Diciassette designer giapponesi – Fuoco su Nocera

Di Andrea Nani su grafiche di Beppe del Greco

– È ora di trovare l’uscita secondaria. Avrà pure un retro questo residence -, disse Mata.
E giù, rampa dopo rampa, tremanti le pareti, i cocci d’intonaco cadenti, il formidabile gruppo se la svignò. Gli elicotteri sospesi intorno e sopra l’edificio come palle di Natale su rami invisibili coloravano il cielo di giallo e di rosso, di esplosioni e nubi nere, dense, bruchi giganteschi nati vecchi in un istante, penosamente eretti, anelanti un volo elegante e invece destinati a morire sfilacciati dallo scirocco implacabile, dalle pale degli elicotteri. Urla campane mai udite prima nell’arco di una civiltà e più, lottavano per assicurarsi un ambo, un terno cavandolo da quell’incubo. Ma che era? Tutto scuoceva, tutto s’infiammava. Tutti davano i numeri. Una donna misericordiosa e seminuda nel ritaglio d’una finestra sbracciava affinché quelle gigantesche mosche di ferro se ne andassero ma non vi riuscì, in un colpo s’incendiò, il ritaglio che la incorniciava come fosse una Madonna si slabbrò, e una vita seminuda, aperta alle circostanze, ma fino a un certo punto, con misericordia se ne andò. Tutto continuava a essere fragore e fiamme.
Una voragine nel centro della piazza scoperchiò un giacimento di backgammon sepolto da decine di secoli, scatole, pedine, dadi, e ancora pedine, a migliaia, legni laccati, monete, contanti e pagherò. Partite interrotte, stracci di tifoserie fossili, utensili coreografici, quale evento deve essere accaduto per interrompere un torneo così grande? Un torneone di backgammon non finito, finito in una buca aperta ora dal bombardamento ostinato dei freddi, calcolatori, ma allo stesso tempo ansiosi, tedeschi. Sul ciglio della voragine la Matra di Bezier, con un grande freno a mano tirato, non fece alcun cenno di precipitare. La sua vernice anti graffio arancione riluceva virtuosamente con spavalderia.
In un istante di silenzio, come un virus pandemico, lo stesso silenzio contagiò fragore e caos. Dopo altri attimi, che parvero ere, nel dipanare delle nubi nere, una voce prese voce, con un caotico accento del Nord-Nord-Nord-Ovest-Nord-Ovest, distorta dagli altoparlanti Grundig.
– Foi! Miserabile feccia! Spastici tiralinee mongoloidi!
“Qvanto ancora pensate di voltare foglio nella vostra vita? Cosa credete di diventare? Siete solo piccoli stupidi disegnatori, eccitabili come bambini davanti a pupazzi e zii deficienti.
“Vi siete fatti chiudere in questa stanza come mandorle in barattolo, come cetrioli sottaceto, come senape in grani. Come urina da test.
Una parete del palazzo accanto al civico 3 di piazza De Santis franò. Erano uffici pubblici, vuoti all’ora di pranzo, molto frequentati nelle prime ore della mattina e nel tardo pomeriggio. E ora diventati una caverna di grotte, le une a fianco e sopra le altre. Da quei vani bruni aperti a giorno un’emorragia di pratiche e incartamenti, come lava bianca si riversò nella piazza, in parte prese il volo, un volo impazzito dalle pale e dai rotori degli elicotteri, sempre lì. E lo scirocco, anche lui sempre lì.
Dall’altra parte della piazza, asserragliato nella sua edicola miracolosamente ancora intatta, Tony Pozzi si era rotto il cazzo. Aveva una colazione da finire, due conti da fare, e un mezzo sigaro da accendersi per l’ottava volta quel giorno. Fece capolino tra Tirreno, Corriere del Sud e Topolino, e disse queste precise parole che gli eroici designer nella loro fuga sentirono e non poterono più dimenticare. Disse: “Ohè! Ué MACHILLE MURTI FACCIMMELASSORATA SACCA DELL’ANAMA CCA STRAMURTA! ‘ZZO FALL ‘NCULA AMMANNA! PECCHÈ SI LURDATA CA SI PRESS EMMERDE: GOTE, WAGGHENÈR, RURRE E DI STO CAZZO DACCIAIO!”
Sulla soglia dell’uscita secondaria tutti i designers, Mata, Bled Morray s’inchiodarono ed ebbero un brevissimo tempo per commuoversi.
Poi di nuovo l’inferno, ma questa volta gli elicotteri usarono il prototipo segreto, l’arma di distruzione di cassa.

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