Solitudine di un cane di fronte a una grande M

cane-solo_400Avevo sbraitato per più di venti minuti senza fermarmi mai. Almeno, venti minuti. Venti tutti.
Avevo dato il meglio di quello che so fare. Ho un repertorio notevole. I miei antenati sono morti alla Cayenna dopo aver vissuto lustri a latrare e sbranare e mostrare denti. Anni feroci. In cambio poca carne, ma tanto onore. O terrore. Forse più terrore. I detenuti della Cayenna, bestie anche loro capaci di cose orribili, almeno quanto i loro secondini torturatori, cercavano oltre ogni necessità, di mantenere la maggiore distanza possibile dai cani. Ma la Cayenna non era certo un posto per gente distaccata, gente solitaria, gente che non voleva aver a che fare con certa gente, per dire. Era invece tutta una scabrosa poltiglia di razze umane e specie di animali e piante e fango e rocce e diluvi e batteri e malaria.
Io discendo da lì. Da quella poltiglia. E, tornando a quei venti minuti sbraitando, avevo cercato di farlo presente, avevo dato il massimo davanti a quella gigantesca cosa. Santo dio, in me c’era tutta una tradizione, una storia, una scuola, il sangue degli avi. Ma per tutta risposta da quella… cosa non ricevetti che… niente. Assolutamente niente.
Düsseldorf è una città amara. E non ha colori, è tutto un acquoso grigio, niente bianchi e niente neri. Io sono di lì, ne so qualcosa. Io, per esempio dovrei essere nero. Sono un pastore belga, pelo lungo e nero, gli occhi più neri e lucidi della pece. Eppure ogni giorno che passa mi sento sempre più incolore.
Guardo la boxe. Trascorro del gran tempo in palestra. Guardo i pugili allenarsi e battersi. Guardo la cattiveria nutrirsi, fiaccarsi e poi vincere e vincere ancora sui più deboli, nati deboli, destinati deboli. Io sono cattivo, e sono un vincente, ne so qualcosa. Eppure. Il grigio. Grigio Düsseldorf. Un grigio senza suoni.

Avevo sbraitato per venti minuti dando il meglio di me. Quella gigantesca “M” sopra la collina non emise un suono, non si spostò di un millimetro, non rabbrividì, non sudò, non fece assolutamente niente. Mi fermai all’improvviso, non perché mi fossi sgolato o avessi perso le forze, o mi fossi arreso, o addirittura spaventato. No. Non conoscevo la paura. Non conoscevo nemmeno l’alfabeto, se è per questo. Sicché come sapevo si trattasse di una “M”? Questo mi fermò: la consapevolezza, un lampo di conoscenza. Una forte intuizione, un’istantanea comprensione dalle dimensioni universali. Anche “universale” fu un colpo molto forte al mio status di cane feroce, belga, nero e di origine Cayenna. Forse fu il Chivas Regal di Odra, il peso welter che mi porta in palestra, ogni tanto me ne versa un po’. Ma non poteva essere. Odra aveva il naso rotto e il fegato fatto a pezzi da un gran sinistro del Messicano. Odra non mi dava da mangiare, figurati da bere, da tre giorni. Forse, allora, fu il digiuno. Il fatto è che quella cosa così stanziale in cima alla collina la sapeva lunga e dava a intendermi di saperne anch’io, lei così irremovibile, assoluta, universale, gigantesca, ma soprattutto luccicante come oro, schiacciante su tutto quel grigio Düsseldorf e il mio inconfessabilmente disperato tentativo d’essere nero. Ma quello stuzzicarmi, quella zolletta di conoscenza, quella umiliante illuminazione donata a me, cane feroce, era straziante.
Cosa rappresentava quella maledetta “M”? Era un simbolo di qualcosa? O era quella stessa cosa, senza convenzione alcuna, senza traccia, senza testo, “M” e solo “M” a rappresentare se stessa? A dire se stessa?
Per tanto tempo, dopo quell’epifania d’un solo segno, ho continuato a cercare, a cercare di capire, ma niente. Una voragine di consapevolezza mi sta annientando, mi sta risucchiando. Finalmente rivedo il nero, mi vedo e sento nero, sto scomparendo dentro me. Odra non c’è più. La palestra non c’è più. La Cayenna compare e scompare. Flickera. Dissolvenza.
Ed io non sono più. E solo adesso so ma peccato non sia più.

Nero.

[Immagine di Beppe Del Greco]

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