– Baltimora 1 a Bravo 2, Capo Orso a Napo 3, rispondi Napo Orso. Bravo 1 a ore 6. Che ore fai Baltimora? Rispondi, Passo. Carta. Carta. Carta. Bravo 5 a Banco rispondi Banco.
– Come diavolo vinceremo questa guerra… Fraaaaaaaaaaaankkk!!!!

Tre ceri lottavano per fare luce, le ombre sulle pareti lottavano per strapparvi il buio. Bezier parlò. Con calma. Con fatica parlò.
– 13 miliardi di anni fa il tempo non c’era. Il tempo è nato 13 miliardi di anni fa. In Svizzera.
Da allora il tempo è sempre stato considerato “denaro”. Così, fin da principio, i primi organismi unicellulari non avevano tempo. Come oggi i cactus dell’Arizona. E chiunque altro sulla faccia della Terra.
“Eppure ciascuno è convinto di essere nel giusto, o di meritare il giusto, di meritare il proprio tempo. Ma il tempo è denaro, fin dal principio. Ciascuno vuole il proprio denaro. Fermare il denaro significherebbe fermare il tempo. Ve lo immaginate che momento paradossale? La storia dell’umanità segnata dal desiderio del tempo, del denaro. Ma il tempo c’è, c’è sempre stato, da 13 miliardi di anni.
Bezier, si asciugò i polsi con uno strofinaccio, guardò con pena l’orologio liquefatto appeso al muro, le lancette rosse, una scattante, le altre due molto, molto più lente.
– “Ma se non ci fosse veramente più!” È ciò che hanno pensato questi disgraziati che da 13 miliardi di anni ci provano. Di specie in specie, era dopo era, epoca dopo epoca, di generazione in generazione, provano a fermare tutto distruggendo tutto. Non è una questione di dominio, di supremazia, di controllo, di onnipotenza, di strappo della verità ultima. Ci hanno provato da organismi unicellulari. Si telefonavano. Si lasciavano messaggi. Se li riascoltavano dopo milioni, miliardi di anni, e ogni volta li decriptavano, e riscoprivano nuovi mezzi antichi per fermare tutto. Le guerre, cari eroi, sono state tutte dei fallimenti. Avrebbero dovuto essere ogni volta una soluzione finale, per tutti, una volte per tutte.
“Ma poi. Poi il tempo ha continuato a scorrere. E il fallimento venne chiamato “pace”. Ma nella pace, prigione galera della fine, cresceva il demone. Tutti a dire “non abbiamo tempo”, “non c’è mai abbastanza tempo”. Tutti a lamentarsi di non avere abbastanza denaro. Denaro e tempo. Tutti adesso che vogliono andare in Svizzera. Ah sì? Volete la Svizzera? Proprio la Svizzera, dove è nato tutto il tempo che volete? Ed ecco il piano di questa ultima generazione di disgraziati che ci prova da 13 miliardi di anni. “Armi di distruzione di cassa”. Colpisci la cassa e finirai il tempo.
“Come diceva? “Quando un uomo con una pendola incontra un uomo con una cipolla l’uomo con la cipolla è un uomo morto.” Beh, lasciate che vi dica una cosa, eroi: Lex Lutor non era un cattivo. Era calvo. E i calvi hanno molto più tempo, per questo la sua impresa di distruzione non si è mai compiuta. Avrebbe avuto tutto il tempo che ClarK Kent ci avrebbe messo per impomatarsi i capelli. E questo non va giù. Essere sempre un passo avanti per essere un passo… 13 miliardi di passi indietro. Un’equazione che non si può soddisfare. Ma questi, come Lex, come Stranamore, come Galactus ogni volta ci provano. E quegli altri, voialtri eroi, a disegnare la pace, la prigione, l’angolo ottuso dell’evoluzione. Ingenui.
“Quando potreste invece disegnare tutto. Potete farlo! Adesso, a 40 milioni di colori, in 16D, dove il tempo è infinito e il denaro non occorre più, annullato dalla propria inflazione, scisso finalmente dall’inizio! E dalla Svizzera.
“Un disegno, un semplice segno orizzontale, una frazione, in cui finalmente piazzare lo zero di quei disgraziati. A denominatore. Così che il tempo va a infinito, ce n’è per tutti. Mentre il denaro è zero. E non c’è più bisogno di distruggere niente.
Bezier era molto provato. Provò a tossire. Non gli riuscì. Si passò una mano sulla nuca guardando un angolo di pavimento.
“E ora mi tocca morire.”
– Bezier!
– No!
– Non puoi!
– Noi!
– Sì, noi potremmo!
– Potremmo disegnarti un elettrocardiogramma!
– … ma che ne sapete voi…
E Bezier, esalando l’ultimo respiro, spense due dei tre ceri che erano nella stanza.

– Che stai facendo?
– Non voglio farmi più fregare.
– Sì, ma che stai facendo.
– Un rituale, un esercizio fisico e mentale. E spirituale. Per non farmi fregare.
– Ma è l’alba! Ma cosa fai?
– Il saluto alle sòle.

– Arlette.
– Ivonne?
– Mi sono fatta un tatuaggino.
– Oh. Dove?
– Sulla topina.
– Oh.
– Sai, una volta era tutto diverso. Io ero diversa. Anche gli uomini: erano più generosi, più buoni. Era tutto gratis, non c’era bisogno di rubare niente. Eravamo liberi. Eravamo tutti amanti.
– Santo cielo, Ivonne! Ma che discorsi stai facendo? Cosa ti sei tatuata??
– AREA VIDEOSORVEGLIATA.

Un sentiero sconosciuto del quale diffidavo sempre più a ogni svolta, a ogni cambio di piano, a ogni orizzonte negato, mi stava portando verso la Casa delle Serbe, stando almeno a quello che la mappa diceva. La mappa era diventata la guida, il talismano, la mano di dio, la sua gentile concessione a percorrere la giusta via nella consapevolezza di un cammino verso la meta. In realtà si trattava di un foglio di carta impossibile da ripiegare, zeppo di segni, per nulla maneggevole, quasi indecifrabile.
Intuivo, ecco quello che riuscivo a fare; cercavo corrispondenze tra le cifre a due dimensioni e lo spazio intorno al volume che ero, lo spazio ancora estraneo e che di lì a poco avrei occupato, lo spazio descritto dal sentiero di rocce, terra e germogli di quercia, dai filari d’alberi resinosi, polverosi, dal tetto di fronde nere, dalle basse nuvole di rovi che come banchi di nebbia a volte si inghiottivano la strada costringendomi a fendenti, a sanguinare. A trasformare.
Trovavo corrispondenze, oppure ne creavo.
Più mi avvicinavo alla Casa delle Serbe, più diffidavo e più mi trovavo costretto a creare corrispondenze. La mappa non parlava affatto chiaro, non mi stava aiutando, non distinguevo i colori, le trame, i punti, niente, così telefonai. Volevo prenotare un aliscafo per l’indomai. Ormai ero privo di scrupoli e mi attaccai al telefono, parlai con una signorina e le urlai tutta la mia insoddisfazione verso il servizio della sua compagnia. La svergognai, quasi pianse e ottenni la prenotazione. Decisi che fu un buon segnale quello che trasmisi e ricevetti. Avevo un posto per l’indomani. Avrei avuto ancora un posto. E ripresi il cammino.