– Avvocato.
– Avete trovato?
– Crediamo di sì.
Gli passai la stampata, che Palanco lesse in silenzio ma gesticolando con le labbra, e mano a mano che scorreva il testo, il viso gli si contraeva, gli occhi sgranavano; avesse potuto sbiancare più di quanto già non fosse l’avrebbe fatto. Qual, mezzo seduto sul bordo della scrivania, passava in rassegna la collezione di timbri che l’avvocato teneva ancora lì, manipolo di piccoli legni antichi, dal manico duro e levigato come un callo, con la parte a “T” gommata e incisa, ancora blu ma di inchiostro senza più voce. A Qual piacevano quelle specie di soldatini, appesi a un’altra razza di minuscola rastrelliera girevole che era il portatimbri.
– Ci sta fregando. -, confessò Palanco, – dobbiamo correre – e si infilò con un gesto da trasformista navigato il soprabito che era buttato sulla poltrona.
– Nessuno è mai riuscito a fregarmi, figuriamoci un cliente. Razza di bastardo.
– Dove andiamo esattamente? – Lo dissi, già per le scale, rincorrendo il legale, e Qual dietro di me, con le dita inspiegabilmente blu provò a dire: – Abbiamo lasciato lo studio aperto – ma due, quattro rampe sotto rispondeva solo un: – Mi ha fregato, mi ha fregato! Ci ha fregato tutti!
Finimmo in strada come tre rapinatori fuori da una banca appena assaltata, solo che non c’era alcuna auto ad aspettarci. Ce n’erano un sacco d’altre di cui avremmo fatto a meno, dato che dovevamo attraversare la strada il più velocemente possibile. Il tribunale si trovava infatti proprio dall’altro lato. Ci separavano quattro corsie, due linee tramviarie, un marciapiede largo come una pista di atletica e lo scalone del palazzo di giustizia che mai come in quel momento ci sembrò un pietrone maya, un piramidone di tempio maya, la cui vetta spariva in nuvole di condensa e mistero.
Il traffico di mezzi pubblici, privati e gente a piedi era densissimo, rallentato dalla propria fretta, eppure mobile e pericoloso. Una troupe televisiva aveva occupato un angolo di suolo pubblico strappando spazio vitale a un chiosco di fiori. Una giornalista, appunti alla mano, dito ficcante auricolare, vento inopportuno tra i capelli, voce e sguardo rivolti a galassie lontane, mandava attraverso la lente e il microfono della videocamera messaggi disperati. Nonostante fosse a un passo dai suoi tecnici, truccatori e tutto quanto lo staff, appariva sperduta e pur tuttavia severa. Le sopracciglia aggrottate più che il resto del suo fisico attrassero l’attenzione di Qual, che per questo rimase indietro a fissarla mentre noi già scalavamo lo scalone, salivamo il salitone, in corsa verso il mistero della giustizia.

dimenticare battipaglia 2Ho ricordi confusi, e informazioni false, ho poco tempo per ricostruire tutto quanto. Ho quarantadue anni, credo, e di me non so più niente con certezza. Fino a un mese fa ero convinto di essere un seminarista, avrei preso i voti ad aprile. Dal 29 febbraio scorso, invece, so che ho fatto parte per quarantun’anni (…ma forse ne faccio ancora parte?) del progetto Ri-Dying Buffalo. So che ho un nome in codice: Mantra, mentre ho sempre pensato di chiamarmi Paolo Giusti, che il mese prossimo sarei diventato don Paolo, la mia missione quella di servire Dio, il mio ruolo quello di pastore e il mio pascolo Battipaglia: la parrocchia di Maria Santissima del Carmine.

Invece sono l’agente Mantra, programmato per inquinare, ammalare e distruggere il mistero della fede, lentamente.
Tutte le fedi rientrano nel progetto di sterminio del programma Ri-Dying Buffalo. A me è toccata Battipaglia la sua comunità cattolica.
Come so tutto questo? Ho assistito a un rapimento. Ho visto come lo fanno. Come hanno fatto con me. Allora avevo un anno. Ora ne ho quarantuno.

Per un puro caso (ma è stato veramente un caso?) ho scoperto i laboratori, le corsie di nursery, i bambini, gli istruttori, l’allevamento coatto di agenti come me, pezzi umani programmati fin da infanti, e per la vita, a muoversi, a pensare, a reagire come stabilito dal protocollo Ri-Dying Buffalo.
La struttura para ospedaliera – sofisticatissima nell’organizzazione degli spazi e dei processi di sviluppo organico e psichico, dalle tecnologie e dai metodi molto avanzati, mai divulgati su alcuna rivista scientifica –, si trova nei sotterranei compressi, compresi tra l’edificio cinquecentesco de La California, la prestigiosa clinica specializzata in interventi di chirurgia plastica – vengono da tutto il mondo per rifarsi qualsiasi parte del corpo – e il seminario Sandro Ciotti nel quale sono cresciuto, dove avrei preso i voti e in cui ora sono tenuto prigioniero. Presto mi risetteranno e ricicleranno. Mi faranno ruvido. Completamente insensibile. Duro. Nessuna memoria. Ruvido. Adatto solo ai lavori più sporchi.
Ecco. Vengono a prendermi.
Ruvido… sarò solo ruvido…

Mi ha preso una suora lussemburghese. Non so come ma il ripiegamento “Reset” previsto dal protocollo Ri-Dying Buffalo nei casi di rigetto come era il mio, con me non ha funzionato completamente, perché… ricordo… Ricordo tutto! I genitori del bambino, il piccolo innocente, il sagrato, il rapimento, il confessionale, il passaggio, i bambini, il programma, i ragazzi adolescenti attaccati alle macchine – bava in bocca, occhi … –, le preghiere, i salmi. La mia cattura. Il trattamento “Reset”.
Orribile, orribile… La suora… La monaca… Le zizze, le zizze… le zizzone.

Ora ho ricostruito quasi tutto. La sorella del Lussemburgo era decisa a farla finita. Portava una sesta, un seno che stracciava le vesti, non avrebbe avuto futuro in monastero, stava per prendere uno schiaffo da Dio per mano della superiora. Ed ecco la soluzione: chirurgia estetica. Venne alla California per sgonfiarsi il petto e mostrarsi umile. Lei in realtà umile lo era già perché si dice: non il seno fa la monaca. E forse fu proprio Dio o forse un altro programma segreto d’umani antagonisti al Ri-Dying Buffalo, o forse era lo stesso piano, che la spinsero fino alla clinica, e dalla clinica ai sotterranei e in questi alla mia cella, a liberarmi e a prendermi con sé.

Tornata in Lussemburgo, il monastero, avendo verificato le più conce condizioni fisiche della sorella, trasferì suor Porpora – questo il nome che ella ottenne – proprio a Battipaglia, la città che assieme a tutto il resto cercavano di farmi dimenticare. Ironia della sorte (o anche tutto questo fa parte del programma…?)

A Battipaglia, nonostante ricordi tutto, sono rimasto ruvido, e duro, insensibile.
Suor Porpora mi tiene con sé, mi usa come pietra pomice per le sue verruche.
Ora scopro, ha un giro di orecchini-amuleti e caglio di bufala. Obiettivo: contaminare i fedeli.

Ma questa è un’altra storia e io non posso farci più niente.
(O… è la stessa storia… lo stesso programma…)

[Immagine di Beppe Del Greco]

– … E così, quando ho cominciato a comunicare con te, era troppo tardi … avrei dovuto capirlo… forse… dovevo dirtelo, cercare di parlarti prima ma… non era… pronto. Pronto? PRONTO? Ci sei? PRONTO! … pronto…

– In quel preciso momento lui le disse: “Più tardi”. E svenne.
– Ma poi rinsavì?
– Sì, infatti più tardi rinsavì e le sussurrò: “È tardi”. E morì.
– Però! E lei?
– Guardò l’ora.

A ogni modo, quando uscimmo con la stampata del file per andare dall’avvocato J.J. Palanco, nel suo studio alle pendici del tribunale, ricordo la melodia di un sax provenire da un appartamento all’altezza del terzo o quarto piano blandire la lenta corsa in discesa dell’ascensore nel quale eravamo. Notai che Qual si irrigidì e disse qualcosa come “Maledetta gramigna” aggiustandosi la cravatta intorno al collo.
L’avvocato Palanco, J.J. Palanco (pron. Palanso, come fosse del Brasile), ci aveva dato una mano molte volte. Le sue consulenze, per quanto se le facesse pagare salate, alla fine valevano la spesa, i nostri clienti sgranavano gli occhi, storcevano il naso, ma pagavano. E dopo ringraziavano.
Il nostro legale si sarebbe potuto definirlo un tipo anziano, se non fosse per i dread bianchi che portava a caschetto, appena lunghi dietro. Amava il reggae, ma la storia dei suoi dread non ha niente a che fare con il reggae. La musica, la Giamaica, Peter Tosh e quell’altro e tutto il resto venne dopo.
Fin da bambino avrebbe voluto fare l’avvocato per via del costume: la toga e la parrucca. Una volta ci raccontò che all’età di pochi anni, tre o quattro, vide un film o un cartone animato, o un documentario, insomma qualcosa alla televisione, in cui a un certo punto in una grande stanza piena di gente seduta in file ordinate, un uomo con degli incredibili stopposi boccoli bianchi in testa, avvolto in una specie di mantello nero, dichiarava a gran voce qualcosa di cruciale. Infervorato dalle proprie parole e da un ragionamento profondo e tagliente, lucido, perfetto che stava seguendo, andava così veloce che quasi sembrava lo stesse anticipando. Il pubblico era completamente ipnotizzato, stregato, in particolare due o tre tali il cui primo piano ogni tanto intercalava a quella figura con boccoli e manto nero curiosamente con maniche così larghe che durante l’impressionante monologo di fronte alla platea paralizzata dalla magia che egli promanava si vedevano gli avambracci, nudi e coperti da una virile peluria nera. Niente tatuaggi. E poi il sudore. Tanto sudore sulla fronte di quei due o tre, il caldo nella grande sala, la platea liquefarsi, sete, tanta sete. Mentre il cavaliere niente: asciutto, spietato, affondante, tagliente, ipnotico. Un raggio-namento penetrante nella mente di tutti gli astanti, volenti o nolenti, il piccolo J.J. Palanco compreso, astante anche lui sebbene un po’ di qua.
Quando J.J. qualche tempo dopo capì che quell’uomo era un avvocato, che quel monologo era la sua arringa, che quella sala era un’aula di tribunale con il giudice, il giudizio, la condanna, e tutto quanto, lui avrebbe indossato gli stessi panni del cavaliere nero dagli incredibili boccoli stopposi. E si guardò le braccia scrutandosi i peli puerili: “Basta, ridere!” disse.
Laureatosi molto giovane, il Palanco scoprì che la toga in qualche caso sì ma la parrucca non l’avrebbe indossata mai. E questo fu un colpo molto duro per lui. Uscì confuso dal palazzo dell’università, con l’attestato che riportava i pieni voti, la guancia ancora calda del bacio accademico ma non poteva nascondere di essere avvilito per il fallimento del suo piano iniziato così lucidamente vent’anni prima. Entrò in un bar, si sedette, ordinò un passito, che non avevano, ordinò un Marsala, niente, un Punt e Mes… “Ma fatti una birra!” Si girò di tre quarti e, avvilito, in aggiunta infastidito, vide il suo piano compiersi definitivamente, ovvero ne vide la possibilità. La possibilità era nel reggae, nel rastafarianesimo nei dreadlocks che portavano quei tre giovani più o meno della sua età accompagnati a un vecchio bellissimo, fierissimo, dai capelli bianchissimi, acconciati a trecce stoppose, lunghe e spesse e – la cosa che per poco non provocò un emozionante infarto al giovane J.J. –, erano naturali, vere, crescevano realmente dalla testa di quell’uomo centenario ma dall’aspetto sano, forte, invulnerabile e fiero. Uno dei ragazzi schiacciò un tasto dello stereo che si portavano appresso e ne uscì una musica dal ritmo in levare, zeppa di percussioni e cori e chitarre dagli accordi brevi, tronchi, quasi percussioni pure loro e tutti e quattro, così come tutto intorno a loro era sorriso. Il barista, il proprietario, la sua signora alla cassa, gli occupanti i tavoli, quelli al banco si girarono tutti e non ebbero la forza di lamentarsi, pur volendolo al primo istinto, invece sorrisero.
Al giovane Palanco passò immediatamente il fastidio e il forte senso di avvilimento gli svanì subito dopo. Dall’eccitazione gli venne voglia di intentare una causa, ma ci ripensò, si disse: “C’è tutto il tempo” e preferì senz’altro andare ad ossigenarsi i capelli. “Anche per le trecce, ci sarà tutto il tirocinio.” Uscendo dal bar, senza aver consumato niente disse grazie ai quattro rasta dai lunghi dreadlock castani e bianchi. Col tempo non ebbe più bisogno dell’ossigeno, nel senso dell’acqua. Quando ci incontrammo per la prima volta – era per il caso Warrhol, lo ricordo come fosse ieri, come fosse stanotte, perché in effetti al caso Warrhol lavorammo solo di notte –, quando ci incontrammo Palanco era già canuto di suo.
Entrammo nello studio alle 12.39.