Cheyenne dandy

CHDANDY_350Non avevo alternative. O la para o il mocassino. La para mi mandava in para, d’altra parte il mocassino lo trovavo anacronistico. Così feci fronte alla para con della pirite che sottrassi a un cercatore d’oro persosi nel bel mezzo del Wyoming, che qui tutti i locali chiamano pervicacemente Yawn, facendo scaturire mortali sbadigli nei foresti. Negli ultimi quattro anni, lungo la Rue 80, angolo 25, si sono infatti contati quattromilaquattro morti, uccisi dal sonno e dai modi di dire e di fare Cheyenne (Yawn).

Il cercatore d’oro, smarritosi nel bel mezzo della mia terra – ma prima che mia, dei miei avi e prima che dei miei avi, di Manitù in persona, che, non so com’è, se l’è persa tutta a Saint Vincent – il cercatore, dicevo, era pieno di pirite da fare schifo. Ma non aveva strategia, non aveva un piano di uscita né di investimento e soprattutto non aveva vergogna. Così lo scotennai perché se lo meritava, bifolco, ignorante, puzzolente foresto, morto di sonno: tipico cercatore d’oro che non era neanche capace di distinguere Bellaria da Riccione. Figurati il Wyoming.

Ma veniamo ai miei, di piani. Con la pirite rimasi calmo quel tanto, e vi assicuro che fu tanto. Ne assumevo un tot: due, quattordici volte al giorno e per un po’ le cose andarono bene.

Un giorno d’estate, ostinato com’ero a portare il mio plaid di lana di porco, nonostante i 49 gradi all’ombra, poco prima di assuefarmi alla pirite, feci un gesto. Un gesto molto elegante e allo stesso tempo non convenzionale. Misi su una fabbrica di para, che avrei prodotto estraendo caucciù da una piantagione a Corfù. Comprai la piantagione e impiantai lo stabilimento con tutto quello che avevo grazie agli avi, agli avi degli avi, agli avi degli avi degli avi, e poi non me ne occupai minimamente per tutti i sei mesi successivi all’avviamento, tanto durò la fabbrica. A Corfù.

Dove feci una vita… pazzesca. C’era un’altalena nella piazza della Spianada, era frequentata da playboys, playmates, suore d’alto bordo e giovani fiscalisti, c’erano pure sigarai, che si contendevano il posto rilanciandosi a vicenda minacce indecenti per intere sere, notti e albe. Vincevano solitamente le suore.

Mentre la mia industria andava in malora, e senza che per questo mi sentissi minimamente responsabile, giravo indolente – ma vispo dentro – intorno all’altalena in piazza della Spianada e alla sua gente, senza dare alcuna confidenza e senza prenderla. Non ho mollato per un istante il mio plaid nonostante gli episodi, alcuni incresciosi, alcuni scandalosi, alcuni solo fastidiosi, che si succedettero in quelle sere di quella bella stagione. Il più memorabile fu il maremoto. Ci fu un maremoto, o qualcosa del genere.

Il Wyoming non ha mare. Solo allora, al mio periodo incosciente di Corfù – ma quanta vita! –, solo allora lo giudicai un limite, cioè che il Wyoming non avesse il mare, poiché, non essendo io abituato al mare, né alle moto, per quattro giorni non feci altro che vomitare. Una sorella di qualcuno, mi tenne la mano sulla fronte per quattro ore, fino a che non le diede il cambio sua sorella. Le due mi sorressero alternativamente per tutti e quattro i giorni. Il quinto giorno le scotennai. Non so perché lo feci. Fu più forte di me e fu allora che un corteo di manifestanti sopraggiunse ai cancelli della mia villa di Corfù. Mi citofonarono. Che gesto! Che provocazione! A me che sono Cheyenne, che ho puntato tutto su Corfù senza fare neanche due conti, soltanto guidato dall’eleganza del gesto. E questi cosa fanno? Mi citofonano. Tutti insieme. Ma non è possibile. Mi affacciai con lo scalpo delle sorelle in mano e lo brandii loro, ma loro niente, solo urla, agitazione, rivendicazione, giustizia e diritti. E futuro.

Mi era rimasta una manciata di pirite, me la cacciai in gola quando ero già sul traghetto per Ancona, in fuga composta, abbracciato al mio plaid e lui a me e sulle arie di “I Wanna Be a Lover”, infine sbarcai tre lunari nell’entroterra delle Marche, in un luogo che era l’unico punto – equazione risolta! – alla medesima distanza dai miei creditori e dai miei debitori. E poi risuscitai.

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1 commento

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  1. Ancona somiglia molto al Wyoming, soprattutto per i suoi abitanti. Gli anconetani sono brava gente, accogliente, raramente diffidente, semplicemente irriverente, a volte irritante, a volte impertinente, ma mai indisponente o indifferente. Ogni frase tre moccoli, come minimo, ma sempre con leggerezza, proprio come nel Wyoming.
    Suppongo che il luogo dell’entroterra marchigiano alla medesima distanza da creditori e debitori fosse Cessapalombo.

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