo: di nuovo scale, tre piani sopra, ascensore, atrio, corridoio, corridoio e ancora corridoio. Ci eravamo persi tra donne e uomini barcollanti, infermi, oppure giacenti in camere dagli usci spudoratamente spalancati a mostrarli appesi a una flebo, attaccati a un respiratore, gialli, sbiaditi, grigi, in pigiami incolori dal forte odore di battaglia.
– Paul.
– Di’
– Ho una gran voglia di antibiotico.
– Cerchiamo di trovare l’accettazione, respiriamo il necessario e cerchiamo di non fratturarci niente