Paul Niente Detective – Il romanzo [5]

– Avvocato.
– Avete trovato?
– Crediamo di sì.
Gli passai la stampata, che Palanco lesse in silenzio ma gesticolando con le labbra, e mano a mano che scorreva il testo, il viso gli si contraeva, gli occhi sgranavano; avesse potuto sbiancare più di quanto già non fosse l’avrebbe fatto. Qual, mezzo seduto sul bordo della scrivania, passava in rassegna la collezione di timbri che l’avvocato teneva ancora lì, manipolo di piccoli legni antichi, dal manico duro e levigato come un callo, con la parte a “T” gommata e incisa, ancora blu ma di inchiostro senza più voce. A Qual piacevano quelle specie di soldatini, appesi a un’altra razza di minuscola rastrelliera girevole che era il portatimbri.
– Ci sta fregando. -, confessò Palanco, – dobbiamo correre – e si infilò con un gesto da trasformista navigato il soprabito che era buttato sulla poltrona.
– Nessuno è mai riuscito a fregarmi, figuriamoci un cliente. Razza di bastardo.
– Dove andiamo esattamente? – Lo dissi, già per le scale, rincorrendo il legale, e Qual dietro di me, con le dita inspiegabilmente blu provò a dire: – Abbiamo lasciato lo studio aperto – ma due, quattro rampe sotto rispondeva solo un: – Mi ha fregato, mi ha fregato! Ci ha fregato tutti!
Finimmo in strada come tre rapinatori fuori da una banca appena assaltata, solo che non c’era alcuna auto ad aspettarci. Ce n’erano un sacco d’altre di cui avremmo fatto a meno, dato che dovevamo attraversare la strada il più velocemente possibile. Il tribunale si trovava infatti proprio dall’altro lato. Ci separavano quattro corsie, due linee tramviarie, un marciapiede largo come una pista di atletica e lo scalone del palazzo di giustizia che mai come in quel momento ci sembrò un pietrone maya, un piramidone di tempio maya, la cui vetta spariva in nuvole di condensa e mistero.
Il traffico di mezzi pubblici, privati e gente a piedi era densissimo, rallentato dalla propria fretta, eppure mobile e pericoloso. Una troupe televisiva aveva occupato un angolo di suolo pubblico strappando spazio vitale a un chiosco di fiori. Una giornalista, appunti alla mano, dito ficcante auricolare, vento inopportuno tra i capelli, voce e sguardo rivolti a galassie lontane, mandava attraverso la lente e il microfono della videocamera messaggi disperati. Nonostante fosse a un passo dai suoi tecnici, truccatori e tutto quanto lo staff, appariva sperduta e pur tuttavia severa. Le sopracciglia aggrottate più che il resto del suo fisico attrassero l’attenzione di Qual, che per questo rimase indietro a fissarla mentre noi già scalavamo lo scalone, salivamo il salitone, in corsa verso il mistero della giustizia.

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