Qual salì in ufficio con il guanto presina. A noi premeva più che altro recuperare quello che c’era dentro il guanto presina. Microfilms, che dico microfilms, una chiave USB flexil-slim da tre tera. Con files, tanti, tanti files, uno dei quali cruciale per l’indagine che avevamo in corso. E dovevamo trovarlo entro le 12.45. Che ore erano? Le 11.00, non troppo tardi, ma neanche tanto presto… Certo che Miles Davis alle 11.00… A ogni modo, quando Qual entrò, notai in lui un certo affanno o malcelato disappunto, non saprei dire, infatti gli chiesi che avesse. Mentre mi passava la chiave mi disse che la moquette è una croce per l’estimo, una gramigna, una lebbra maligna, una nebbia alla diossina, una.
– Estimo?
– È la stima del valore immobiliare, Paul. Una disciplina. Una dura disciplina. Ho avuto dei grandi maestri, su tutti Jean Alfie Corquét della scuola di Tahiti.
– Sei stato a Tahiti.
– Ventidue mesi. Corquét è il più grande. Ha stimato il valore al metro quadro, con l’approssimazione di 44 dollari, i grattacieli di Dubai prima ancora che li costruissero, prima ancora che li progettassero, prima ancora che li commissionassero, prima ancora che ne concepissero l’idea.
– D’accordo vediamo che c’è dentro questa chiavetta.
– A Tahiti ho imparato delle cose, Paul. Cose che non mi scorderò più. So stimare il valore di un superattico in Bolivia, come quello di un box doppio in Lapponia. E lo so, so quanto può danneggiare i calcoli la moquette. Lo so. Paul.
– Ne sono sicuro. Ora mettiamoci al lavoro.
– Ok.
– Ok.
Infilammo la flexil-slim e aspettammo.
Aspettammo. Niente. Aspettammo ancora un poco. Ancora niente. Doveva esserci una protezione, qualcosa che impediva al nostro sistema di vedere il piccolo hardware esterno. Provammo a muoverci, digitammo, cliccammo, digitammo, inputammo, provammo a fare un refresh.
– Troppo slim.
– Per nulla flexil.
– Sicché?
– Un altro refresh?
– Rischiamo una polmonite.
– D’accordo.
“Paul.
– Sì.
– Mancano 18 minuti alle 12.45.
– Che razza di modo è di leggere l’ora?
In quel momento, come fosse una spiegazione al mio sconcerto per Qual, per il suo modo di leggere l’ora, apparve sulla scrivania del monitor l’icona del piccolo, tignoso hardware dal nome baldanzoso: “BOSSANOVAMI”.
Sicché noi, senza perdere un attimo, lo bossanovammo. E trovammo quel file che cercavamo nel giro di poco. Forse troppo poco. Avremmo dovuto chiedercelo: “Non ti sembra sia stato fin troppo facile?” o: “Non ci abbiamo messo troppo poco?” e: “Non sarà che qualcuno ci stia pilotando?”.
Invece non arguimmo niente di tutto ciò, solo non ci sembrò vero di avere in mano una prova decisiva a favore del nostro cliente, entro lo scadere del tempo disponibile per depositarne la difesa.
– Paul, tu dici “desktop” o “scrivania”?
– Dico “maionese”. Cioè, direi “maionese”, ma ci sono convenzioni che proprio debbono essere rispettate. E così dico “scrivania”, ha un profumo migliore, e fa meno rumore di “desktop”.
Quel cliente, alla fine, venne fuori che ci aveva fregati. Aveva fregato tutti. Si prese giuoco di noi dall’inizio alla fine, usandoci come marionette del suo raccapricciante spettacolo, e anche oggi ci manda delle cartoline da una qualche isola dell’Argentina con motti e sberleffi, il che, lo confesso, ci irrita sempre ma poi – sempre –, Qual e io pensiamo che non è ancora finita e ci rilassiamo, ci prendiamo il tempo. Un bicchiere d’amaro, Amaro Rancore, il sapore del torto. E Cin.
– Cin.
“Paul.
– Sì.
– … no, …niente.

– Mi chiamo Qualunque, sono l’agente Qualunque.
– Cioè posso chiamarti come mi pare?
– Non stiamo iniziando bene. Mi chiami Qual.
– E che tipo di agente è? Immobiliare?
– Investigativo. Lavoro per Paul Niente. La Paul Niente Detective. Ne avrà sentito parlare, siamo al settimo piano.
– Wow, sembra molto emozionante. E gira armato?
– Più che altro di molta pazienza. Ma se dovesse rendersi necessario sparo. Vuole che le spari? Dove vuole che le spari? Alle tempie? Nello stomaco? Alle gambe? Dica lei. Giro armato.
– Si scalda in fretta per uno armato più che altro di pazienza. D’accordo facciamola finita, che vuole da me?
– Mi è caduta una presina giovedì, dal nostro balcone sul suo balcone. Lei è tornata solo stamane, Ho visto dalla strada le tapparelle alzate.
– Mi piace come dice “stamane”.
– Allora?
– Non sono ancora uscita sul balcone. In verità lo frequento poco. Si fanno brutti pensieri sul balcone, si rischia di impazzire. Perché crede si dica così? Dove crede sia nata quell’espressione?
– “Fuori come un balcone”?
– La prego… è una così brutta espressione. Mi dica ancora “stamane”…
– La presina.
– Vado a vedere. Vuole entrare?
– La aspetto qui.
– Lei è un vero duro, eh? Va bene, ci metto un attimo.
Sì assentò forse qualcosa più di un attimo ma Qual non si mosse, sebbene attratto dal profumo della giovane donna, dai suoi fruscii setosi accompagnati da passetti eleganti, dallo scorcio dell’appartamento con moquette rigogliosa e candida che riusciva a intravedere attraverso la porta lasciata aperta a metà. Da un disco di Miles Davis, da una radiosveglia puntata alle 5, da un ronzio del frigo, da una corrente d’aria, una di pensiero, una elettrica, una
– Ecco la sua presina.
– Grazie.
– È stata una conversazione interessante. Sa? Oramai in strada si parla come in televisione e alla televisione si parla come in strada.
– Già. Il linguaggio si conserva bene sui pianerottoli.
– Chissà al settimo piano quante cose avresti da dirmi. Agente.
– Buona giornata signorina.

– Non che abbia mai dato adito a fraintendimenti, anzi, cerco sempre di spiegarmi bene, amo i dettagli. In particolare quelli molto particolari. Faccio chiarezza mostrando l’inequivocabile con somme di dettagli. Eppure c’è sempre qualche cosa che sfugge, che prende un verso proprio, non calcolato, non prevedibile, a mio giudizio impossibile. Anche a giudizio di tanta manualistica scientifica.
– E allora?
– E allora niente. Si è aperta la finestra di là. Forse piove. Meglio se chiudiamo bene tutto, Qual. Dobbiamo uscire per quella faccenda delle etichette false.
– Già… il “Nebbbiolo”. Di Frascati, poi. False e ignoranti. Ok. Sigillo l’ufficio e andiamo.
“Paul.
– Di’.
– Niente.

In quel periodo c’era parecchio da fare, cose piccole, ma tante, una dietro l’altra senza soluzione di continuità. Tutte diverse. Ci mettevamo tanto ingegno, ogni caso era un caso a sé, non costituiva un precedente che ci avrebbe aiutato a risolvere più facilmente il caso successivo. No. Tutto era particolare. E io amavo i particolari. In particolare amavo Patti di Lugano ma questa è un’altra faccenda. Amavo i laghi, d’accordo, le pistole, i temporali, ma soprattutto amavo il mio lavoro.
Ora mi trovo distante da tutta quella vita. E da questa distanza ve la racconto.
Prima che…
No, niente.

– Dopo la stagione delle BR e del terrorismo nero come forma, più che di protesta, di rivoluzione, sono arrivati gli anni ’80 con le tv private, i ’90 e i 2000 con la politica privata e con l’inizio della terza guerra mondiale che non è ancora finita.
Ora, dopo questa stagione della forma di protesta che spacca, mi chiedo che anni arriveranno. Mi chiedo se non ci sia un altro destino, un altro flusso, un’altra corrente, un altro fiume, un’altra traiettoria da seguire nello spazio infinito. Possibile?
– Amore controllati.
– Mi chiedo se non sia tu che mi controlli, se tu non l’abbia sempre fatto.
– Amore, ti prego controllati. Mi fai paura.
– Dove stiamo andando? Dove vuoi andare? Lo sai? Dobbiamo andarci per forza tutti e due? Tutti sulla terra? E ci staremo là dove stiamo andando?
Quando si dice che siamo tutti sulla stessa barca non si dice che è un motoscafo, che è una deportazione volontaria che oltre al rischio di morire, di non arrivare, si paga. Allo scafista. Che sta sulla barca pure lui.
– Amore ti prego, ti prego, ti prego.
– Siamo sulla stessa barca… Ma il timone ce l’ha uno, uno solo.
– Vuoi una barca? È per la barca che mi dici tutto questo? Andiamo al salone, e ne prendiamo una, quella che ti piace di più. Ma ti prego. ti prego, smettila di dire queste cose. Andiamo al mare, ci prendiamo una barca e andiamo dove vuoi, dove vuoi tu.
– Dove voglio io…
– Dove vuoi tu. Amore. Amore oh, amore.
– Io non lo so. Io no lo so, non so niente. Non lo so. Forse. Forse di là. Non lo so. Forse di là.
– Amore controllati.
– Sì, sì ne sono sicuro, vieni, è di là…

Michelle

Michelle, tu mi rabbrividisci.
Ora che non siamo più una cosa sola quante cose so di te.
Facevi la croupier a Givency mentre ti credevo una stenografa.
Ti credevo duttile, e dattile, e tu ti davi alle fiches. Le davi via.
Michelle, che bella fiches che ti credevo.
Ma non sei bella, sei una cosa sovrumana come un trattore di Parma.
Quando l’hanno inventato i contadini svenivano,
i raccolti una bazzecola, in un paio d’ore era tutto finito.
Come quando facevamo l’amore, ti ricordi?
Mi sembravano ore, ma erano cinque minuti,
il resto lo passavi a Givency a dare le fiches,
a non dare quella bella ultima fiches che tenevi tra le belle cosce fresche,
che tieni ancora come fosse un ricordo, un arazzo. Ma non arrizza più.
Michelle, me la dovevi dare, fin da subito, a me, che Givency manco so dov’è
E ora sono qui a sfogliare le verze,
brucia tutto,
e tu svieni per un articolo di de Bortoli.

[Erman Esselunga]