– Pensavo di avere il colesterolo alto.
– E invece?
– Invece erano i tacchi.

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– Due tette parallele non si incontrano mai.
– Prego?
– Due rette. Mi scusi. Due rette. Vuole una Lapsus?

CARAMELLE AL LAPSUS FROID
Gusto infinito

– Due rette come le sue non si incontrano mai.
– Oh.

 

– Vieni, facciamo colazione. Sai? da quando, entrando nei bar, mi ripeto quello che succederà ai timidi, ordino fiero, e i baristi mi rispettano, quasi mi temono.
– Perché i timidi? Cosa gli succede?
– “Ma i timidi, gli increduli, gli abominevoli e gli assassini, e i fornicatori, e i maliardi, e gli idolatri, e tutti i mendaci, avranno la loro parte nello stagno ardente di fuoco e zolfo: che è la seconda morte.” (Apocalisse, 21, 8). DUE CAFFÈ!
– Subito signore.
– Visto?

– Il Postmoderno. Te lo dico io cos’è il Postmoderno! Sono tutti i piccoli falsi amori dopo quello primo, vero, grande. Il Postmoderno non dice “Faccio la Storia” ma “Mi faccio una storia”, capisci! Lo capisci??
– Sì… ma… perché ti ha lasciato?

– Vuole dei fiori?
– Cosa glielo fa credere?
– Glielo suggerisco, potrebbe darli alla topona là, posseduta dalla notizia in presa diretta.
La fiorista, taglia forte in divisa folk, stava in quel lembo di spartitraffico come un leone marino sopravvissuto all’estinzione per mano dell’uomo – delle sue botte – grazie al curioso travestimento che portava, e chissà come era riuscita a procurarselo e a infilarselo: un cappello di paglia a falde larghe, una salopette in jeans, maglia a maniche lunghe, a righe dai colori che solo per scaramanzia mai nessuno avrebbe accostato tra loro; uno scialle fatto a uncinetto di un giallo che doveva essere stato un tempo avorio, e ora uranio, stivali di gomma bassi, verdi, impermeabili a tutto a cominciare dall’umanità, smaniosi di prenderla a calci, e dalla quale si era salvata solo travestendosi. E tossì, riuscendo a spostare ancora di più l’aria tra i capelli della giornalista che si stava rattrappendo nello snocciolare il suo comunicato.
Sirene nel traffico spiegarono velocemente, tanto che Qual non capì, cosicché, sbalordito e ricongiuntosi con gli eventi che l’avevano portato fin lì, in quel caos attraversò e s’inerpicò sullo scalone. Non fece in tempo a entrare che ci ritrovò.
– Sicché?
– Effettivamente ci ha fregato – risposi io perché all’avvocato mancava il verbo, – si parla di milioni, e come sai da un pezzo non parliamo più di lire, dunque son milioni ancor più dolorosi.
– Ma non li ha fregati a noi, no? Noi non abbiamo milioni.
– Neanche l’avvocato se è per questo. Il punto è che il nostro amico ha usato l’avvocato per fottersi i milioni.
– Ma a chi?
– Ora non è quello il problema. Il problema è che l’avvocato è sputtanato. E noi non ci facciamo una bella figura, avendo lavorato per lui.
– E adesso dov’è?
Mi girai e non c’era. Dissi qualcosa come “maledizione” e incalzai con un “vieni andiamocene di qui” notando una troupe televisiva che puntava verso di noi, in testa una femmina indemoniata, molto appariscente, i capelli in una centrifuga, le cosce tremanti magnitudo 3 o 4 scala Richter, uno staff tecnico e truccatori, dietro, a tenere il bordone della faccenda.