Superavamo gli ostacoli

Superavamo gli ostacoli. Era un nostro “must”. Ci avevamo scritto sopra anche un manifesto, in calce una fotografia, una siepe potata, tagliata da sembrare un dirigibile. Eravamo: io, Ennio, Thomas, Furio e Tremolada. Tremolada era l’unico che chiamavamo per cognome, noialtri si usava il nome, molto forte, molto carismatico, io per esempio, mi chiamavo Eros. E, potessero morire gli altri, noi superavamo gli ostacoli, soprattutto a metà settimana.
I mercoledì e i giovedi portavano in serbo, puntualmente, delle sfide niente male. Ma noi dritti: concentrazione, rincorsa, slancio, elevazione e hop, ecco che eravamo già di là, vedevamo dall’alto il venerdi, scavalcandolo per piombare eleganti nel bel mezzo del fine settimana, a far la parte dei re.
Avevamo dei bellissimi capelli lunghi, morbidi, colorati, chi biondo, chi rosso, chi moro, chi castano intrigante. Santo cielo come ci sapevamo fare.
Thomas sapeva suonare la chitarra, Ennio sapeva cantare, Tremolada sapeva far ridere, Thomas vinceva al giuoco d’azzardo e io, beh io incontravo per primo l’interesse delle femmine, tutte quelle che ci capitavano a tiro. Era più forte di loro, io stesso ero più forte di me, non c’era niente da fare, si finiva sempre per stare con una femmina. E come me anche gli altri. Tutti avevamo qualcosa, qualcosa di bello, qualcosa che ci faceva sudare e allo stesso tempo asciugare, e alla fine godere. Tutti. Tranne Furio.
Furio fu il primo a suicidarsi. Il motivo, credo, alla fine, fosse che covasse tanto, troppo rancore. Credo avesse iniziato appena nato, nelle mani dell’ostetrica. Ma finché stava con noi, era sempre lui a dare lo scossone decisivo, primo o ultimo che fosse, al mercoledì, o al giovedi. Febbricitava, si contraeva, e in un’ansa di sé scovava una scialuppa, un gozzo, una cosa che all’improvviso diventava una fregata per poi, dopo l’alto, mosso, nero mare, finire in naufragio e noi a raccogliere i suoi lembi, i suoi cenci, i di lui deliri esausti.
“Furio! Furio! È finita! È già domenica! Furio!”
Lui si godeva troppo poco della fine del salto, mentre noi apparecchiavamo, consumavamo, mangiavamo, bevevamo, e infine digerivamo tutte le nostre relazioni costruite lì per lì.
Sazi noi. Furio a digiuno, svegliatosi all’ultimo, succedeva che egli, asciugandosi l’ultima goccia di sudore, per un attimo, il suo attimo che valeva un’eternità, dicesse: “Mi chiedo cosa fareste senza di me e le mie depressioni”. E si rideva tutti noi, insieme, e insieme ai quei fatali commensali.

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